Se lo dice la legge

allora va bene
Filo su perbenismo indifferente e salvifico

Tanto se ne occupa un altro, non mi compete, va bene così.

E intanto, la vita se ne va, sotto gli occhi.
Ma se non è la nostra, non ci frega niente.

Anzi, non è vero. Ce ne frega il tanto di metterci la coscienza a posto che sennò è scomoda da tenere nella gola. Se qualcuno, pazzo da legare ce lo fa notare, pur di ammettere qualcosa che con maestria trasponiamo omettiamo dimentichiamo da chissà quanto, spariamo. Con le mani con le parole con le armi.
Ma per ammettere qualcosa, una coscienza, almeno ci vuole.
E invece mi risero in faccia.

E se fosse tuo figlio?
Lo lasceresti per giorni da solo al sole e senza amore?
Rispondi.
Non farmi questi paragoni.
Mio figlio sta al fresco in camera sua.

L’etica non è una legge.
I sentimenti non sono la legge.
Il buon senso non è la legge.
E proprio lei, dovrebbe saperlo.
Se le è sufficiente questo, bene, se lo faccia bastare, perché tutti hanno fatto bene il loro mestiere. Non è che conclude il discorso quando vuole lei. Che interesse avrebbero avuto a non fare bene il loro mestiere, sentiamo.
Se vuole contestare o constatare altro posso benissimo decidere di non risponderle.

Non si preoccupi, non ho voglia di discutere con lei.

Gli avevano detto così, al padre di Gaspare, che non teneva più, ormai, neanche la forza per reagire, col muso davanti alle sbarre, dietro quella gente, gentaglia, benpensanti e figurine, i carabinieri, la polizia, le cariche più importanti dell’isola, i sanitari.
Offenbau stava lì, a funzione finita già da un pezzo, col dolore dignitoso e infinito di un padre che sopravvive a un figlio, con sotto braccio la sua felpa preferita e la bandana della madre, le ultime raccomandazioni, prima di lasciarlo andare leggero per la sua strada, anche stavolta, a cuore stretto. Ma forse meno soffocato di tutte le altre volte. Nerè era libero, finalmente, ora.
Figliolo mio, Offenbau sistemava le ultime cosine a lui appartenute prima del saluto finale, Nerè mio dolce, la tenacia, la tua solita, ti ha fregato. Mio Nerè, testardo, mai che il buon dio ti veda come tua madre.
Ma in fondo, come posso cambiare le sorti, ho saputo ora, di questa sensazione che trema fin la coda, che stavi così, grazie zia Marisa, che per caso si trovava qui, tra queste campagne sperdute e lontane da qualsiasi aiuto, ma che ti hanno fatto, che ci facevi, qui lontano dal centro abitato, su questa roccia sperduta, solo zecche cicale e conti da sanare, terra brulla e nessun riparo, come i cuori di pietra attorno e dietro di noi, nemmeno la Madonna di pietra, che volge il suo volto al mar di mezzogiorno, ha parlato, dolente e accasciata, dal corpo dei disumani che si dicono umani senza pervenire un’anima.
Oh Nerè, piccolo cuore forte nel pieno della tua gioventù, mi lasci qui, vecchio e senza coda, non dire niente, lo so, lo so che lo hai fatto per noi, perché era il tuo dovere, ti sei fidato, ma il corpo, cucciolo mio, ti ha lasciato, e mi sembra di vederti, silenzioso e fiero, qui davanti, in attesa di un cenno, questo sei tu, e qualsiasi altra forma di costrizione ti avrebbe snaturato, tu sei sempre stato così, altruista, buono, forte come Strelka, tua madre. Ma non era giusto, fare questa fine, non tu, non qui non per me. Ma mi hanno detto che per la legge stavi bene. Che per tutti era così, che andava bene.
E ti hanno lasciato qui, solo, a morire sotto il sole cocente, di caldo.
E io lo so. Che lo hai fatto per noi.
Nerè mio, vola alto ora, e proteggiti dagli spifferi. Non inseguire i cani più piccoli e nemmeno i gatti della zia, che lo so che non ti sono mai piaciuti ma sii prudente.
Troverai tanti amici su, loro sapranno indicarti meglio la via. E mangia, Nerè, mangia anche a colazione!
Che davi sempre tutto agli altri e a te, non te ne restava niente. Come quando eri un topolino.
Mi dispiace di non esseri stato accanto al primo abbaio, e nemmeno alla prima battuta di caccia. Ma lo sai come vanno queste cose, non sempre ci comprano ascoltando il cuore. Tanto hai dovuto osservare e perire, che non avevi nemmeno l’età, tutto è avvenuto quella notte la ricordo bene, in quella bettola puzzolente, dove sei stato scelto e preso dalla mano sbagliata, ma da quella che sapeva sin da subito, che dei tuoi occhi e delle tue orecchie si sarebbe potuto fidare, quella mano che ti ha tenuto alla gabbia, mentre ora pranza coi suoi, mentre ora festeggia con le sue, che tutto voleva, da te, lo so, impegno velocità forza e dedizione, ma per te, nemmeno una coperta.
Mai a lasciarti il posto che meritavi, sempre fedele e laborioso compagno di vita, se questa è vita, quattro sbarre su un cemento armato, spoglio di tutto, zampe su vento e pioggia e zampe consunte, nemmeno una piantina per fare compagnia, neanche un biscotto, un pupazzo di stracci o un pallone rotto, hanno confuso i ruoli, Nerè mio, quello dietro le sbarre non dovevi esser tu, ma quella testa di paglia del tuo padrone, l’assassino burlone.
Mentre d’estate le sbarre in ferro fanno più male perché non ombreggiano, egoiste, che se stesse, d’inverno, il vento gelato si incanala spirando, buttando la ciotolina misera di acqua e fango.
Quanto hai sofferto, Gaspare mio. Se questa è dignità, dovevo capirlo prima.
Ti ha comprato un omicida, che non sapevi nemmeno abbaiare. Scontata la sua pena ha pensato bene di ritornare. E continuare, insensibile, a fare del male, come tutti questi qui, che parlano di te e di cosa si poteva fare. Scaricandosi il barile che tanto non si tocca il loro bene più prezioso, han giocato a chi applicava la lettera migliore, al bar più vicino, zuppa di belle parole nel vino, due firme qua, due firme là. E intanto Nerè moriva qua.
Tanto che vi frega, era solo il figlio mio.

Gaspare giaceva sereno, finalmente,
sul letto di terra fresca.

Piangeva le ultime lacrime di saluto.
Offenbau sapeva piangere, come gli uomini più forti sanno fare. Il baffo canuto, dello spinone vissuto ormai in pensione, misto bracco. Un tartufone dal cuore buono, uno di quelli da caccia tra i primi puntatori dell’isola, che di vita ne aveva vista tanta, ma proprio tanta passare sotto la pancia. Aveva conosciuto il dolore che non era nemmeno primino, aveva perso i suoi migliori amici in battaglie non loro, in cave non a norma, in battute al cinghiale poco sicure e piene di presunzione. Lui si era sempre salvato. Vuoi un istinto di sopravvivenza più forte, una astuzia più una arguta, una dose di tecnica e quel pizzico di fortuna che anche gli audaci come lui bramano di avere nelle peggiori sventure.
Bravura, denti stretti e coraggio. Questo a Nerè non mancava e nemmeno ad Offenbau.
Gaspare, orfano di madre speciale, cacciatrice di cinghiali e modella, bellissima tra le belle, una amazzone tra i cani, quarto di otto fratelli, non ne aveva colpa, non gli importava stare dietro alle umane leggi, voleva battere tutti sul campo, e non doveva perire così, unico pagante di questa triste storia.
Ma da qualche parte questa noncuranza doveva pur ricadere, e così ha fatto una mattina in pieno agosto, svincolati i non trovati cuori umani era ricaduta, spegnendo il respiro stanco di un cuore nel pieno della vita, su quella sbagliata, di creatura.
Gaspare aveva fatto la prima e la seconda campagna alla lepre, la ricognizione delle volpi delle tre isole e la prima e unica battuta alle poiane adulte. Una vita intensa sin dalle prime curve. Spezzata da chi doveva tutelarla, e non solo sfoggiarla.
Ma se la legge, dice che va bene, allora va tutto bene.
È così.
Oro colato per chi la vuole la promulga e la compie. Noncurante di come stanno realmente le cose.
Come sta, chiedevo io.
Non è affar mio, se ne stanno già occupando, è il miglior modo di concludere, perché le tragedie continuino ad avvenire, e la vita, perire. L’ignoranza fiorire.
Se avevi un cuore non lo potevi fare quel mestiere. Ti mangiava carne ed ossa come avvoltoio affamato sulla schiena.
Ma chi sotto il sole di agosto muore, si sa, resta immortale per sempre.

Scrivici!

© Storie di Lana - APS, C.F. 92180030907 
La totalità delle Storie scritte all'interno di questo spazio web sono di proprietà di Anastassia Caterina Angioi, in quanto autrice delle stesse.
È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti inseriti nel presente portale, ivi inclusa la riproduzione, rielaborazione, diffusione o distribuzione dei contenuti stessi, senza previa autorizzazione scritta dell'autrice.