Fiducezza
Salva la vita e il mondo con lei
Filo su misto dolcezza misto fermezza.
Non precipito.
Tra me e l’altro se io sono grande, in mezzo,
non c’è sguardo
Oggi no, il gilet non l’ho messo, e con lui, strano ma vero è successo, e sta succedendo, e non so come, ma sta succedendo: anche la paura di stare al mondo davanti a quel numero e quelle pareti e le braccia stanche e tese e il cuore a pezzi, si è messa paura.
L’ennesimo scalino, lo stupore,
e anche oggi, il macigno,
alle parole buone, al sorriso, alla fiducia, alla dolcezza,
ha perso l’equilibrio.
Forse si sentono così, quelli che si laureano, quelli che raggiungono per sé un obiettivo importante, chi si sposa, o magari chi passa un concorso importante. Un lavoro. La soddisfazione di essere stato nel mondo, quel giorno importante, differenza, un’impresa.
Ma questa è una storia di differenza a cui nessuno ha fatto una festa, dei fiori o dei palloncini. Nemmeno due pizzette, Elenì. Senza cena e colazione.
Eppure.
Due fichi rubati alle 12.30.
Vera ha la testa che scoppia, ma non può farne a meno.
Si sente un’impresa. È così che mi ha detto. Ma lo puoi capire anche senza dire niente.
Il cartello lampeggiante che ha ancora davanti a sé, da quella mattina ormai conclusa, sorge ancora, intermittente, insieme al suo passare.
Vera si guardava attorno, rientrando come un cane appena preso dal canile: il giorno successivo stava già arrivando, quello della tregua, quello delle risate, stanca, accaldata, curiosa come sempre, dal finestrino della macchina tutto pareva alla sua portata, sperava come sempre che il viaggio durasse ore, l’aveva sempre fatta sognare e sentire felice, andare e ritornare nello stesso posto da cui si era partiti, e tornarci insieme, e voleva sempre che quei momenti durassero tanto, per poterseli godere, e non tenere in mano pochi minuti per pochi isolati. Vicini.
Vicino a te.
E oggi le stelline di sicurezza e di fiducia nella vita, quel pizzico di orgoglio come una salsa buona sul naso, erano difficili da nascondere sul naso di Vera.
Ticchettava con le unghie sulla maniglia della portiera sinistra, cercando un po’ di rinfresco dall’aria, le macchine passavano attorno alla sua, tutto scorreva come sempre, i clacson suonavano, la ruota panoramica girava, il caldo faceva degnamente il suo corso sulla terra, ma la gente non lo sapeva mica che quel giorno la sua stanchezza era piena di quel mal di testa particolare, quella sensazione di svuotasacco che si ha quando si è appena concluso qualcosa che non ti aspettavi ma che è andato davvero alla grande, un’impresa importante.
Una particolare forma di allegria.
E non dal punto di vista prestativo, no, un’impresa intima, di quelle che conoscono i numeri contati nel palmo della metà della mano.
Sentirsi elefante. Pesante. E non in balìa della corrente come una foglia perduta dal panico.
Quell’impresa che lavori da anni, col sangue e con le lacrime, e nessuno lo sa, quel luogo degno di essere vissuto, le sue gambe, che non immaginavi mica sarebbe andata così, che il giorno prima stai male perché ti senti fallita dentro, col velo nero sugli occhi, sei già a braccetto con la fiaba della principessa nel bosco, donna in quanto donna quindi incapace, che poi ci credi davvero e sei incapace davvero. Ma solo perché la fiaba dice così e non puoi deludere le aspettative.
E quando invece il risultato dell’incapacità stupisce, ecco che le stelline si accendono più forti nello stomaco delle imprese e delle donne che si sentono incapaci anche se lo sono, capaci.
Ma la fiaba, quella di Vera, non era stata scritta di gioia e di fiducezza. E nemmeno di pizzettine, Elenì.
Una maglietta a volant bianco, lambendo il collo, pareva felice con lei, come onde sul bagnasciuga, il sorriso di chi felice disegna sulla sabbia uno due tre sorrisi uno dopo l’altro, e i gabbiani giocare, di quel contento quando il macigno davanti alla casa di Aladino si sposta, e a spostarla sei stata tu. E lo lasci rotolare giù finché non si arresta. Da solo. E non te ne occupi.
Ma oggi, fuori, lo sapevano? E lo sapevano quelli al semaforo che oggi lei aveva fatto la differenza? E tu, oggi l’avevi fatta quella differenza?
Ma quale? Quella che dal grande togli il piccolo?
O la mondezza?
No, quella che dal piccolo e ottuso buio di pietra, togli il grande, quel tuo grande che non dà segno negativo. Dà l’impresa.
Vera conosceva bene quella sensazione, nella sua rapida e convulsa crescita ne aveva superate tante di imprese per cui sentirsi svuotasacco per essere stata semplicemente lei, ma non l’avevano mai presa sul serio. Ed essere leggeri e non pensarci più a quel peso, a quelle cose da imparare, impressionava, tanto era forte.
Esserci nelle cose.
E poter riposare.
Nelle cose finite e toccabili, quante volte l’aveva provata quella felice euforia che pizzica il petto di quel ce l’ho fatta, l’esame, la gara, la prova, la competizione, la soddisfazione, la gioia.
Gli altri. La condivisione di essere stata quella brava.
La più brava. Gli altri.
La conosceva bene quella sensazione, Vera. Di aver dato tanto per quella prova e poi superarla, lasciandosela alle spalle, quella prova. Gli altri. Mai.
Che il gilet dei pesi te lo togli perché quell’impresa scritta con giudizio, il voto e la medaglia i giornali le persone lo sanno, e il cerchio si chiude e tu sei felice. E tu sei felice? Esausta stanca ma felice di quella cosa che ti fa ancora estremamente paura. E potevi davvero gioire, e non pensarci più. Era andata. Lo sapevano tutti. Appagante riscontro di aver fatto qualcosa di estremamente pauroso e prestazionale, per se stessi o per la soddisfazione negli occhi di qualcuno che vive dentro te e quindi, tra te e l’altro desiderante, un tappo che coincide. E allora chi è felice? tu o l’aspettativa che tocca tangente nel punto cieco di quella cosa estremamente paurosa e prestazionale di un abitudinario e catartico va bene la faccio, vuota sacco, mi son sentita eroina nel farlo.
Vera guardava i passanti dalla finestra della macchina.
Forse si sente così chi si laurea, che piange per anni e poi riceve riscontro, il premio ti arriva e te lo prendi, e insieme al tuo te arriva per tutti.
E allora fa molto felice. Come la laurea che ti fanno la festa.
Ma oggi non lo sapeva nessuno. Se non lei.
L’impresa, Vera l’aveva fatta, e ogni volta che un’impresa veniva conclusa e portata a casa sapeva che anche se non se ne accorgeva nessuno, lei col suo stare al mondo in quel modo faceva differenza, nel meccanismo incastrato di quegli altri, ignari.
Creando un precedente. Quindi poteva ricapitare.
E precedente intrecciato a precedente creava un tappeto di qui, qui ed ora pazzeschi.
Si pazzeschi come quando lavori a una cosa per anni e poi, poi vien fuori nel posto che meno ti saresti immaginato, e poi scopri la formula che ti serviva. Il giorno in cui il gilet non l’avevi messo.
E allora ti sei riscoperta pesciolino in un acquario. Recettiva di temperatura, di sguardi, di parole. Di sfogo, ti faccio fuori, lì davanti a quel numero e la forza. La forza del coraggio di esistere.
Non c’era qualcuno tra lei e l’altro. E nella fiducezza ci si può aver a che fare con gioia, che quel muro in mezzo di giudizio e colpa si fa paura da solo. E Vera era più grande.
Che no, di prestativo non ha niente.
Che di vita e di nuovo, di reale e di coraggio invece può far tutto. Come fosse niente.
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