Seicentonovanta-cinque
Bella pe’ voi, chicchi
Filo su contentino, tutto vostro
E ora quindi posso? Fuori dall’ordine del sogno.
Quel numero era uscito.
Come una lotteria.
Dal quel momento potevo parlare ma potevo anche non farlo, potevo inginocchiarmi e dormire, e smettere di piangere. Potevo ricominciare, alzare la testa e abbassarla, fare la diva. Potevo prendermi il permesso di vivere e di non portare più il peso del mondo addosso.
Si era staccato e sublimato, quell’orribile peso, in quel numero esploso nelle bocche di tutti, in quel lungo pianto di dolore che ne è scaturito, come un fiume in piena, un torrente di detriti e scarti umani, i tuoi, e di quella gioia, una gioia affaticata, una pesante di disarmo, una che avevo aspettato per anni.
L’attesa era finita.
Ci ero riuscita. E tutti, proprio tutti, avevano avuto il loro contentino. A me la libertà a voi il contentino.
I giornali, gli spalti, la stampa e le malelingue che mi avevano dato per finita, ora, solo con un numero, uno di quelli strappati dalla macchinetta rossa, in fila per scegliere l’affettato, erano state taciute e messe al loro posto. Non dovevo nemmeno esserci quel giorno e invece, e invece quel numero è uscito. Proprio quel numero, quel giorno.
Il conto era saldato. L’assegno era stato firmato. Potevo vivere libera la mia nuova vita.
Quel numero era uscito. E io potevo finalmente andarmene.
C’è chi era sbigottito, chi non ci credeva, chi chiedeva di ricontrollare più volte. C’era chi era notevolmente emozionato, chi sfranto, chi incazzato.
Ma a me non importava.
Ora potevo dirlo, no? che qualcuno mi avrebbe ascoltato. Era questa la scommessa, no?
Ti ascolteranno, certo, tramite il tuo successo, quel successo. Questo qui.
Mi ascolteranno perché finalmente sono diventa qualcuno, no? come da romanzo, da copione, da cena a tavola con le arance salate, una nuova ricetta, affogate nel pianto.
Posso congedarmi da tutte queste ipocrisie.
Posso strappare i brandelli di attese, le vostre. Le paure, le vostre, le bugie, le vostre.
Posso finalmente lasciarvi alle vostre certezze, ai vostri godimenti, alla vostra falsità, alla vostra più utentica passione perversa, quella di essere a posto con voi stessi, l’unica cosa importante, solo al cedere dell’altro, al crederlo felice secondo il metro della vostra felicità.
Quel numero era uscito.
Quel cadere di peso per poter essere me e me soltanto aveva rotto le catene che lì teneva tutti lì, appollaiati.
Il numero era uscito.
Le fatiche erano state ripagate nell’ordine del sogno.
E l’appagamento degli altri, sì ti prego, quello degli altri e quindi mio, come la più alta e personale forma di libertà, era stato raggiunto. Come un orgasmo, non mio. Per sempre e definitivamente. Nessuno mi avrebbe cercato mai più. Potevo uscire di scena.
Solo lì, in quella sequenza, potevo pensarmi in vita, una non mia ma almeno una c’era, meritata vita mia, cosa rimaneva? solo dopo quell’in-mio-successo.
Ma i sogni sono molto reali sai, disse l’inconscio, al mattino, bello sveglio, mentre si spalmava il burro sulla fetta di pane caldo.
Potevo iniziare a prendere in considerazione che non per forza era necessario vivere in funzione di un numero predestinato o di un foglio da qualcuno firmato, e solo con quella motivazione sentirla mia quella libertà di stare al mondo. Avevo bisogno urgenza disperata necessità che uscisse prima, molto prima, quel maledetto numero e non nell’ordine del sogno.
Almeno le bocche si sarebbero unite tutte nel frastuono, almeno la mia vita sarebbe sgorgata dalla porta del retro prima di tutto quel sangue, di quelle fatiche di quel dolore esanime, da cui non è mai tornato nulla indietro.
Nulla.
Indietro.
Non sono riuscita.
Non sei voluta riuscire. E ci sarà un motivo, non pensi?
Ma appagando il mondo, avrei potuto finalmente occuparmi della mia vita, di me e dei miei progetti. Molto prima. E magari essere anche ascoltata, per una volta. Senza fatica.
Essere guardata davvero, anche solo per un attimo.
Da quel mondo.
Ma può essere questa una vita detta vita, una vita aspettata per un ascolto ricevuto a briciole sbattute sul muso, in funzione di un sogno mai voluto? Portato avanti e non avuto?
Seicentonovantacinque, bella pe’ voi. Chicchi.
Non in quel modo non questa volta.
Ma a modo tuo.
E soprattutto fuori dall’ordine del sogno.
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