Orecchie a split
E bocche a inverter
Filo su orecchio che filtra sicuro, dalla sua grondaia
Ti manca?
Sì. A letto.
Ma come?
Mi manca trovarlo, nel letto. Passare tutto il giorno nel caos del mondo e sapere che la sera quando torno a casa lui c’è. E che comunque dormiremo insieme.
Anna D., parlando con Tullia
Abbiamo tutti il diritto di tornare ogni giorno in una dove ed essere amati per chi siamo, di trovare un pasto pronto, di avere caldo e calde braccia che ci coccolano la stanchezza delle parole dagli altri, quelle poco pesate, provenienti dal caos, uno da affrontare alla luce del sole, sotto le ombre degli altri. E che non parla di noi. E avere il diritto di essere capiti, e apprezzati, con costanza, per quella ventola che abbiamo, chi più chi meno, in basso sinistra di una spalla. Quella sempre un po’ inceppata ma che fa aria buona, o almeno dovrebbe, la nostra.
Un dove simbolico, fisico, quello fatto di puoi, senza dovresti, senza giudizi perché il meglio per te sarebbe questo!, lontano da chi sa sempre cosa dire.
Riguardo la tua vita.
Perché di solito, non sa altro che ciò che non sa ma pensa di sapere, sicuro, su di te, per te.
E non ascolta, se riceve risposta.
Ognuno vive la vita nella dimensione che ha. C’è chi si lamenta perché non trova i soldi per l’acquisto mensile del nuovo Rolex, chi gioisce che per un euro ci escono sei, sette panini. Entrambe le dimensioni, meritano lo stesso rispetto.
Differente accettazione, secondo la dimensione del proprio credo.
Ognuno ha la propria, con o senza dimostrazione.
È la propria dimensione ed è importante che resti sua.
A forma di formina o di ciambella gonfia, non importa. È la sua. Che sia grande o che sia piccola, che sia stretta o che sia tozza, corta e pieghevole, ben delineata, piana o tetraedrica, a forma di calabrone di triglia o di procione, non importa, ognuno vive nella propria dimensione e da lì pensa di sapere quello che c’è da sapere sulla vita, ma non quella sua.
In leggerezza, passa di testa in testa. Chiunque vicino o lontano sa cosa dirti e come farlo. E guai a non essere d’accordo.
Si tiene forte, e ti guarda, dal parapetto in ottone, lucido come il muso del cinghiale fiorentino, consumato non dalla fortuna, ma dalle continue del suo busto inclinazioni, lì da dove passa la vita lamentarsi, parlare, inorridire, ridere e ridire sulla vita di qualcuno che non è lui.
E non lo cambi, quell’inverter lì, non lo manutieni, va rispettato. Non la cambi la dimensione.
Ma la valuti.
Anche nell’ordine dell’addio. Soprattutto, nell’ordine dell’addio.
Accogliere l’altro per ciò dice, confuso e plasmato dal rispetto quindi accetto, automatismo insicuro del -sono io che sbaglio-che non valgo-perché parlo-sono sensibile-sono io quello strano, lo sbaglio- prendendoci carico di chi abbiamo davanti per ciò che fa e che dice, o insieme far capire che si possono pronunciare parole altre, nei confronti dell’altro, e far cambiare idea, e far notare le cose, e occuparci di chi non lo sa fare, prende il posto del rispetto di sé della propria salute e forse in altri termini, anche dell’altro.
Ma fossimo serviti a indicare la via saremmo nati semafori, o cartelli stradali, magari neon. Invece siamo nati piccoli esseri umani che vagano di parapetto in parapetto.
Quell’imprescindibile rispetto lascia, illuminando la stanza, a un chiaro parla, ma lontano.
E non per forza accanto.
Non per forza ascoltato.
Non per forza compreso.
Non per forza elaborato.
Se l’altro non filtra ciò che dice, in noi è necessario almeno un doppio filtraggio.
Ognuno vive la vita, guardando la vita – degli altri – dal proprio balcone, se lo ha, dal seminterrato, dal cavedio, dal loft, dal tetto che dispone.
Sentiamo la fortissima esigenza di consigliare, di esprimere la nostra opinione su tutto, su cosa pensi, su come la pensi, su cosa c’è scritto sulle tue mutande, su quanta pasta mangi, sulle scarpe che porti, sulla legge che segui, sul dolore che tieni, come lo senti e come lo affronti. Che vita porti avanti, che stories su instagram pubblichi, su quanto in fretta rispondi ai messaggi. Per tirare le fila sulla persona che sei, che abbiamo davanti. Sulle persone che frequenti, su cosa fai. Obbligati a rispondere sempre, ad essere connessi sempre, dita nella spina del mondo, del cellulare, con cose da fare nel tempo e nella velocità dettata dall’abitudine che il ventunesimo secolo propina, richiede aspetta propone, a fare con coerenza ciò che gli altri si aspettano da te, perché dicano, vedi? Avevo ragione. Impellente esigenza di controbattere, di essere simpatici. E che tu rida, perché devi essere smart, e mai smarrito, deluso, ferito, imbarazzato, se non ridi non hai umorismo, sagacia, leggerezza, ma solo pesantezza e permalosa visione di te stesso e degli altri. Impellente esigenza di dire la propria. Perchè se non lo fai snaturi la tua natura, la tua libertà di esercitare il diritto di vivere come ti va e far brillare continuamente la tua esclusività su questo pianeta. Come una bomba.
E fattela ‘na risata, che sei un musone, una gran legna. Ridi e la vita di sorride. Reagisci.
Io, sorrido, ma non con te.
E reagisco, ma non con te, se ti fa star bene saperlo ora lo sai, non davanti a te, e il mio muso lo esercito quando e dove mi va. Quello sì, davanti a te. Ma non sei capace. Non ti ritrovi capace.
E non mi va, di ridere con te, di annuire e farti sentire appagato, ma non glielo dici che il suo umorismo è piacevole come una pietra grattata sulle gengive, ribatteresti con il doppio della ruvidità, ma non sei.
Non sei ruvido. Non sei nato carta vetrata. Non sei.
Ognuno, dalla propria grondaia sembra mancante nel proprio set, di colino a maglie larghe, nel percepire le emozioni degli altri, perché non ha idea di che farne delle proprie, e non ha la capacità di discernere la differenza tra libertà di pensiero e di parola dalla sensibilità e la civile convivenza tra esseri umani, la meraviglia di aprire bocca e di non ferire gli altri. Ma io non volevo ferirti in alcun modo, è un problema tuo se te la prendi. Non posso dire ciò che penso? Fattene una ragione.
Diventiamo così falsi rispettosi, con un ventaglio infinito di falsi buonismi, l’ipocrita soluzione del io la penso così e vivo così, rispettabilissimo il tuo pensiero, ma se ti passo sopra come un trattore rispetta me e la mia libertà nel farlo.
Tagliando le torte come ci va. Senza pensare a chi verrà dopo di noi.
E la società sta. E vive così. Nel finto rispetto, nella democrazia velata di polvere, quella stucchevole impasse di dimostrare incompatibilità da una posizione plastica e superiore perché io sto qui e tu stai lì.
E per quanto assurdo, anche questo, va rispettato.
Ognuno vive la vita dalla sua grondaia di pertinenza, e nella maggior parte dei casi ha le orecchie a split. Apre solo dove vuole che l’aria spiri. Di solito da dentro a fuori e mai il contrario.
L’orecchio a split che non vuole essere mai chiuso, che non sa chiedere scusa se tocca di getto e di sbieco l’altro, non rimedia ai danni che fa, è lo stesso che non vuole essere ferito, portabandiera del vivi e lascia vivere.
Eppure in giro è pieno di dovresti, di invadenti ma perché non fai? E di pochi abbracci sinceri, di poco stupore. Di pochi occhi bambini.
Intrisi invece di che strano proprio da te non me lo aspettavo.
Ti converrebbe, non sarebbe il caso?
Alla tua età poi.
Vedo che mangi.
Ti farebbe bene, dovresti pensarci. Ho ciò che fa per te, non avresti dovuto. Perché non ci pensi?
Direste è amore, premura, cura e attenzione.
No, l’amore è un’altra cosa.
È la carezza di qualcuno che riscalda la cena e scalda il giaciglio, perché sa come ti senti, e lo fa col sorriso, per te. Soprattutto in maniera simbolica.
Ogni giorno, ogni volta che apre bocca.
Ma non è così.
E allora sì, che serve un letto in cui tornare, ogni sera e ritrovarsi. Anche simbolicamente. Soprattutto se non ci sei. Liberi di sentirsi, di toccarsi con il tono di voce, che basta poco per amare e per sentirsi amati, delicati e attenti, in maniera circolare. In maniera buona. Non oltraggiosa.
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