Fill’e anima

Cigno nero e un po’ albicocco
Filo su quel che hanno fatto di te

Non tutti quelli che esistono al mondo, vivono. 

Alcuni sono morti tempo fa e vagano come zombie tra di noi e nessuno lo sa, alcuni passano sulla terra come foglie leggere d’autunno senza che alcuna cesta se ne accorga, altri lasciano solchi profondi di sangue e di sputi iracondi, plasmando di continuo prosecuzioni di sé come burattini sommessi, soldati ciechi che, mai ribelli, passeranno l’esistenza a venerare quella immagine e somiglianza, unica e divina, cucita con acqua e sabbia che mai raggiungeranno, in altro da loro, credendo di proprietà, per in-soddisfare eternamente quel soffocato, aderente e proprio invece, mai vissuto, sé.

Lei è una meraviglia della Natura, si girò guardando la gobba della luna grossa grossa. È la mia ispirazione, disse un cucciolo di albicocca a pasta gialla, indicando la fotografia di sua madre.
Poi è scomparsa.
Il silenzio.
Ma morta? Chiese lei.
Sì, morta, annuì con gli occhi di mare e ciglia lunghe di foglie di sottobosco.
È una triste storia. Lo so. Quando si tratta di morte.
Ma è la più bella di tutte.
Perché l’ispirazione è rimasta. Me la sono dovuta andare cercare, ristanare, risanare sotto il muschio, la cacca di umano, peli di volpe, pietre e tre lombrichi morti.
L’ispirazione è rimasta. E in qualche modo, con me, anche lei.

È da lei che ho preso la forma del viso, il sorriso, la forma degli occhi. Le gambe, il sedere le dita dei piedi. I fianchi e la pancia. Non le tette purtroppo e nemmeno il colore degli occhi nemmeno l’altezza e nemmeno il naso bello. Abbiamo anche le stesse malattie.
Ma modi diversi di affrontare il mondo. Cioè che quando grandina una resta lì sotto perché le hanno detto di fare così e l’altra.. pure, ma quando tutti si girano ci fa il gelato mescolato con la frutta, da leccare, con lo stecco di legno per l’estate.
Una vuole chiedere alla pesca di uscire il giovedì ma non ce la fa perché la pesca non sta guardando lei. L’altra, per contro, non aspetta altro e, pur di farlo, ci si getta a peso morto, con chiunque le ricordi la vita che ha lasciato. Amichevole. Inimicata. Abbandonata.
Una sa contare i tramonti di un anno passato su Marte parlando all’indietro, emana luce rosa e con le codette alte dipinge pareti e sottoscala, mangia lecca lecca al gusto fragola e lampone rosso, mentre affronta la galera e tiene le albe chiuse con la spranga nel cassetto, ma non si ricorda più come si fa, a parlare all’indietro sostando su Marte, perché le hanno detto che non lo sa fare, e rifiutandosi di contraddire e rifiutandosi di vivere lei, coerente e terrorizzata, non lo fa, preferisce stare al buio, calva, allevando zecche, mangiando carbone amaro buttato per terra dalla bocca della gente.
L’altra, lo fa invece, perché non si ricorda che non lo sa fare, ma appena se ne accorge che qualcuno se n’è accorto che lei lo fa e che lo sa fare anche bene, ma appena se ne accorge che chiunque arriva lì e le dice che gli fa schifo come lo fa, lei non si vede più e sparisce dentro quel qualcuno che vive solo per vedersi riflesso  nella buccia morbida di lei, perché il carbone lei l’ha raccolto, accudito, lavato, mangiato, sperando di trovarci dello zucchero buono per farci la torta di mele ogni sabato nel mese di maggio.
Ma non ve lo dico se è una, o l’altra, un’anatra un cigno o chi per loro, forse un passerotto di tana.
Perché una l’ha insegnato all’altra come si fa, a vivere con la testa arancione di bambina e il cuore di papavero del nord est, senza mai dirglielo e senza farglielo vedere mai.
Non so dirvi come ha fatto, ma è così.
Sono albicocche con le braccia da cigno nero. Che vi devo dire.
Son fatte così.
Anche dopo essere stata trasformata in marmellata, c’è chi si ricorda bene come era prima di morire, vagando per la terra, prima di sfamare i criminali e avvolgere i denti malati nelle bocche lussuriose di parole, addolcendo i vomiti acidi alla corte.
Un’albicocca succosa, col sorriso di sole, vestita di viole di foglie
di lamponi e mele acerbe, al gusto un po’ spaurito ma profondo di qualcosa che sa di infanzia di panna di coraggio e di Bene.
Fill’e anima
Cigno nero e un po’ albicocco, e un paio di occhi di cane mai sottratti alla cattiveria di chi ha saputo per una marmellata contrattare la tua anima
fino a risucchiarla nell’oblio, e sputarla giorno dopo giorno in un inferno di assenza e condanna e assenza
stai con me per sempre ad ogni costo.
E dove sei scomparsa è lì che ti vengo a ripescare.
Fill’e anima. Un po’ cigno nero un po’ albicocco.

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