Il mio silenzio

È altro, e altrove
Filo su rumore, al tuo, a quello che fai, davanti alla luna e in mano un mazzolino di fiori di campo, che guardi in alto, piena di stelline,
e non favelli

A te. Agli scemi.

Non smettere, né di ridere né di emozionarti quando gli altri vogliono. Né di avere il coraggio di mollare, di allontanarti da quello che ti ha prosciugato la dignità e le forze. Di scegliere con chi avere a che fare e il resto, abbandonare.
Se non parlo non è perché non ho niente da dirti, il mio silenzio vale diamanti, il mio silenzio non è assenza di parola, è duro lavoro. È perché alla buon ora, esisto, e mi sono resa conto di avere nuove priorità, che essere riempita di stronzate (perché le cose vanno chiamate con il loro nome), di promesse vuote, di lividi visibili e invisibili agli occhi. Accarezzandomi forte, ho deciso di non giustificare più nessuno, non posso sottrarmi da quello che è già successo, ma posso farlo ora, riscoprendo dei limiti fondamentali, che anche solo la mia presenza, vale, e il mio tempo, il mio dolore, la mia storia, sopra ogni cosa. Ho finalmente aperto gli occhi sulle cose, su chi ho avuto e chi ho, finalmente, davanti ai miei occhi, non più appannati dalla sottomissione, la paura, il subordine. Non ancora del tutto, ma anche solo un poco, mi permette di amarmi come la luna illumina il cuore.

E poi ci sono i silenzi. I silenzi pieni, li chiamo io. I silenzi di Alda Merini, di quel sono altro, sono altrove. I silenzi che ne avrei, di cose da dirti, ma preferisco la grazia raffinata di coltivare il mio giardino, sgangherato ma buono. Gentile. Sereno e luminoso. Quello che non ha mai smesso di metterci il corpo il cuore, il desiderio e il sogno.
I silenzi di chi è sempre passato per il tonto di turno, dell’ingenuo, del matto del paese, del partner sottone, zerbino, che si beve tutto quello che gli raccontano. Che per due carezze, ha dato tutto il cuore, senza tenersi niente.
Ma almeno limpido, come acqua fresca.
Ci sono silenzi, che parlano altrove.
E che hanno imparato, a care spese. Non si soffermano più con chi li ha presi, tremendamente in giro, con chi ha creduto di essere dio, con chi ancora si ostina a pensare che siamo tutti scemi, e che restiamo sempre lì, in attesa.
Forse è vero, siamo scemi e sempre in attesa, che una mano buona possa toccare i cuori di chi ha fatto tanto del male, e che possa redimersi. Ma poi apriamo gli occhi, col tempo, e impariamo che non è così.
Siamo silenzi. Scelti. E capiamo tutto. Sappiamo molto più di quel che si crede. E anche quando scopriamo cose indicibili, sappiamo restare saldi alla nostra scemenza. Con quella ingenuità di turno che ci appartiene, ma forse meno spostata sull’altro. E più sulla meraviglia, e del valore di noi stessi.
E finalmente scegliamo di scostarci, regalmente, altrove.
Regalando la nostra presenza, le nostre parole, le nostre lacrime e la nostra gioia, a chi conta, a chi lo tiene, un cuore, davvero.
Il resto, cade da solo, restando fuori dalla porta, libero di credersi ancora artefice del nostro destino. Con l’augurio che possa guardarsi allo specchio, un giorno. E riscoprirsi Uomo. E riscoprirsi Donna.
Mentre noi ci contorniamo di gratitudine verso noi stessi, per aver subito tanto, remissivi, senza ribellarci mai, per essere ancora qui, nonostante tutto, a regalare tenerezza, pieni di stelline.
Sceme, naturalmente.

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