Il valore delle cose
Egoismi, arroganze e anacronie
Filo su amore solido, senso critico, aquiloni e zavorre
Ci appartiene veramente soltanto ciò che noi stessi portiamo alla luce, estraendolo dall’oscurità che abbiamo dentro di noi.
Intorno alle verità che siamo riusciti a trovare in noi stessi, spira un’aura poetica, una dolcezza e un mistero, i quali non sono altro se non la penombra che abbiamo attraversato.
Marcel Proust
Il senso critico salva la vita
E il linguaggio pensato
E la corrispondenza pesata dei gesti con le parole
Una scala di valori differente
Non è una colpa
Non sei sbagliata
Sei tu, salda alla tua forma speciale di nodi, speranze e cime leggere
Non farti fregare dai tempi e dalle consuetudini
Abitudini
Aggressività
Pretese
Non tue
Non si muoveva quel nocciolo, scuro, nero, dava il mal d’orecchio. Il mal di denti. Passavi distrattamente le dita sulla pelle e lo sentivi. Ci ricamavi su, ci mettevi i fili, le paure, le sbottate, le torte, sapevi intortare, ritornare. Spiegare, sempre spiegare, comprensione, ricamo, cambio di rotta. La colpa bussava veniva a trovare sfondando la porta di fango con lo stivale, di nuovo, perché sei così, perché parli così, perché senti così, perché ti poni così. Non si muoveva quel nocciolo. Era deludente ritrovarlo ogni volta lì. E faceva piangere. E non si poteva nemmeno piangere.
Ogni volta che un uomo si abbandonava alle mie cure era lì che trovavo ancora il senso del mondo. Accudimento, materno, soffocato, malato. E se ti assomigliava, come doveva sempre assomigliare, allora meglio, potevo soffrire di più.
Per il niente
Per il nostro
Per il morto
Dolore
Continuavo a cercare te negli occhi degli altri. Nei capelli di chi mi desiderava un po’ troppo da sembrare mai interessato davvero, da sembrare che sì ma poi era no, e poi sì, tanto, ma sempre no, secondo il suo no, il mio sì per giudicarsi ancora, cugino forse del nulla amante dell’errore, servo te, servo a te, non valeva niente, non è successo niente, tutto qui.
Io giudicavo nulla ciò che accadeva dopo, l’aggressività, il narcisismo, la ingannevole fluidità libertaria che di libero non aveva nient’altro che il proprio egoismo, perché la libertà ha bisogno di fatica di senso critico di un cervello pensante, di tentativo e studio. Si riduceva sempre e solo al consumo, del cibo delle carni, del faccio ciò che voglio, perché sono libero, e in vero sei libero di trattare l’altro come bambola di pezza, passatempo gonfiabile del godimento dell’altro.
Sollevavo i polveroni dal fondale, quando qualcosa quadrava solo stando zitta, sollevavo domande infinite quando sapevo già la risposta che non avrei compreso, che sapevo già anni luce prima, e di cui non avrei accettato il suono, nel mio aquilone di antichi valori le carezze stavano prima del sesso, la voce prima della penetrazione, il bacio prima dell’ego. Ma non era per nessuno, né tantomeno per l’ennesimo malcapitato incontro ripetuto.
Slegami da questa condanna
Vita per cui lotto ogni giorno
Sciolsi la corda che tenne stretto per sempre il tuo collo.
Non ancora, non era ora, datti tregua, non riuscivo nemmeno ora.
Lasciavo andare ciò che calamitava con me nelle mie ferite profonde, a fatica, certo, ma il senso critico a cui salda mi aggrappavo mi salvava la vita, perché avere a che fare con l’altro, impegnarsi nel mondo da soggetti pensanti e rispettosi del vuoto dell’altro costava fatica. E non siamo disposti. Non tutti. Portavoci delle diversità da facciata, per apparire leggeri e senza vincoli, degli amori liquidi scambiati per vuoti, ne abbracciamo solo una e con una sola schiacciamo tutte le altre. E consumisti di ogni corpo e di ogni sentimento, seguendo la scia del branco, ci immoliamo moralisti e perbenisti, aggressivi nel lessico e nella parola davanti agli altri. E mi incastravo male nel progetto del nulla, nell’equivoco del bianco e nero, nella dicotomica concezione della vita e del promiscuo limone non negato mai a nessuno. Corpi intercambiabili da alti intenti contraddittori nei gesti e nelle intenzioni. Vuoto come i corpi di cui godevano.
Il valore di un bacio.
Della mia diversità ne facevo solo una colpa, male incastrata coi tempi correnti. Resistenza.
Volevo quegli anni, i miei anni, chiosai. Dove nella fluidità pareva esserci, da qualche parte, più amore.
Avere a che fare con l’altro: chi ha voglia di impegnarsi nel mettere in gioco il rispetto di sé tanto grato e tanto delicato, nel limite faticoso del ci sono, ci sei, esisto, esisti, in equilibrio e corrispondenza di un tentativo accorto, quanto mi sporgo nel non perdermi nell’altro?
Tenevo forte il mio aquilone, zavorrato per troppo tempo da un sistema che non sentiva importante nient’altro che sè. E il vento soffiava. E il buio in me si dipanava. Risorgiva soffocata dal detrito.
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