Trinastrina
È una cozza del Magreb
Filo su ciottoli e piscina, la mia.
Che le cozze la sc non la sanno dire, ma lei sì. Perché è Trinastrina
Anche Trinastrina aveva un’abitudine. Una di quelle scomode, ne aveva tante comode certo, ma una era proprio scomoda. O almeno, finalmente lo era diventata.
Quando ho conosciuto Trinastrina respirava a malapena, tutta guscio e niente polpa, piena di alghe appiccicate sul mento e sulla fronte. Non vi dico che scena.
La trovai sul bagnasciuga, in quella situazione di non-essere, impotente, ma sempre pronta a reagire, troppo lontana per rimettersi in mare abbracciando una nuova onda, troppo vicino per non stare mai all’asciutto. Pioveva tanto quel giorno.
Nonostante tutto mi fermai davanti a lei, e chinandomi a guscio ascoltai quello che aveva da dirmi.
Mi chiese un passaggio verso il mare. Ma non era quello il suo mare, lo conosceva bene quel lato lì di quella costa, lei però proveniva da quel lato in cui si specchiano i ciottoli bianchi e tondi, mi chiese così, pigolando, di portarla lì, che aveva bisogno di sentirsi a casa.
Libera, sì, forse vuota, ma avrebbe fatto amicizia con quel vuoto, per quanto male potesse fare era pronta a coccolarlo e a farselo addomesticare.
Così la presi per mano, salimmo in macchina e la portai nella spiaggia dei ciottoli bianchi e tondi dove l’acqua è turchese come la fata e fredda che non ti importa più di tanto perché poi ti abitui, sembra una piscina. La sua, piscina. Dove sentirsi a suo agio, riprendere polpa, nuotare, fermarsi, scegliersi una barca tutta sua dove fare tana.
Scegliere.
Il verbo di volta della sua travagliata esistenza.
Scegliere lei la sua barca di tana.
Era partita molto giovane dal Magreb, figlia di un generale, si muovevano spesso, Trinastrina allora doveva fare tana e fare casa e amare qualsiasi barca le capitava.
Vascello, barca a vela, peschereccio, persino le navi da crociera.
Era un’abitudine, e quando una cosa è una abitudine non ti fai domande. Mica ti chiedi perché respiri. Respiri, sai che sennò muori.
Per Trinastrina valeva lo stesso discorso, mica ti chiedi se vuoi la vela o il peschereccio, una volta scelta la vela o il peschereccio Trinastrina entusiasta dell’incontro ci faceva casa. Soprattutto se vedeva delle crepe, specialmente se il legno presentava critiche fragilità che nessuno se non lei vedeva, perché essendo sotto l’acqua solo lei si prendeva la briga di accomodare una situazione sfasciata. Poi, se le girava bene, bene, se le girava male, bene. Una cozza che si mordeva la sua stessa coda praticamente. Tutta questione di fortuna dunque, a matrimoni combinati era sempre stata la cozza perfetta.
Ma quale fortuna, scelta col lanternino!
Rassettava, filtrava, capiva, tentava, restava. Restava.
E ancora restava filtrava capiva accettava.
Sempre, era lei che restava.
A costo di acque gelide e buie, a costo dell’Antartico. A costo di non vedere mai la luce.
Ma non tanto per non saper stare da sola, anzi, era una delle poche cozze che aveva vissuto senza un gruppo affiatato di cozze, quindi la solitudine era sempre, volente o nolente la sua crosta, la questione era più articolata, alcune cose che avevo capito di lei era che non sapendo dire no grazie, o guarda anche no, era sempre stata convinta che dire no, allontanarsi, scegliere significava rifiutare la meraviglia che quel vascello poteva essere in prospettiva, e non sto a dirvi quanto amasse i vascelli, suo padre ne governava uno e tutto quello che in lui, uomo spezzato, violento e solo, riconosceva, Trinastrina accoglieva, lei doveva sistemare, come una missione, tutto e tutti, non c’era riuscita con lui, generale di brigata, ci sarebbe riuscita con qualcun altro.
E poi era stata allevata nella in-esistenza, un’onda enorme che sbatteva contro le Falesie giorno e notte, quindi la tregua poteva trovarsi solo al di fuori di quell’orrore, equazione perfetta, fuori un mondo stupendo, dentro un mondo trafitto dal dolore. Fuori un mondo da accogliere in tutto e per tutto, in cui l’altro è ricchezza e gioia e gratitudine sempre e tu sei ben poco davanti a lui e al mondo piccola cozza del Magreb, povera e silente.
Chi sei tu? Chi sei tu per dir di no? Nessuno. Ma devi dir di no, che non sai dir di no? Sei senza un carattere allora.
Sì, Trinastrina viveva nella contraddizione spaccacuore.
Sbattuta dall’onda, tirata a destra dalla corrente fredda, tirata a sinistra dalla corrente calda, non poteva che gelarsi e lasciarsi vivere. Le forze servivano per sopravvivere, altro che scegliere.
Scegliere era un suono che non conosceva, la sc le cozze non lo sanno dire.
Non smettemmo di guidare, lei raccontava io mi commuovevo, io le raccontavo di me, e lei raccontava di lui, e lei, e lui l’altro, e poi lui, sempre lui, copia di tutto vita di niente, io e lei, occhi negli occhi, per ore e ore.
Si fece buio, ci mangiammo un pizzetta calda calda attaccata alla teglia, sicura che non ne avesse mai mangiata una, in giro per strada, che nella sua onda non ci si poteva permettere niente. Figurarsi una pizzetta per strada.
Arrivammo finalmente alla spiaggia ciottolata. Un po’, un po’ tanto mi dispiaceva lasciarla lì al freddo e al buio. E se l’avesse mangiata un gabbiano? Ma sapevo che altro che paura di gabbiano, la piccola Trinastrina.
Quanto fu felice di vedere quella spiaggia con la sua pizzetta in mano, voi non lo potete immaginare.
Se pensate alla felicità io ve lo dico, pensate a Trinastrina che malandata ma libera, stanca di tutta quella vita, andava a fare pace col suo vuoto e a parlare con le correnti, così da poter trovare il vascello dei suoi sogni.
Mi promise che avrebbe cercato di scegliere il più possibile.
Non sarebbe stato facile, le cadute sarebbero state ancora state tante, ma aveva scoperto, Trinastrina aveva scoperto, e quando si scopre qualcosa non si può più tornare indietro, anche se il sintomo acuto è bastardo automatico e stronzo.
Sì il sintomo è un grande stronzo.
Non dimenticai mai le sue parole e quello che cercò di raccontarmi scaglioni, scaglioni.
Ci facemmo una promessa ulteriore, davanti alla luna bimba, poco prima che Trinastrina prendesse il mare. Mano per mano, ci dicemmo una cosa importante: ci saremmo riviste il diciotto Marzo dell’anno successivo, nello stesso posto e di diciotto in diciotto per sempre. Lì in quel punto del mondo.
Ogni diciotto, giorno nefasto in cui Trinastrina ha conosciuto la sua terza grande morte. Il giorno della tragedia più grande. Della libertà più terribile. Ora invece, anche il diciotto iniziava a prendere un nuovo volto.
Così, in un abbraccio senza fine, non avremmo più avuto il tempo di buttare la nostra esistenza dentro matrimoni combinati, unite a pareti non nostre a cui attaccarci per non morire, per salvare ogni scelta non nostra, accoglierla e farla nostra, lasciandoci morire per il primo vascello folgorato dalla nostra persona, ed essere comunque, sempre, in fin dei conti, lasciate alla prima battigia disponibile, in condizioni pietose.
Prometti. Prometto.
Ciao Trinastrina.
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