Io le ho,
e quindi?

E sbagliamo, continuamente
Filo su pretendiamo apparenze, coi mirini e le pietre sugli occhi

Pretendiamo di sapere sempre tutto, e invece

Le buste sono tre, anzi quattro. Sembrano pesanti, ma braccio di ferro non ha mai avuto problemi coi pesi, no? le tiene sulle ginocchia con leggerezza, e con giocolante maestria le stringe a sé, puntando dritto verso una elegante e audace sagoma nero brillante, probabilmente la sua auto. Nonostante la naturalezza con cui si muove vorrei sorreggere le sue buste con la mia mano per alleviargli l’impiccio, ma non è necessario, i suoi occhi sono abbastanza forti da tenere gli acquisti saldi al suo corpo.
Solleva la testa mentre si spinge verso la sportiva di serie, uno sguardo sul pane e uno sulla strada, e poi di nuovo, sulle uova e sulla strada, così attento che niente cada, custodisce il suo bottino come un tesoro proteggere, come il diamante più lucente e prezioso in regalo alla sua amata. Senza cappello e senza capelli da vero wrestler, noncurante del freddo, fluttua sul cemento leggero, a smacco della strada bagnata che diventa una pista, qualsiasi impedimento lo tenga su una sedia a rotelle non pare un suo problema, non si percepisce difficoltà, delicato si sposta nel mondo, nel suo mondo. Latte, due confezioni di carne, una lattuga spuntano dalla busta accoccolata sul ventre, e qualcos’altro che non vedo mi ricordano che dovrei fare la spesa ma il pensiero che braccio di ferro sia uscito da un luogo a festa con tutto quel cibo tutto assieme e tutti quegli scaffali tutti in fila tutta quella scelta troppa scelta e tutte le famiglie tutte assieme e il rosso e l’oro e i panettoni e i pandori, mi fa mancare il fiato.
Lui invece ce l’ha fatta. Lo ammiro.
Si vede che è un uomo forte e tenace, molosso anche nell’animo. Il supermercato è lontano rispetto a dove ha il parcheggio, si trova quasi all’estremità opposta della sua auto, chissà perché. Eppure il posto c’è.
È quasi buio, vorrei scendere ad aiutarlo. Ma arriverei che ha già finito. Sembra ben organizzato. Il petto tronfio e pieno di energia imbevuta di aria natalizia gli illuminano il viso, il maglione rosso e attillato sembra scoppiare sui pettorali, non ho bisogno di vedere la sua espressione, basta osservare le sue mani, mentre con una tiene gli acquisti con l’altra accarezza la ruota per scivolare verso la sua auto, gesti pesati e calmi si alternano al roteare dei cerchi, con la serenità di tenere le spalle giù, morbide e fiere, non come le mie. Chiuse a riccio.
Penso a quanta strada avrà dovuto fare, quante barriere avrà trovato, quanti ostacoli.
Quanti insulti avrà tirato a tutte le macchine che non lo avranno visto, lì che sfrecciano tra i cordoli in cemento come un rally, come volessero arrivare sempre tutti primi al bancone dei salumi e vincere l’olimpiade dei prosciutti. Giunto davanti alla sua sportiva, con aria soddisfatta, sfodera le chiavi della sua lucente donna. Attivare il pulsante del telecomando con la mano destra gli accende il viso, si avvicina al bagagliaio che si apre lentamente senza l’aiuto delle mani, che magia, anche io un giorno vorrei un bagagliaio così, quello che ora sta legato con una fune al nulla, quello che non riesco a sistemare da anni, ma mentre finisco di mangiare la piadina mi rendo conto di qualcosa di cui non mi ero accorta prima, tanto ero presa  da lui come un magnete, lui che intanto si avvicina alla portiera posteriore lato guida.
La pioggia che è appena cessata, ha lasciato in dono alla terra uno specchio d’acqua sotto le ruote anteriori dell’auto, creando meravigliosi giochi di luce, proprio in prossimità della sua seduta.
Nessuna delle macchine circostanti si trova in un avvallamento dell’asfalto. Tranne la sua. Quella che meno di tutte meriterebbe di avere un lago attorno, ma lui non lo nota, lo guada noncurante, non gli interessa, nella vita c’è di peggio, sicuro di sé sa fare tutto in autonomia, anche scivolare probabilmente, così prende una a una le buste da sopra le gambe e dopo aver aperto la portiera le poggia sul sedile posteriore spostando la giacca in pelle, con attenzione e dolcezza, come se si stesse preoccupando della seduta dei suoi bambini.
Pane e uova, latte e carne. La lattuga, ci sono tutti, passano cinque minuti. Uno per ogni busta. La sua spesa equilibrata da palestrato riflette il suo carattere. Non ha seggiolini in auto, non sembra avere figli piccoli, per quello forse manca solo che alla lattuga metta la cintura. Chissà dove abita, chissà se va in giro con le ruote da sempre o da poco. Tanta la naturalezza con cui le gestisce non me lo immaginerei in piedi sulle sue gambe. È affascinante e perfetto così
Il flusso dei miei pensieri viene riportato al presente catturato dalle sue solide gesta, sicure e organizzate, precise, volontà frizzanti di non arrendersi all’evidenza della vita e di darle ordine, e smacco, sorridente forza, ma mai mancante di galanteria e gentilezza. Fare e rifare, montare e smontare lo rende protagonista di un presente vivo, singolo, dove nulla è lasciato al caso. Il corpo immagazzina le sequenze e la procedura diventa automatica, se devi combattere altro. Con un movimento deciso verso sinistra vira le sue ruote leggere per tornare indietro verso il bagagliaio aperto. In un attimo fa leva sui braccioli della sedia e si solleva come fosse la cosa più facile del mondo.
E se dovesse cadere? come farebbe? Il mio tipico dolore alle anche mi pervade. Perché? Chissà se lui sente qualcosa. Le gambe sembrano fragili e piccole rispetto alla sua energia, sproporzionate rispetto al resto del corpo, esili, al contrario del busto, ho paura possa cadere.
Mi decido a scendere, ma qualcosa mi ferma.
Non devi salvare nessuno. È tutto così perfetto. E il signore è almeno due volte te. Non potresti nemmeno prenderlo in braccio.
Una volta in piedi, in quell’equilibrio studiato nei dettagli, l’uomo si poggia alla struttura dell’auto e piega, in un men che non si dica come una bicicletta, una lattina da accartocciare prima di salire sulla metro, la sua sedia a rotelle. In fondo la sua è solo una bicicletta con le ruote parallele e non in linea. Una bicicletta come tante, come quelle che hanno tutti. Che c’è di diverso, se non i nostri occhi?
Chiude il portellone e, avvolgendosi con le dita alle barre dell’auto, scivola in avanti sulla carrozzeria col fare di spiderman, ma con un velo di dolcezza antica, cauto e attento, apre la portiera della guida e si siede, dando le spalle al freno a mano per un attimo. Si volta verso il volante e ferma lo sguardo lontano all’orizzonte. Il suo essere gentile con le cose e con se stesso mi avvolge in un maglione morbido e caldo, nel mio inverno freddo, mentre accarezza la coscia destra con le mani portando il piede sull’acceleratore. La gamba sinistra sembra voler salire in braccio alle sue mani forti con più timidezza. Sembra più pesante, ma nonostante tutto la sua forza da gigante buono non delude le aspettative, porta a compimento l’impresa.
Procedura conclusa. Il rally-circuito del supermercato può iniziare anche per lui.
Attiva il quadro della sua macchina da corsa, quella che lo porterà lontano da me, una forte musica dance arriva fino al mio bar, l’auto si illumina come un velivolo.
Gomme pronte. Rombo di motori. Spunta in un men che non si dica anche senza l’aiuto del team ai blocchi di partenza, sterza a sinistra verso l’uscita a gran velocità, non curandosi del lento trascinarsi di un carrello zeppo di leccornie con un bimbo seduto sul seggiolino, spinto da una signora goffa e buffa con una cuffia rossa, forse della formula uno di babbo natale, forse di marzapane. Lui le impreca qualcosa dal finestrino, aggredisce il suo calmo attraversare come un portuale in ritardo sulla banchina di una nave ormai partita, e accelerando, incazzato, se ne va. La donna, alzando gli occhi al cielo, spaventata e rassegnata, si blocca in mezzo al parcheggio, sorride da mamma, dà un bacio al suo piccolino con dolcezza, e lascia in dono al vento un’espressione bambina e ancora speranzosa, Buon Natale anche a lei.
Pretendiamo che una persona organizzata con le ruote debba sempre avere qualcuno che lo assista. Perché non ce la fa da sola.
Abituati a compatire chi si muove con un aiuto alle proprie gambe, ci dimentichiamo di chi abbiamo davanti.
Sembrano sempre sole. Le persone con le ruote.
Forse abbiamo bisogno di raccontarcela così per appagare il nostro senso di smarrimento.
Probabilmente ora va a festeggiare con i suoi cari.
O forse torna a casa, non ha nessuno e dorme.
Come te, che è Natale, d’altronde. E forse la smarrita sei comunque solo tu.

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