Militanza, chi è?

Si alza, e prende posizione
Filo su mi sono alzata.

Parla e lancia quel sasso dalla scarpa
e lascia quella sedia, prendi posizione,
a passo ampio e coraggione.
Mi tolgo i massi dalle scarpe, un passo alla volta, ogni scelta per volta,
è uno che si allontana dalla morte

Alle vostre risate sul nostro dolore mi alzo,
All’ilarità sulle nostre lacrime,
mi alzo
Al vostro pettegolezzo
mi scosto
Al gioco perverso di salvare il mondo
dall’ottusa fortezza da dove modellate la vita degli altri per sentirvi a posto
Mentre ridete di noi
Mi alzo.
Giudicanti e ignoranti
Supponenti e perbenisti
Mi alzo in piedi,
Prendo posizione
Alle vostre fragorose risa
Senza provare vergogna
Sui nostri corpi
Rispondo:

Io non rido
Mi vergogno per voi
Mi alzo
Me ne vado

Sono altrove.

Lo lascio lì il masso pesante sul vostro cuore. Abbiatene cura.

Militanza è stare al mondo. Militanza è prendere posizione. Quando fa male e fa paura, non va di moda.
Quando la vedi là, l’anima crollare sulla schiena delle montagne senza potersi aggrappare alle funi, quelle da sole, adulatrici, da scalare. E scivolare
Io mi alzo, davanti alle vostre risate, quelle vostre parole buttate gratuite sul nostro dolore.
Chiunque si faccia delle grandi risate davanti alla vita di un altro essere umano è passibile di legge.
Chiunque ironizzi, supponente, su ciò che non sa, su quel che non prova, e scoppia ilare davanti ai nostri occhi, il nostro cuore i nostri corpi dilaniati ma ben venga, signore, ci guardi, parlanti, ancora, d’amore, in luoghi, luoghi persone, persone scrigni, scrigni di uomini e scrigni di donne, dove la legalità, l’umanità, l’amore, la giustizia son mancate e mai viste passare, distorte, dovrebbe essere passibile di legge.
La militanza è quella di porre, nel tempo e nello spazio, negli incontri, nel poco rispetto dei limiti, delle differenze, dei no precisi. Ben chiari. Di posizione.
Prendere posizione è scegliere, portare alla luce le parole. La verità. La propria vita davanti al sole, la propria anima nascosta tra le macerie. Dai rifiuti. Dalle fasulle certezze che chiunque ha su di noi e sulla nostra vita avuta. Il nostro presente. Il nostro dolore, elaborante e cocente.
Quando ti va. Come ti riesce, lascialo andare.
Alzarsi e non porgere la faccia al dolore. È prendere posizione.
È sforzarsi di essere in-coerenti, costantemente e militarmente, con l’aspettativa di polvere e mestizia che ha, nelle gabbie chiuse a chiave a doppie mandate, chi ci circonda.
Militare è stare al mondo, militare è arrabbiarsi, spaventarsi, è prendere posizione. Uscire dalle gabbie e parlare. Ogni giorno. Con quello scudo goffo sul cuore.
Seduti su un tavolo, una sedia di aeroporto, un’aula di tribunale, una panchina, la poltrona di casa. A lavoro, a scuola.
Non c’è comprensione. Non può esserci comprensione nella derisione della morte sui corpi, nel dolore provocato dalle parole, nella violenza della giustificazione. A ogni “è solo un piccolo errore” una vita muore, e un’altra soffoca ogni volta che ne si nega il dolore. Non ci deve essere mai, alcuna comprensione.
E la differenza è netta.
E io mi alzo.
Ma questo, ancora sfugge.
E copre.
E ride. E deride. A troppi.
Puoi farlo, puoi, certo che puoi ridere di noo, se non ti vedo ridere di noi.
Se cerchi appositamente contatto, nel pettegolezzo scaltro per alimentarlo e generarlo, la dignità silenziata col grilletto ha il coraggio di parlare.
E la sua voce è sempre spiazzante, e ben diversa da ciò che la maggioranza si aspetta, con la tonaca bianca condisce e propone e spezza ogni giorno il pane e imbeve nel vino ubriaco pezzi del nostro corpo.
Mi alzo, e mi scosto, peggiore del male che questo a sua volta condanna, ricopre.
Puoi farlo, certo che puoi, se non ti vedo, e non ti scopro.
Se lo fai davanti me, su di me, davanti a un altro essere umano, che si pone in silenzio e dignità nei tuoi confronti, non provocare fino a strappare, credendoti simpatico, nell’olimpo della tua presunta innocenza del dio bene. Perbene.
Mi alzo, mi tolgo i massi dalle scarpe, e me ne vado.
Altrove. Molto lontano.
Potrai ridere dei dolori dell’altro, dei miei e dei suoi, delle mie battaglie che non conosci e non pensi probabili, sei libera, fallo. Ma se con grande supponenza i tuoi solchi sorridenti si spalancano davanti  ai miei orrori non esiste compiacenza.
Chinare la testa all’orrore, alle parole prestate alla massa, non è la nostra causa.
Nemmeno se mi fai paura, neanche se ti incontro per strada. Nemmeno davanti ai vostri protetti, i grandi amici, amichetti, amichette e protettori e protette. Nemmeno davanti a chi come voi, alimenta l’orrore. Siete voi, che isolate le persone. Che fa più paura di chi uccide e dopo si addolora.
Io mi alzo, davanti alle vostre risate, le vostre parole sul nostro dolore.
Il vuoto su questa terra non lo lascia chi muore, ma chi seppellite, lo lascia chi non si alza da quella sedia, quella maggioranza che sta lì a guardare e giustificare, consumata da se stessa, mai stanca di masturbarsi col proprio odore di vita inventata, incastrata, tra le proprie azioni mancate, nelle proprie posizioni violentate, che si manifesta quando non ti aspetti, in un incontro a caso, in una sera a caso in un luogo mai a caso, come non puoi immaginare.
Ti prende alla sprovvista. Che cosa fare?
Io mi tolgo i massi dalle scarpe e me ne vado. Io mi alzo, davanti alle vostre risate, le vostre parole sul nostro dolore.
Prendo posizione.
Bisogna scendere dalla fortezza del proprio belvedere e abbassarsi alla storia dell’altro, per conoscere, per sapere. Per curare.
Portare rispetto e molta attenzione a quanto si dice sulla vita delle persone è militare, è prendere posizione, su ciò che si pensa di pensare è posizione, e quello che si crea con quel male non è un gioco, il male sociale non è divisibile per due, è singolo e si protende, è colui che si crede e professa innocente, e che parla, senza sapere, oltre il genere, senza sesso né pelle, che su questa terra si aggira senza pensare, che parla senza parlare, è colui che usa parole per giudicare, per educare, portando avanti storie incredibili che di comodo usa da rattoppo, pezza marcia per tappare spaventi propri, i propri dolori, per tappare la bocca a quei corpi mai posseduti né mai conosciuti.
Mai suoi.
Presuntuosi.
Eppure questo male e questo rattoppo di comodo non passa inosservato a tutti.
Qualcuno ancora si indigna alla vostra goliardia, con grande goliardia, con grande dignità pone ancora domanda di cura, e si schifa, e si alza in piedi, prende le sue cose e va via, a quelle risate sul nostro dolore, si alza in piedi.
E saremo goffi, buffi, sbaruffi, ma ci sottrarremo, vivi, di amore, lotta e dolore a questo tritacarne dell’io malato. E ci alzeremo sempre dalle sedie, aspettando che qualcuno ci segua.
Ma è il suono dei nostri passi, in mezzo alla gente, che ci accompagna, ogni giorno, creando vuoti tra la stessa gente.
Quel silenzio lo conosco, mi segue e ci precede.
Nessuno si chiede.
Nessuno ti segue.
Eppure, noi continuiamo a lottare.
Soli, goffi, buffi e sbaruffi.
Col cuore spalancato di dolore. Accarezziamo.
Disobbedisci. E indignati ancora. E poni confini sul male gratuito. Quel male che fa salire il sangue al cervello, quello ancora vivo, di chi combatte, quella guancia posta alle mafie.
Quelle che non sapete di alimentare.
Chiunque si faccia delle gran risate davanti alla vita di un altro essere umano è passibile di legge.
No, non la legge che pensate, quella non tutela tutti noi. La giustizia della sentenza porta raramente alla luce la natura delle cose.
La legge vera, quella al di sopra degli uomini, la legge della coscienza.
Alzati, e prendi posizione.
Non lasciare che sia.
Togliti il sasso dalla scarpa, finalmente, parla, gira i tacchi e vai altrove. Lascia che guardino le tue orme, quelle persone.
Poche.

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