Stivaletti gialli

Indossavo i miei limiti, quindi quelli degli altri
Filo su Rivoluzione D’Ottobre. Che si festeggia a novembre, come da tradizione.

Verso nuove pozzanghere, rispettose nella modalità di utilizzo della propria esistenza: orientare gli altri su come voler essere trattati. E scoprire quanto non siano d’accordo.
E vivere comunque.

Ci avevo messo tutta la vita per imparare a parlare nei sogni. Avevo detto qualcosa per la prima volta due giorni fa.
Oggi avevo iniziato anche nella realtà.

Quanto è bello vedere una pozzanghera e camminarci sopra, a filo con la gomma delle scarpe facendo attenzione a non creare troppe onde, per non bagnarti. Quasi un supereroe nell’acqua, e non ti bagni. Ci cammini su e non ti bagni. Poi salti nell’asciutto e lasci le impronte. Le tue orme.
Si chiamano limiti.
Educhi il tuo piede a non muoversi troppo per poter godere dell’acqua che a sua volta non inonda le tue scarpe grazie alla gomma.
Si chiamano limiti. Proteggono. Il piede, la scarpa. Te.
Indirizzi l’acqua a seguire la forma della tua scarpa, a lavarti la suola per quanto vuoi e per il tempo che puoi. Stai decidendo tu quanto vuoi che l’acqua ti colpisca.
Poi arriva una macchina, e ti bagna completamente.
Ma così è la vita.
Stavo attenta a scegliere le parole giuste, la cadenza e l’intonazione della voce, dei messaggi, delle lettere e delle circostanze. Le espressioni del viso, i modi migliori perché chiunque avesse a che fare con me e le mie parole non si arrabbiasse. Era questione di vita o di morte. Per me, indisporre qualcuno era la morte. Preferivo tacere. Mantenere la calma, l’equilibrio, la stasi, il silenzio e incassare. Per imparare a stare sopra le cose le piccolezze della gente.
In equilibrio continuo nella mia pozzanghera, perché nessuno al mio passare si bagnasse, si dis-equilibrasse, si alterasse.
Poi scoprii gli stivaletti. Oltre le scarpe basse coi fantasmini, esistevano gli stivaletti.
Stivaletti scacciatori d’acqua. Gialli, gialli come il sole e il tuorlo dell’uovo, gialli come un fiore di ibisco a novembre al sole. Stivaletti scacciatori con una susina di lato.
Non potevo decidere come gli avrebbero reagito al mio indossarli, al mio passare, sebbene come scienziato calibrassi ogni passo e parola per non essere d’intralcio, per non essere pretenziosa, e mostrarmi tollerante, pacifica, meravigliosa e accomodante. Era quella la tragedia. Vivere per non disturbare. Personificazione del personaggio che mi era stato richiesto per vivere, il mio, indossato per sopravvivere. E incassare.
Iniziai a parlare nei sogni e fu la rivoluzione, potevo provare a farlo anche da sveglia, non m’andava più di vivere di crismi e farmi inondare le ossa dalle ruote veloci degli altri. Farmi bagnare completamente, e ammalare.
Il prezzo era stato troppo alto. L’esperienza era stata fin troppa, per non usarla.
Conoscevo le mie fragilità e indirizzavo le mie scelte perché non si smembrassero davanti ai miei occhi.
O almeno ci provavo. Provavo a lasciare le vesti di Ulisse che aspettava le sirene. E mettevo l’impermeabile giallo col cappuccio. Perché davanti alle sirene avevo il diritto di mettere dei limiti.
Avevo girato la cartina per non crollare, per andare altrove, per non pungolarmi lì dove ancora ero al lavoro.
Potevo decidere che limiti dare all’altro nel costruire le sue onde nei miei confronti. Potevo decidere di dire la mia con i miei crismi per indirizzare l’altro, orientarlo, fargli conoscere, e non capire, perché quello non stava a me, i recinti dentro cui stare nel parlarmi, nel trattarmi, nel farmi sentire una stupida, una pazza, una ragazzina scappata di casa, nel dominarmi, nel manipolarmi. Nel trattarmi male. Con sufficienza. Con supponenza. Fu la rivoluzione. Potevo decidere come farmi trattare. E se avessi rotto gli equilibri?
E se l’altro non avesse recepito?
L’ansia mi divorava. La paura di una risposta aggressiva quando con coraggio prendevo posizione, mi logorava. Il terrore di morire per aver parlato, mi mangiava la pelle. Finché non vedevo sangue non mi fermavo.
Ma avevo i miei stivaletti gialli.
Dovevo fidarmi.
Iniziare a parlare fu come vedermi sbocciare. Completamente inesperta. Curiosa. Forte di roccia. Fragile di carezze. Felice di pozzanghere.
Avrei allontanato molte persone, avrei scomodato tanti orgogli.
Ma era questo, probabilmente, vivere.
Non solamente esistere.
Convivere con una forma di ansia nuova. Scicchissima, però, e sempre più impermeabile.
Verso nuove pozzanghere, rispettose nella modalità di utilizzo della propria esistenza: orientare gli altri su come voler essere trattati. E scoprire quanto non siano d’accordo.
E vivere comunque.
Perché si vive comunque.
Magari anche meglio. Perché scopri che il mondo gira in un altro modo, orientando la rotta coi propri limiti. 

Scrivici!

© Storie di Lana - APS, C.F. 92180030907 
La totalità delle Storie scritte all'interno di questo spazio web sono di proprietà di Anastassia Caterina Angioi, in quanto autrice delle stesse.
È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti inseriti nel presente portale, ivi inclusa la riproduzione, rielaborazione, diffusione o distribuzione dei contenuti stessi, senza previa autorizzazione scritta dell'autrice.