Sissi, non siamo supereroi
Sono stata come mi andava
Filo su vita normale, è questa e imperfetta la vita perfetta e speciale
Qui si vive una vita normale,
fatta di baci di musi e di sale.
Dove quando fai acqua ed errore sei bella.
E se ti scazzi continuo ad amarti.
E se ti arrabbi sarò qui a baciarti.
Ciao, tu.
Ci avevo creduto, senza braccioli, al nuovo nuoto
Affogo
Non era bastato
Non potevo bastare
Che spreco disse il gatto, leccandole la mano
Pagare di nuovo gli zaini costosi di vite e disastri di altri e indossarli
Non si può vivere la propria vita nella paura di pagare caro il costo di una vita mai vista conosciuta e appartenuta
Questa è la vita normale. Scapestrata, animata, imperfetta e speciale. Da tollerare. Da affrontare.
Non si punisce col dolore la ripicca l’errore
Si baciano le guance e i musetti un poco offesi
Si culla e si accarezza la fragile ironia d’essere spezzati, imperfetti
Per questo amati
Me lo avevi promesso, le cose, insieme, ti ascolto, capisco, ce le sbucciamo come mele acerbe sul ramo. Con dolore o con grazia, basta che dopo, lì su, come sempre, ci mangiamo un piatto di pasta, di notte, al ragù
Invece hai sbattuto la porta e te ne sei andato
La cosa più dura, sapevi, da gestire, per questo cuore malandato
Il silenzio
Ma a parole non basta dirselo
Contano i fatti e
Non era bastato
Non potevo salvare
Non poteva bastare guardare così poco nuove vette per lasciarsi indietro il macero
Non riusciva
Non vedeva
Non mi vedeva
Aveva scelto altro, Sissi.
Rispetto ai suoi demoni vinti.
E si incolpava. Perché scegliere altro significava fare a meno di chi e cosa aveva scandito i suoi perché, quegli infiniti io ci sono, io non vado,
io ti capisco, io ti amo.
Aveva scelto di potersi fidare.
Aveva scelto di viversi e smettere di essere come era sempre stata perché le cose andassero secondo i piani, per non disturbare, per non sbagliare, aveva smesso di non fare, di non parlare, di non lasciarsi andare, perché l’altro non si turbasse mai. Non si mostrasse mai.
Aveva scelto altro, Sissi. E non si dava pace.
Perché cercava di farlo combaciare con chi voleva il suo vecchio altro, e non il suo nuovo altro. Si incolpava, perché non c’era più. Che era un bene, perché non ce la faceva. Ma si puniva, come aveva fatto per lui. Non mangiava non beveva, respirava a malapena, meno esisto meno esiste la mia colpa, perché lei si era vissuta senza pensiero, come le andava, spontanea, semplice, amante
Fidata,
aveva lasciato gli ormeggi. Era certa che si potesse permettere di essere umana. Per il loro pregresso. Per la loro piantina.
Lui glielo diceva e lei allora ci credeva. Fino a un battito di ciglia fa.
Un giorno credi, l’altro non più.
Perché puoi, perché io ti capisco, perché io ce la faccio.
Perché è solo un litigio.
Una ricerca trentennale, quella di essere umani.
Ma i cristalli rotti si buttano.
Non ci può camminare sopra a lungo.
Non poteva andar bene
Non potevo salvare
Non poteva pretendere che reggesse una vita normale
Fatta di carinerie e di cazzate
Di musi da baciare di carezze e mani calde
Di gioia e attese da pazientare
Di sbagli, sale, spezie e nuove sponde da scoprire da capire e da narrare
Perché è questa la vita normale
Tollerare momenti di noia di odio di scazzo
La sua vita vecchia si palesava come spettro, si mangiava tutto, un dito nella piaga, una non mia, una aggressiva, dolente, recriminante e improvvisa, come qualsiasi parola detta nel qui e nel nostro ora fosse detta da lei, fosse ancora con lei, in quella casa, da lei, nei momenti peggiori e più bruschi, nei momenti più intimi e giusti, era ancora troppo intrecciata e subita e legata a quel passato di schiavo per potermi incontrare
Poterci incontrare
Che spreco disse il gatto lasciando la lettiera
Tutto brutto, signor distrutto, appena la nuvola grigia si posa, ogni parola diventa gancio per punire e mai alleggerire
Dove niente vuoi subire
Dove tutto agli altri va fatto pagare
Ma sono io, non ricordi più chi hai davanti? non sono lei
Ma non mi vede
Disse bene, non sono in grado
E neanche io, a camminare sui cristalli per tenerti buono
Per non farti sentire la vita a cui eri abituato
Ti porgo questa nostra, questa mia
Imperfetta, questa vita
Ci piaceva ti piaceva
Scapestrata che brucia che lacrima e sorride
Divina
Ma bisogna essere in grado, oltre le parole, di farne dono, e incanto
E Sissi voleva altro. E non si dava pace perché voleva essere libera di cantare e giocare e sbagliare.
Col rischio di rompere, irritare
E allora?
Amare
Si resta, si ritorna, si cura e si salva, più forti di prima
In una vita normale
In una coppia normale
Per tenervi tutti integri e mai pungolati nei vostri fantasmi
Sissi
Doveva essere immobile e santa
Morale
Impeccabile
E come un vaso, una goccia presa al balzo per scoppiare
Per dare voce e spazio a quei mostri solo tuoi, per scelte di vita così mie: ovvero stare al mondo senza reggere tutto.
Voglio mollare, volevo mollare insieme a te
Permettermelo e non morire
Perché Sissi reggeva il mondo, le persone, le lune, tutto stretto per far andar bene le cose
Invece in questa vita ho voglia di crollare ed essere amata e di desiderare
Una vita normale
E togliere i freni, e lasciarmi andare
E farci ingelosire come sale su quel vaso
Che fu pericoloso perché non riempito da me
Che spreco
Avevo fatto una scelta: essere umana
E non tenervi a bada
Con dedizione al vostro umore
Ma ci vuol coraggio a tenere insieme una vita normale
Dove è necessario tollerare
Non troppo, ma tollerare
Stupidate e litigate e meravigliose scivolate
Nella quotidianità semplice e fratturata, dove gli altri sbaglino, si possa mettere un musetto e andare avanti e saper aspettarsi, guardarsi
Amarsi
Non tu
Che spreco
Lasciarsi mangiare dai mostri
Degli altri
A suon di baci
Scontornavo dal suo corpo le colpe
di una vita che gli era appartenuta per il tempo di un microcosmo
di un presente nauseato
Rigurgitato
Come la mia, ero brava
A sanificare
Sistemarerattopparecurare
Ma non facevo niente
Ma come?
Recriminazioni
Che ormai cadevano, esauste, senza forze
Secche
Come pelle morta
Come muta di biscia
Da sole, non facevano più parte del mio progetto di vita
Non facevo niente, osservavo e amavo
Forse,
Mi concedevo, forse
Alla calma,
Forse
Per me?
E con un filo e un paio di mollette strizzavo e
stendevo
Settembre
Perché asciugasse
Dall’acqua stagnante
E si rinforzasse dal freddo estivo
Scendevano lacrime come fontana a fine adrenalina
Avevo smesso di trattenere tutto
Dopo decenni di tensione
Cuore in torsione dentro mani rozze
Sembravano lontane
Profumava di pulito e di speranza
Così vicino
Che fare?
Non fare niente, osservare, lasciarsi amare
Non era con una pezza alla bocca del torrente che potevo fermare la vita.
Da un giorno all’altro, una goccia fuori dal vaso condannò per sempre un germoglio appena nato.
Ma una vita normale, costruisce, crolla e rinvigorisce, non ha spazio per punire, perfetta, e condannare.
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