Cuori all’altezza
Di garze di ladri e di brillanti
Filo su godimento. Ma dietro, mica poi così tanto dietro, è l’ingiustizia che alimentiamo.
Nessuno è migliore di qualcun altro.
Ognuno è speciale a modo suo.
Lo diceva Forrest Gump, e lo dice un sacco di gente che non sa neanche cos’è un cuore alla Gump.
Poi lo dice anche altra gente, ma non è vero niente, perché di questo si fa bella, ma non ci crede, la gente. Perché lo dice la cultura, la società, la scuola, ognuno di noi sa che c’è chi vale un diamante e chi, un pugno di sale. Eppure sarebbe così facile guardarsi con amore, diversi e rispettosi.
Servirebbe solo un po’ di riguardo, qualche pensiero in più e una carriola ciascuno, di lavoro su di sé, in più.
E non servirebbe sensibilizzare nessuno, e non servirebbe impedire di ammazzare qualcuno.
A voglia di salire più in alto per vedere la luce riflettersi sui diamanti. Prendere in giro le gazze ladre, che sciocche così estrose, che superficiali queste gazze ad esser ingannate e accalappiate dalle pietre più brillanti.
Voglio la scala, la più alta di tutte.
A voglia a prender in giro le allodole e gli specchi.
Noi siamo ciò che prendiamo in giro. Ciò di cui sparliamo continuamente.
Così amanti dell’onore, della buccia e dell’involucro dell’uovo da scartare, veniamo attratti dal fuori luccicante, che il cioccolato pazienza, ci resta fino a natale. Ci dona sicurezza, contorno, visibilità e rassicurazione la carta stagnola sulla fronte, che rispecchia l’altro che desideriamo in noi, autorità, accettazione e istinto, rende forti. Il benessere dell’involucro, porta avanti il gene migliore. Il più preparato-forse-, il più bello-se lo dici tu, il più grande-credo il più illuminato-boh.
E intanto, godiamo.
Le feste, schiocco di dita, divertimento, stelle.
Gli encomi. Le targhe. Quei fregi così ricamati.
Quel famoso fare bene, e farlo per se stessi, purché qualcuno se ne accorga di quel SeStessi, del nostro maldestro passaggio su questo globo schiacciato sui bordi.
Come amiamo, come godiamo di quel che ci fa salire più veloce e più in alto. Vogliamo le vette le nuvole la luna, il sole.
Attratti da quel che riempie petto, pancia calzoni, ci aggiriamo nel mondo per capire che farne di questo tondo, ci piace farci sentire, ascoltare, ammirare, ci piace lamentarci, scoppiare, e poi ancora, senza limite né soddisfazione.
Elevazione verticale, gotica aspettativa di provare a mettere un piede più in alto degli altri, con la scala di dio.
Eppure il mio dio non so sta lì, magari sta molto più giù e non è mai salito su. Sporco di terra e di crepe e di sangue ha le mani e la fronte.
Amiamo chi visibile sul pelo dell’acqua lascia scie di lucentezza e profumo di ciliegia rossa.
L’acqua su Marte, l’Hotel sui cerchioni di Giove. La Luna sulla pelle, i missili sulle mani dei bambini e le alghe nei polmoni, sulla schiena bastoni, stupri, è meglio che muori. Le vacanze su Saturno, le guerre per una terra che in fondo mica è nostra.
Le serate di gala, che apoteosi, gli aperitivi a bordo piscina, i pranzi delle cravatte, le serate dei tacchi, e poi i palazzi di cristalli, e i balli di seta e di tulle sulle mani delle donne, servitù sporche.
Com’è bella la vita di chi scopre un nuovo modo, sempre più bianco e pulito, atroce di stare al mondo.
E le targhe da appendere in ufficio, le bandiere sul petto, com’è preziosa la tua preparazione, permette al mondo di scoprirsi, migliorare ed andare avanti con costanza e buona sensazione.
Le punte di diamante che forgiano il presente. Serve tutto, il buio e la luce. Non si può prescindere da chi ambisce a far carriera. La verve, la testa, l’ingegno, perché tutto funzioni. Perché le teste pensanti, pensando, devono godere dei privilegi a cui la loro testa ha portato le loro scarpe.
Perché tutto funzioni.
Ma sa tutto di buio, qualcosa non va.
Che belle le rose da portare alla cena, che bella la tavola di seta. Che bel concerto, questo qui, da quanto tempo.
Il Titanic ha visto l’iceberg ma ha virato troppo tardi, la punta era gigante, ma tre volte il suo sommerso.
Com’è bello questo ciuffo di carota, verde, speranza, e la carota sporca, di terra, fittona?
Ma certo che ci ricordiamo di tutto quello che c’è dietro, di quello che c’è sotto, sotto, certo che ci ricordiamo della mano, del cuore, della terza classe, del lavoro operaio, ma che scherziamo? Fondamentale, si dice, l’opera a mano.
Ma la cerebrale vale di più.
Ma le idee valgono di più.
Ma le lauree valgono di più.
E noi che abbiamo il cerebrale, le idee e le lauree ne parliamo al summit Holy36, fei lavoratori precari, poi ci allunghiamo al Savoy, ma facciamo meno pacchiano che poi si sa in giro. Noi, al summit Holy36, parliamo dei precari, di chi non lavora, delle classi quelle manovali, delle basi, di chi regge le calze sporche, di chi non studia, ne parliamo noi, che abbiamo la scienza infusa, che siamo le punte di diamante, ma non dimentichiamo chi ci permette di forgiare il futuro, l’elettrico, la velocità, la scoperta della rotazione.
Lo diciamo in giro, che non esisterebbe piramide senza base. E lo diciamo, che siamo preoccupati
Noi, al summit Holy36, ne parliamo. Mentre ci sciacquiamo la bocca dal dolore che non sentiamo.
Poi chiudiamo le biro, stringiamo due mani, anzi no, gomito pugnetto, prendiamo l’ascensore e torniamo a casa, nei nostri divani. In fondo il mio lavoro è concluso. Ognuno, guardi il soffitto brillante del patìo da millemila euro, ha il destino che ha. Non posso occuparmi di tutto.
Già.
Ma io lo so che la terza classe fa girare il commercio la vita, l’economia la pancia e le tasche di tutto il mondo.
Ma ne parlo io, al summit Holy36 tra una giocata di padella e l’altro.
Sono io che ho studiato e sono io che ti rappresento, sono io che parlo, perché tutto funzioni, e faccio in modo che si sappia che esigo che tutto funzioni.
Ma come funzioni?
E come funzioni?
Non ne parlerai tu che ti spacchi la schiena da mattina a sera d’ora in poi, perché tutto giri sul serio, per far sì che quel cuore venga aperto in orario, in sicurezza, in pulizia e in piena regola.
Il mondo non nasce e muore in quel frammento di vita che vediamo, che ascoltiamo, con il quale ci congratuliamo, il mondo non nasce dal nulla per caso, attraverso quel momento che ci appare migliore da osservare, il più condiviso, il più pap-p-abile.
C’è chi per quel cuore che va aperto a quell’ora, prepara la sala, fa da mangiare, produce il lattice dei guanti, le piastrelle, le tubature, l’energia elettrica. Coccola, pulisce, snoda, tira. Stira, lava non dorme, si ammala, muore. Belle le rose, ma chi le ha cullate con cura perché tu potessi godere di quel dono? Com’è speciale una festa.
Com’è bello avere una casa, dei figli, vivere nel pulito nell’ordine dei pasti sempre all’orario giusto, nei vestiti puliti, nelle cose da mangiare, nella cene e nei pranzi.
Il mondo ama le rose, le feste, le case pronte, Marte i tappeti rossi, le cose morbide, ma chi resta tra i bicchieri sporchi, i residui di liscio, le latrine da lavare?
non tu con la biro che stringi mani per mostrarti sensibile agli altri. Ah no, pugnetto, perdoni. Alzati la mascherina che hai finito di mangiare.
Che intanto noi ci ammaliamo, che ci prendiamo cura di tua madre giorno e notte, mentre tu lavori e non pensi di pagarmi, che intanto raccolgo il grano e i pomodori, sotto il sole, perché il sugo tu possa fare, per il cenone.
C’è chi lava perché ti sieda lì alla recita del papà più buono, ma tu vedi solo il pulito e perché no, magari lasci anche sporco. Non c’è mai una festa per chi non lavora, non c’è riguardo per chi produce i pastelli per tua figlia che colora, c’è la vita che scorre, fino al giorno in cui la vergogna non si tollera più, ci sei tu che non fai il vaccino, perché ti puoi permettere che la società ti curi. Peggio per loro, dici solenne, ognuno vive col suo grado di istruzione che si può permettere.
L’istruzione ripaga se hai i mezzi e la disponibilità economica, e basta niente perché ciò che apre la mente richiuda e distrugga.
Non sono migliore di te se mangio ostriche e compro champagne, non sei peggiore di me se colori i capelli di verde scuro, mentre io seziono arterie e tu cozze da surgelare.
Ma io so di pesce e tu sai di salvietta al limone.
Io non valgo più di te che lavi dove il mio sangue cola. Eppure educhiamo i nostri bambini alla salvietta al limone.
La guerra, se di guerra non si può far a meno di parlare, non si ciba di opportunità altrui, di malcontento vicendevole, delle diversità togliere brutture e delle possibilità prevaricazione, della fortuna che si ha, flagello continuo per chi non ha, per partito preso, perché mi va.
La formica dirà a modo suo che dura è la vita, così come l’elefante non farà a meno di sottolineare, non le verrà in mente di fare la guerra all’elefante per dire che la sua vita è più bella perché più grande di lei, la formica si concentrerà sulla sua, dalle diverse potenzialità. L’elefante non si curerà di annientare il formicaio o di mangiare il suo pane.
Vogliamo sempre il piatto dell’altro, lo sgabello più alto, senza renderci conto che ci basta così, per vedere più in là, ma vogliamo più alto e lo togliamo all’altro, terrorizzati che possa raggiungere l’aria prima di noi, e lo paragoniamo, e di invidia moriamo.
Ognuno nel mondo nasce in un posto, per molti sbagliato, per molti di fortuna, per molti immediato comodo e sfacciato, per altri troppo sudato. Per altri quel posto è vuoto, come il piatto.
Se il tuo è pieno, puoi lamentarti.
Se il tuo è vuoto, allo stesso modo.
Se vogliamo che sia pieno per entrambi non è mangiandoci le carni del corpo l’uno addosso all’altro che aumentiamo il nostro valore nel mondo.
Se hai una voce che qualcuno ascolta, usarla per dare gli strumenti all’altro perché se lo riempia da solo quel piatto vuoto, potrebbe essere una bella occasione di umanità condivisa, e non è vero che non ci compete, si può fare ogni giorno.
Ma se non lo possiamo fare né ci interessa farlo, non è un peccato, è giusto.
Quel che nuoce è obbligare qualcuno ad arrendersi al suo destino, perché lo vogliamo come il nostro, chiudere le vie agli altri che sono impegnati a provare a farcela a modo loro.
Se la parola insieme tanta energia ci toglie, e non è nelle nostre corde, lasciamo che ognuno si cibi di quello che vuole per stare al mondo, nei limiti del vivibile insieme all’altro.
Ciò di cui abbiamo bisogno è che le persone non nascano con uno stigma già in corpo, che la società, che siamo tutti noi, si popoli di divisioni e di leggi sbagliate, che tutelano i ricchi e schiacciano i poveri, che le persone si uccidano tra loro per un tozzo di pane, ma che tutti possano avere grano per coltivare.
E che nessuno mi denigri per quello che non ho, per quello che non scelgo e per come mi accontento.
Che ognuno abbia le stesse opportunità di vita, pensiamo sempre, sia un’utopia, ma l’utopia, perché non si alimenti da sola e sia toccabile e concreta, è in mano di chi ora vive.
Chi ha possibilità di avere una voce più conosciuta più grossa più grande della nostra, possa usarla per sé, per lamentarsi di più quando ha voglia, o per accogliere chi quella voce non l’ha mai avuta, perché non è nato in allegria su una collina da golf ma dentro una latrina in un giorno di pianto.
E non è colpa sua.
Perché amiamo i gioielli e la loro luce, ma non le mani di chi li crea. Non il suo tempo, non la sua stanchezza. Amiamo le feste ma non chi le sistema, godiamo delle scopate con la moglie ma non ci importa di farci domanda se torniamo a casa e troviamo sempre la tavola pronta, la giacca stirata la camicia perfetta e la casa pulita per una vita intera. Sono casalinga e nessuno mi ha mai pagato. Lavoro tre volte più di te, ma valgo meno di te. Perché?
Le garze dagli occhi e dal cuore le travi van tolte prima che paralizzino l’intero viso, e poi sia troppo tardi per dirsi son vivo, son vivo!
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