Cuore di Pardula
Filo su vuoto salvavita, perché il vuoto la salva, la vita, per chi se la vuol salvare. Che sia cotta che sia cruda, in tempo sempre,
prima che si bruci completamente
Una crepa sull’impastatrice
permette la domanda il dubbio lo spavento del : ma cosa sto facendo?
Pardula aveva imparato a entrare nei misurini a sottostare alle ricette le parole e gli umori delle mani che la impastavano ben prima di essere Pardula grande, a tre impastate? A otto infarinate? Dodici sgrattuguiate di arancia? Macché. Prima. Molto prima.
La cosa è che si copia, si sente, si percepisce, si risponde agli ingredienti, alle mani gli umori e i misurini ben prima dei due e dei tre giri di mattarello: alla nascita, quando l’unica cosa che si sa fare è mettere il musetto fuori dalla sottile granatura della semola. Come tutte le pardule piccole, d’altronde, come fanno tutti i piccoli della specie.
Aveva imparato a fare i macarones de poddighe, le tiricche e i macarones a giughitta subito subito, le lorighittas a occhi chiusi, sapeva orientarsi sulle navi senza saperne della piantina, e ritornare in albergo quando veniva lasciata in mezzo alla strada, in città che non conosceva. Perché?
E boh.
E fare felici le persone tristi.
Perché? E boh!
E aver paura subito di sbagliare di deludere di mangiare. Di parlare. Perché?
E appagare le persone infelici.
E uno se fa una cosa che l’ha sempre fatta mica si chiede perché la fa, soprattutto se non si ricorda nemmeno quando ha iniziato.
Come Pardula, che prima del mese di marzo dell’anno gioeglorioso non si era mai chiesta. Che ne so. E che ne sa.
Che ne so? Ah, ma davvero i tuoi misurini erano così? Avevano fatto così con te?
arduledda si chiudeva a sé e rifletteva, ogni volta che un guanto antibruciature nelle altre cucine prendeva le altre pardule per non scottarsi al forno per la prima volta metteva in dubbio perché lei dovesse uscire dal forno sempre bruciata nera, pensando che a lei una cucina così non era mai toccata. Sentendo i racconti delle altre pardule degli altri paesi si chiedeva, e perché io no?
Così riavvolgeva la ricetta e la ripercorreva, notando che ci comportavamo tutti proprio come mentre ci impastavano.
Le pardule piccole non ragionano facendo i ragionamenti delle pardule grandi. Ovviamente.
Son parduledde piccole. Ed è proprio per questo sono ancor più acute e raffinate di quelle grandi. Non sono in grado di fare tutto quel giro di pensiero pensante raziocinio razionale. Agiscono.
Semplicemente lo agiscono quel copiare sentire percepire acutissimo.
Agendo agendo, fino a quando non trovano un momento di vuoto e incognita introdotti dall’esterno. Così da farsi domanda. Così da farsi Pardula.
Così da farsi scelta.
Ma questo, a volte, purtroppo, quando è necessario succeda non succede.
Perché non c’è spazio. Non c’è aria. Non c’è domanda. Non c’è attesa. Il dolore è già programmato e va affrontato. Soli.
È tutto un fitto fitto di consuetudine alla resistenza.
Resistenza alla paura.
Perché anche le Pardule piccole hanno paura ed è loro diritto poterlo dire, e hanno pure dei desideri, pure da piccoline, bruciate dai fuochi grossi e dall’aceto bollente, non lo sanno che possono averne. E magari cambiare, nel vuoto di una dimenticanza ad eccellere, l’impasto, per una nuova pasta attorno al cuore, un cuore di Pardula.
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