Quello scialle
a fiori
Un bozzolo in nome del vero
Filo su quanto coraggio ci vuole, per parlare, per sentirsi giudicare, per non morire dentro la colpa di uscire dal ruolo della donna sottomessa e omertosa, ma per molti è solo una guerra, una partita contro il tempo a chi la spunta meglio
Perché di un uomo, non si dice mai che fa il mantenuto. Che impazzisce di dolore, dopo una rottura da una donna fonte unica di sussistenza. Sicurezza. Famiglia.
Di una donna è colloquiale gergo, se non ovvia deduzione che, non lavora? non c’ha voglia di fare, ha paura, è il marito che la mantiene. E ora si vendica.
Ma l’onestà intellettuale di Chiara non avrebbe mai giocato su un versante così squallido. Sebbene fosse lei la garante della verità delle cose. E avrebbe potuto tutto.
Però a questo fatto ci aveva pensato per anni, al sessismo avulso a cui siamo abituati, tutti.
Se fosse stata lei, quella senza lavoro, ad inventarsi una sua verità insieme agli amici, una volta lasciata, eroina del dramma buttata per strada che nell’uomo trovava casa vita amore e lavoro, forse il processo si sarebbe concluso dopo pochi mesi. Perché mantenuta. Forti tutti, della consapevolezza condivisa che la donna nell’uomo trova casa, a prescindere, senza il quale impazzire e lasciarsi morire.
Ma l’uomo no, l’uomo è un pilastro di autonomia, fonte solida di raziocinio e stipendio, non inventa una sua verità una volta lasciato. L’uomo senza lavoro senza una casa senza una prospettiva, insicuro e fragile del suo essere uomo che infrange a legge da quando è bambino, che lede la vita, il corpo, la psiche di chi dice di amare, mai, vivere a spese della propria compagna non può rientrare davvero, nel racconto di una donna autonoma e leader della sua vita.
Chiara, architetto affermato, figlia di padre congolese e madre italo americana.
Uno spettro che non rientra tra le possibilità socialmente condivise.
Ed è questa, una dura verità.
Ma quanto sei bella, fece lei guardandola, aprendo la porta.
Prego, accomodati. Lo credo io, che con una donna così, non voleva lasciarti andar via..
Buongiorno.
Chiara abbassò lo sguardo imbarazzata, i suoni li sentiva a malapena, erano tutti ovattati lo stomaco si era rintanato da mesi lungo il dorso, come una tartaruga, come tutte le volte che aveva paura, che era stanca, che era in ansia.
Un freddo pungente in lei, sebbene stesse iniziando l’estate. Quel suo scialle nero e leggero, spagnoleggiante, come dice lei, la stringeva tra le sue pieghe, come fosse una seconda pelle. Una coperta di Linus imprescindibile.
Sembrava una ballerina di flamenco sciupata dal tempo. Una roccia levigata.
Potendo ci si sarebbe nascosta, pur di scomparire tra quei fiori ricamati.
L’avevano chiamata in tribunale, volevano sentirla.
Erano passati un paio di mesi dalla fine della sua relazione, non aveva un avvocato, non sapeva nemmeno di doverne avere uno, dal giorno si era fatta forza tutta d’un tratto col suo vestito delle battaglie, aveva caricato in macchina l’impossibile, il materasso sulla capoccia della macchina ed era scappata.
Mise tutte le sue cose in un sacco nero e pregò qualcuno di portarlo a lui, era pieno di vestiti, di effetti personali, libri, regali, peluche, regali, tanti regali di lei a lui, fotografie, ricordi, cose rotte, cose ancora resistenti al buio. Pregò di farlo recapitare. Per ultimo mise le rose che essiccava, quelle regalate da lui ogni volta che la picchiava e quel biglietto tiffany con la scritta a pennarello azzurro: Alla vita, a una vita migliore, di cui prendersi cura, non una in cui morire. Non dimenticarlo, per favore. Ti amo. C.
Ma nessuno recapitò niente, non la ascoltò nessuno nemmeno quell’ultimo giorno, di sola fretta, orrore e terrore. Buttarono tutto in un cassone.
Le dispiacque. Non era così che doveva andare. Non si sarebbe mai permessa di buttare le sue cose. Quelle che con tanto amore avevano sistemato insieme in casa. Una casa per due. In cui pensavano dove mettere il lettino del cucciolo che non sarebbe tardato, ad arrivare. Lo sognavano da un pezzo.
Cosi andò via, prese le sue ossa e si chiuse dietro le spalle quella porta. Senza meta, senza casa, senza sogni e senza più lacrime da spendere. Da quando i carabinieri irruppero nella loro casa, quella di lei, dove vi abitava anche lui, insieme alle operatrici del 118 quel giorno che la portarono in pronto soccorso, non si era saputo più nulla. Aveva cercato disperatamente appigli per sopravvivere a tutto quello con una lucidità estrema, si mise a lavorare come aiuto porta pizza, non aveva più soldi, ma almeno la pizza la sera era assicurata.
Tornare in quella città, all’ora di pranzo, deserta, la riportò immediatamente alla colpa di esistere, di vivere, a quella notte in pronto soccorso. La notte della fine, dell’inizio.
Lì dove non voleva stare, ma restare col suo migliore amico, di modo che nessuno la toccasse, a casa sua.
Per stare al sicuro.
Ma lui rifiutando, davanti ai medici disse una frase che, sebbene provata e distrutta non dimenticò mai: non posso ospitarti, cosa dico poi ai miei genitori?
Era cambiato, tutto in una volta.
Lui così andò via, lasciandola lì, sola.
Fu l’ultima volta che lo vide.
Chiara non ce lo aveva un posto dove stare.
In quella casa sentiva una morsa anche solo all’idea di passarci, di ritornarci, anche solo prr prendere le sue cose, solo l’idea, la faceva morire. Morire anche solo di uscire da lì. Si accucciò su una barella dura, una stanza piccola e buia. Fino all’indomani.
Di quella notte aveva ancora addosso il freddo, le sue strette ancora sulla carne, le grida, la casa distrutta, il dolore forte al pollice sinistro, gli insulti, gli occhi di inferno, il dolore lì, nell’inserzione con l’indice, una microfrattura che non si fece visitare mai.
Faceva ancora male, quella mattina, davanti all’ispettrice che la svegliava dal torpore di un dolore senza parola. Come il mattino seguente il ricovero. Fu l’assistente sociale a svegliarla, cercava di estrorcerle qualche parola, ma Chiara non parlava. Il questore aveva iniziato a incalzare coi nomi, ma Chiara, quel risveglio voleva non fosse arrivato mai. Aveva già ricominciato a piangere, a negare, a voler sparire, così piccola in quella barella. Così minuta rispetto alla sua età.
Chiara si chiuse la porta a sé e l’ispettrice, anche lei, iniziò con le domande. Da lì, Chiara ancora non lo sapeva, sarebbe iniziato un lunghissimo periodo di domande. Di lacrime, notti insonni, dolore al petto, colpa, vergogna, vomito, schifo di sé, male al corpo alle braccia al cuore, come se volesse salire su per l’esofago ed essere sputato, sputato finalmente all’esterno, ma lui, bastardo, restava cocciutamente dentro, strizzandole la gola fino al pianto successivo.
Ci vollero più di quattro ore per ricostruire tutta la storia. Una storia con non poche imprecisioni, di attenuanti, di sgambetti infiniti a se stessa. Nessuno le fece rileggere niente di ciò che l’ispettrice aveva trascritto. A Chiara non passò per la mente, ingenua, fiduciosa nella legge, provata, privata della dignità, avrebbe voluto rimangiarsi tutto e non parlare. Avrebbe voluto morire lì davanti, piuttosto.
Tempo dopo imparò la lezione. Mai firmare qualcosa che non rileggi, anche se sei stata appena sbattuta a terra. Devi trovarla la forza. Anche quella di non fidarti di chi rappresenta la legge. E rileggere.
Ma quella mattina no, rileggere avrebbe significato morire altre due volte, così la sua mente non prese proprio in considerazione la possibilità.
La maglietta color prugna tutta infilata dentro i pantaloni perché non cadessero ormai sembrava lo scudo del suo cuore, quello che a pezzi si nascondeva in mezzo ai fiori più scuri. Quelli dello scialle. Il famoso scialle spagnoleggiante che della Spagna non aveva niente, forse i cinque euro pagati allo sfruttamento della grande catena che mesi prima riceveva in regalo dalla madre, sicura le sarebbe piaciuto. Lo scialle coi fiori prugna. Nero come i suoi occhi, profondi e regali come squali. Detto ciò, Chiara, abbiamo finito, sarà il caso di denunciarla questa persona, tu cosa dici, no? Non mi sembrano ci siano altre alternative.
Ripercorrere tutta la storia, in quelle condizioni era stato terrificante.
È così che Chiara annuì alla fine della ricostruzione della loro storia. Avrebbe detto sì a tutto, pur di uscire da quella stanza in cui sembrava lei, l’assassina carnefice di un santo.
I termini erano tutti scaduti, pure per la denuncia sembrava ci fosse ben poco da fare, Chiara un avvocato non lo aveva, lo trovò un mese dopo, un po’ per caso, un po’ per carezza.
Una donna che denuncia è patrimonio di vita, ma nemmeno la giustizia, questo, lo sa.
Chiara ha portato avanti con coraggio l’iter per più di dieci anni, senza mai di credere nella speranza di una scusa, di un è vero, di un mi dispiace. Senza mai dimenticare i sogni, i progetti condivisi, senza mai dimenticare l’umiliazione tra le mura, per strada, negli anni del dopo. Quel passo che mai si sarebbe sognata di fare. Lei che ci credeva nella redenzione, nella cura, nell’aiuto.
Ma la vita deve andare avanti e ognuno si doveva prendere le proprie responsabilità, lei per prima, e parlare, parlare ed amarsi, aprire la bocca e non morire, parlare e dare voce a lei e a molte donne come lei, in nome della vita, della dignità, della verità.
Anche se faceva male, un male bestiale.
Dopo numerose difficoltà, calvari esagerati e parole scagliate come coltelli pur di distruggerla, Chiara si vide finalmente presente in quell’aula, quella che aveva immaginato per anni.
Era arrivata a processo.
Non aveva aspettative. Anche perché lei non era mai stata lì per una guerra.
Ma ormai, sapeva bene a cosa andava incontro.
Palcoscenico. Dove tutti avrebbero recitato a memoria il proprio copione lontano anni luce dalla realtà dei fatti, solo per non crescere, per non sentirsi uomini, né donne. Per non parlare, per non dare parola al proprio orrore, quello di ricoprirsi fragili, spezzati, impauriti nel vedersi distruggere la mascolinità da qualcuno che aveva scoperto tutto in una volta stappando un cancro nel cuore di chi di aggira perfetto, perfetta. La consapevole femminilità di patteggiare per la violenza.
Decine di persone, tutte sulla stessa linea d’ombra avrebbero parlato, i voltafaccia, i mafiosi, i ricchi, gli omertosi, gli ex amici di lei che scoperti si erano tramutati in serpenti velenosi, i codardi, i vigliacchi, tutti, li avrebbe visti tutti.
Lo spettacolo si concluse dopo quasi dieci anni, nove ore e cinquantacinque minuti.
Lui non pagò nemmeno uno sguardo di umanità, nemmeno i burattini che l’avevano calunniata per anni. Non venne condannato, nemmeno un’ora di servizio sociale, il suo avvocato compiaciuto, lo abbracciò, cambiato più e più volte, era risultato quello giusto, alla partita di scacchi finale, tutto si era ridotto a birilli e pedine, a freccette e fisarmoniche, il cavillo migliore era stato trovato, il più becero e alienante escamotage era stato cucito sulla bocca di tutti, avevano comprato la vita, la speranza, la verità, pur di ridare l’immagine intonsa che il suo assistito, per colpa di una pazza, aveva perduto.
O come i topi di retrovia che nessuno decise di ascoltare, dicevano, che forse, non aveva avuto mai.
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