Calimero
Col coccio sulla testa
Filo su insicurezza, arroganza, saputella.
Il guscio, l’impermeabile, la mantella
Non fui più disposta a barattare la mia felicità per il giudizio delle persone, della loro comprensione, della loro non sapevo in buona fede sincera arroganza
Preziosa
come frusta sulla schiena. Di ogni per te per il tuo bene, per amore
Quale
Imparavo a gran fatica, lavorando sotto il sole con la zappa duramente, ogni giorno a far cadere
Come acqua su impermeabile
Come omeostasi della cellula
Come doppio strato fosfolipidico
Come male parole giudizi insulti di una lingua che non conosco
Le parole degli altri
Dando peso alle cose perché ne decodifico il racconto il posto la direzione il significato il suono
La decodifica la direzione il posto il suono se non conoscessi quella lingua
Non tangerebbe le mie ossa
Il mio stomaco il mio dolore
E pensa alla fonte
Da dove sgorga
La melma e l’acqua sporca nelle gabbie dorate
E io porto l’impermeabile
Stivali alti
Cappuccio stretto
Coccio di uovo con spessore
Il più bello
Analfabeta della tua espressione
Parola
pungente lingua
Cadeva, tutto ciò che non trovava terreno fertile su cui ferire
Cadeva
Si teneva Calimero stretto poggiava la fronte
Timido
sulla schiena le sbarre di una gabbia con sorpresa
Non facevano per lui, nemmeno per me, le persone che accanto hanno il potere di farti sentire come la fine del pacchetto di patatine, solo sale, niente da mangiare
Briciole
Di meno
Di meno di valore di peso di senso
Dimenticato
Sbaglio di più, perché ogni passo davanti a te è una corsa coi tacchi su un uovo rotto, sabbia mobile, il diritto in meno di sentirmi pieno e presente a me stesso, invece con te mi sento incapace e mi svuoto, e non penso, non ci riesco, e se penso non capisco, non rispondo, se mi fai sentire meno divento più scemo, non un Calimero sereno.
E divento più stupido e goffo più di quello che non sono, magari, in vero. Faccio cose senza senso.
Quando c’è chi si sente di più e ricorda col cucchiaio che mi batte sulla testa, mi perdo. Ma i saputelli, gli arroganti i bacchettoni sul guscio d’altri sono in questa terra brulla come gramigna secca e dura, come edera attaccata alle pareti. Succhioni d’ulivo.
Crollano case e ponti
Ce ne sono tanti. E non sanno di tana, di coccola, di meglio stupidi insieme che sul podio del sapere.
E anche se te li devi tenere, tollerare e avere stretti a te, lasciali parlare, metti lo scacciacqua, dì di sì così si sentono più belli e fieri
Lucida il coccio d’uovo, quello dolce e quello tuo, lasciali parlare Calimero, non dimenticarti di chi sei, se loro si sentono re.
Non credevo che nella vita si potesse provare, tentare, proporre, fare, che si potesse avere un pensiero senza averlo dovuto vagliare per anni prima di averlo, non credevo che tentare e desiderare e parlare erano tra le cose possibili, tangibili, in questo angolo di mondo.
Fai da sola, diceva la legge.
Ma se fai mi deludi.
Fai da sola, diceva la pietra.
Ma se sbagli, mi strozzo.
Fai da sola, perché da sola? fai troppe domande, non fai mai domande! non prendi iniziativa, non hai una testa tua?
Ma se non fai domande, perché non fai domande? Se non sai, perché non chiedi allora? cosa fai, da sola? Perché prendi iniziativa se non sai? Sei arrogante e presuntuosa. Se non sai chiedi.
Se chiedi, urli, se chiedo piango, se chiedo rovino la giornata, la settimana, la vita. Se chiedo sono stupida. Se faccio sbaglio. Se provo muoio. Se tento muoio nei tuoi occhi. Nel giudizio che hai di me. Nella legge, che conosco, che capisco, che applico.
Che odio
Se faccio sbaglio, se sbaglio deludo, se deludo muoio.
Muoio. Te ne vai.
Hai una testa, perché non fai da sola? Pensa, ragiona, prova. Hai sempre bisogno di assistenza.
Perché provi se non sai? Se fai sbagli, come sbagli mi deludi, quei perché pungenti mi filano lo stomaco, e la gola, come fossi tonta, e stupida, e lo sono. Sapendo di esserlo ai tuoi occhi mi blocco, peso nel mondo, ho paura, ho terrore di vita. Non faccio niente, per paura. Per paura sto ferma, se sto ferma non faccio errori. Se non faccio errori nessuno mi spaventa mi giudica mi grida mi fa del male mi abbandona.
E la vita mi passa davanti come carro funebre colmo di fiori.
E la vita a essere perfetta mi è passata sulla testa. E ha pressato la schiena e le ginocchia, uno schiaffo sulla testa. E l’infanzia l’ho perduta. La giovinezza non mi ha mai saputa.
A ribellarmi dalle catene dell’incapacità c’è sempre un gancio nuovo che pungola il mio coccio di uovo da spaccare. Sulla testa. Calimero.
Il primo peluscietto che in quel freddo aprile il mio occhio piccolo e sparuto ha visto in quella fragile solitudine culla. Calimero, come me.
Sono nato Calimero con coccio di uovo sulla testa.
Se fai sbagli, se provi sbagli e se sbagli perché hai sbagliato? Ma non potevi pensarci prima?
Se parli hai pensato? Abbastanza? Hai studiato? È sufficiente la tua preparazione per poter avere un’opinione?
Ti ho detto di provare, ma se provi sbagli. E se sbagli te lo faccio notare con la mia posizione di spessore supponenza, arroganza, saputella.
Ogni volta che mi ribello alla mia religione uno squarcio nel cielo si apre e un coccio di calimero si fa paracadute.
L’errore mi mangia.
Ma se mangi con me non mi spaventa.
Perché sopravvivo, anche se sbaglio. Anche se sei arrogante e supponente e io non lo so fare.
Sono nato imparato, era vero, ma io non lo volevo.
E se ora sbaglio è solo una vittoria, abbi cura e rispetto del mio ai tuoi occhi fallimento, meno bacchetta sulle mani e sul di dietro.
È la mia vittoria ogni mio buco faccio acqua finalmente allago tutto, un passo più lontano dal mio Credo.
Io sono fiero, io sono col coccio coraggioso Calimero.
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