Quella storia del lettino
Ma siamo inguaribili vergini e incinti
Filo su chaise longue, quella per matti, quella che “laghe già una volta ci sono andato anche io eh”. Una volta. E l’altra? No, mi bastava.
Già.
L’altra allora lasciala me perché mi serve per sopportare te che non ti va
Non sono stato io. È lui.
Cerchiamo sempre qualcuno o qualcosa da cui liberarci.
Ma sta puzza che sento cos’è? Non lo so. Non sono io. È lo scarico la fogna, il tempo.
Eppure alle sei del mattino, son lì, puntuali dalla cena del battesimo: ti guardano dritto, davanti, in ceramica antiquata, unti e incrostati, sacrosanti.
Ma in cucina non siamo mai noi a far baldoria e lasciarli.
Eppure abitiamo da soli.
Convinti. Non sono i miei. Non sono io. Ma son lì.
Non lo so, ho da fare, non cercarmi.
La salute mentale è così. Finché non ti rendi conto di abitare da solo e che i piatti che lasci sono i tuoi e fanno puzza se li trascuri, puoi continuare ad aspettare gli altri e fare finta di niente in tutta libertà e nessuno ti verrà a disturbare. Potrai abituarti alla puzza, smettere di mangiare sui piatti, passare alla plastica, alle mani, al pavimento. Smettere di lavarti, coi lavelli intasati, i moscerini dormiranno con te e le larve, silenziose, inizieranno a scavarti. Ma non lamentarti che non passano a pulire, che la casa è vecchia, che devi tenere mamma e lavorare sino a tardi.
Se fai baldoria e non vuoi i piatti, lavi.
Se fai baldoria e non vuoi puzza, lavi.
Se fai baldoria e non lavi, avrai i piatti.
Non pretendere la pulizia degli altri. Comprensione. Pietà. È la tua vita e la vuoi baldanzosa e senza piatti. Ma se la vuoi goduriosa e senza piatti
Qualcosa non quadra
La tata non c’è
E neanche la mamma
E tenuta così, logora te e anche gli altri
Gli spazi
Gli occhi
Le vite degli altri
Scegli e rinuncia. Scegli, per rinunciare. Spesso non serve viaggiare per capire il mondo, ma ascoltarsi e lavorare. Rinuncia perché scegli, la scelta che rinuncia è l’unica scelta che abbiamo, quella possibilità di vita per fortuna limitata puoi farne arma
Pacifica
per una vita degna di essere amata
È lì è tua
Prendila
Ma hai scuse
Di ogni
Di genere
Di fantascienza
Di ripetizione che goduria
Vivi
L’anima non accetta auto incensi imbrodi di lodi
Di brodi di dado
Ma a te ti va bene
Che non vivi
Che vuoi tutto
Insieme
Perché di capirti e curarti
Non pensi
Voglio la patata ma non la zappa.
E il pane caldo al mattino.
La carne ma senza uccidere il vitellino
Che grida mamma
Mamma
Dove sei
Sta lì a pezzi
Tagliata
Voglio i funghi porcini ma senza cercarli
E il rispetto di tutti ma solo degli altri
Voglio parlare ma senza ascoltare
Tornare da te ma senza aspettare
Voglio i diritti gli sconti i regali
Per me combattuti dagli altri
Libertà di pensiero ma solo se mio
E fare il bagno, ma senza bagnarmi
Voglio l’amore ma senza rinuncia
E il sole senza le ombre sul viso d’autunno
Un giorno di ottobre
Cercando l’estate
Voglio l’anguria ma senza la buccia e
Una bolla di sapone da trasporto quando piove
E fa notte
Con la luce per giunta
Ah
Sì
In effetti quella l’hanno già inventata
Ne ho una in cucina
Ti voglio ma di volerti non ho il tempo
Ti scopo ma a mio piacimento
Ti amo ma resto da mamma.
Ma che resti a fare che hai quarant’anni, ma perché non te ne vai?
No che aspetto la pappa e di annusare puliti, i panni.
Ma non me lo dico, che resto per questo, mi faccio le seghe pensando ad Amanda
In cameretta
La mia adorata stanza
Non mi va di lavorare, cosa vuoi ho già una laurea e a ogni foto faccio big laik straik
Ma non mi fido
siamo controllati col grinpas.
Firma qui per la privacy allora, stai sul sicuro
Informati, c’è tempo
ma non mi va.
È il lavoro, che ormai manca.
E che palle sto lavoro non mi va.
È l’umido, mica il caldo, si sa.
Cambia città, vita, persone, vestiti bagagli
Che fatica
E no
No che non mi va.
E il cinese mi vende le calze a due euro chissà cosa c’è dentro, non mi va.
E le calze a dieci euro ma cosa ci sta dentro, sei matto non mi va.
E voglio portarla a letto.
Allora ascoltala. Falla sentire importante, dalle tempo e un po’ di spazio non sarebbe male dopotutto un po’ di libertà.
Se resta sarà tua, sennò
Pace
Vivi la tua vita si vedrà
No, di aspettare non mi va,
le mando il cazzo in foto, viene a prendermi e mi riporta a casa, mi faccio pagare il conto, la molesto delle glorie del mio ego del mio nome perché io mi son fatto da solo e dei miei successi godo, io che sono io che sono come sono, sicuro ed intrigante, limpido buono, un uomo sereno, un galantuomo, non cambio, non sono un egocentrico, te lo dico, non lo sono, lo ridico non lo sono, io sono io, non sai che sono io, lo sono, quando voglio non lo sono.
Non è che hai un problema?
Ti sbagli, non ho problemi io, se lo ribadisco, è perché sono sicuro, mi va di prenderti in giro.
E ti lamenti, ti lamenti pure se non non te la dà.
La solita legna. Che ce l’hai solo tu, sta fregna?
No, che non te la dà.
Fiera di essere legna e pure fregna.
E non mi va di spendere soldi per me, e non mi va di spendere soldi per te.
Ma voglio una casa.
E l’aperitivo facciamo a metà, la cena, sei invitata, paghi tu primo secondo contorno da bere, fai tu, che sei inappetente, che male non fa.
È la politica che non fa niente. È la politica che non va.
E candidati allora,
ma non mi va.
E questa famiglia mi opprime.
E vattene no?
Ma no ma come faccio,
non mi va. Non posso. Chi ci bada a mia madre mio padre, la nonna mia zia, il criceto la gallina, son figlio di cristo, non ci pensa nessuno, sto solo in famiglia, di merda mia nuora mia sorella mia suocera mia figlia, solo io in sta famiglia, sono io, l’amore della mamma
la mia vita,
se non lo faccio io, dimmi chi lo fa, è dovere, obbligo morale verità, da buon samaritano mi ergo e no, di andar via proprio non fa. Lo farei, davvero, ma non fa.
Preferisco lamentarmi.
Ah ti lamenti?
Nemmeno, non mi va.
Riscatto socialmente la mia generazione precedente.
Non ce l’ha fatta, poverina,
lo faccio per mio padre che non sa cosa vuol dire amare, lo faccio per mia madre che povera, lavora da una vita, di stenti, dava ai figli,
Ora vive con la pensione di un divorzio
non le è rimasto niente, mi trascino
E di lei ogni giorno mi ricopro di bravo accudente,
bambino, principino.
Mai riuscita la mia generazione a prendersi la vita che voleva, ora è anziana, non ha vissuto mai una giornata serena. La riscatto io, quella precedente, la riscatto socialmente, economicamente. Lo aspettano da me
Lo devo fare io che ho i soldi ed il successo.
Non sono un ingrato un egoista uno sporco usuraio della vita.
Ma perché?
Perché si fa? Perché?
Che se non c’è riuscita, il suo motivo, questa senza riscatto esistenza passata a proiettare i fallimenti sull’altra servirà?
Larva, l’avrà? e mai che la poniamo in discussione questa reiterata convinzione del riscatto di chi non ce l’ha fatta
Non ce la faccio
A riempire i buchi degli altri lasciare i miei
ai figli i loro ai loro figli e ancora degli altri e nessuno mai felice si vive la sua vita
Spezza la catena che ora puoi
Ogni giorno che ti svegli
Ma non ci pensi mai
Preferiamo la pacca sulla spalla
L’applauso
Mai che ci mettiamo in discussione dentro questa scatola coi buchi malmenata di parole, dai miei muri
Dei miei non ce la faccio, mi arrendo
dò tutto e aspetto qualcun altro per il tanto socialmente condiviso riscatto
E no
che non sei tu
No
Che non sei tu
Passiamo la vita a tapparci di vita mancata di sogni strappati degli occhi degli altri per non fare spazio mai con rischio e con coraggio al nostro vivere scapestrato. Per prendere una posizione, per riscattare oggi
la nostra vita ora che possiamo, il nostro malandato cuore vuole aria acqua zucchero e crema di more lo abbiamo zittito, cosa serve lamentarti di una vita che non hai ora
Sta vita di merda
Ma a me non mi va
Proietto sui figli, per farlo per loro
Bugiardi infiniti
Siamo noi che non ci parliamo non ci ascoltiamo non ci conosciamo
Per mia madre per mio padre per i figli
Bugiardi che siamo
Infiniti
E le fotocopie non le sai fare.
Ma fattele tu, no? Che le sai fare
Ma a me non mi va.
Fammele tu.
Così se son sbagliate glielo lo dico che sei stato tu a farle
Cercano tutti qualcosa a cui aggrapparsi per giustificare il proprio racconto.
Quando l’unico qualcuno da cui liberarci è quel goduto sapore di noi stessi che amiamo alimentare
E impolverare
l’angolazione stantìa che abbiamo col mondo di cui ci lamentiamo.
L’unico su cui si possa lavorare sei tu, mica il mondo che non non va.
Ma non ti va.
Salute mentale. L’unica cosa che dalla nascita ci dovrebbe interessare. Finché non ti rendi conto di abitare da solo e che i piatti che lasci sono i tuoi e fanno puzza se li trascuri, puoi continuare ad aspettare gli altri e fare finta di niente in tutta libertà e nessuno ti verrà a disturbare.
Conoscendo te stesso conoscerai il mondo, dei piatti e non solo, e anche la strada per acquistare lo sgrassatore per farteli, quei piatti, dopo le feste, da solo e guardarti sereno allo specchio, davanti. Magari pensare a un cuore leggero
E pulito di residui, un giorno,
E anche averlo. Sai.
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