A volte è troppo tardi

Ho sbagliato l’ordine
Filo su amore senza ascolto.
Due pizze, una di seguito all’altra,
in uno stomaco esausto, non ci stanno

Qualsiasi atto d’amore per l’altro che non includa l’altro provoca dolore. 

Tentare con amore di fare comunque, di sistemare, in nome del dovere, dell’aspettativa, del giudice, molto spesso fa più male che un atto mancato, se non si tiene conto dell’altro.
Anche il gesto migliore delle migliori intenzioni si può tramutare in veleno.
Anche troppo amore, dello stesso sapore, può fare male. Anche un gesto in buona fede può fare male. Se non si chiede. Se non si sente il sentire dell’altro.

Nobel non mangia da due giorni, ieri era stanca, ha mangiato dei grissini, non c’era possibilità di altro, tra una sonnecchiata e un’altra, l’asporto non funzionava in quella landa. Riprovo domani, che cambio città, sarò al caldo e non qua. Nobel cambia città ma trova una stanza in una pensione senza riscaldamento, sta nel nord più nord con il freddo più freddo, però pensa, almeno oggi, forse si mangia.
Oggi la margherita a Nobel non gliela toglie nessuno nemmeno la coccola per digerire il mal di testa e le patatine salate da leccare. Oggi festa. Si mette i guanti due maglioni trova tre coperte in più : arriva a otto, otto strati addosso. Ora si sente un’aringa.
Si mette a letto, il posto un po’ caldo che riesce a trovare. Il bagno è senza chiave, domani farà la doccia sperando di restare in un luogo meno comune di quello che è in potenziale. Nobel soffre di mal di testa. Cronico e acuto.
Ma fa uno sforzo e fa la cosa che ama di più, sfogliare l’app dell’asporto e studiare i nomi i colori le immagini le distanze. Dopo uno studio certosino, l’incrocio dei dati, la scelta porta alla Spiga. La Spiga andrà benissimo.
Ha speso per sé.
Che festa ogni volta che riesce.
Il pernotto è orrido perché è sola. Fosse stato per l’altro avrebbe blindato il Savoia.
Per lei non sa spendere. Non ne trova il senso. Ma questa è un’altra storia.
Arriva la coccola. Finalmente. Mette gli scarponcini sul pigiama inventato a modino, cappottino, cuffia, cappuccio, guanti, si scende.
La vede. È una dolcissima ragazza. Nobel si sente in colpa per averla chiamata.
Fai la recensione per favore? Ma certo, ovviamente, non preoccuparti.
Nobel risale. Che bello, qualcosa di caldo, dentro il letto, si spoglia, apparecchiare sulla coperta le ha messo sempre allegria. Fa tutto morbido e accogliente, si toglie gli occhiali e..
Manca la lattina.
Oh, Nobel. Che fare? Si mette a mangiare. Pazienza. Ma il mal di testa inizia ad aumentare.
Deve fare il passo coraggione. Chiama la pizzeria, e le assicurano che la coccola da bere, ritorna. Inizia a non scendere niente. Nell’esofago, intanto, tutto si è fermato.
Le mani nere.
La pizza è bruciata, è amara. E manca la lattina per il mal di testa. Ma la lattina torna, Nobel, torna subito.
Resta vestita, uscio cappotto guanti cappuccio, tanto torna subito. Lei che crede a tutto come i cani, aspetta fiduciosa sull’uscio cappotto guanti cappuccio.
Tutto si fredda, Nobel fa lo slalom tra i pezzi neri e non.
Drindron. È già passata un’ora.
Torna, la lattina torna.
Te ne abbiamo portato due per il disservizio. È sempre lei, la ragazza dolcissima.
Si immedesima sempre troppo negli altri, Nobel, davanti alla gentilezza si smonta, si metterebbe a baciarle i piedi se potesse, le pizze le ha portate anche lei e sa com’è dura.
Nobel si fa coraggiona di quelle enormi e glielo dice, grazie di cuore ma purtroppo la pizza è bruciata, guarda ho le mani tutte nere, facciamo che questa volta la recensione meglio di no, sorrise.
Potevi chiamare, mi dispiace. Nobel si sentiva già male ad averti fatto tornare per la lattina, sorride e ringrazia, pazienza.
Stanca, Nobel, torna mogia e stanca, su in stanza. Aveva intercettato un attimo di stomaco aperto quella sera desiderata, e ora si è blindato.. E non c’è più storia di lana. Finisce quel nero. Butta il telefono. Il mal di testa ormai è livello genius. Chiude gli occhi.
Due coccole da bere. Dove le metto?
La cena coccola, ormai da dimenticare.
Si sente già in colpa per aver speso per una cena per sé. Non l’avesse chiamata non sarebbe successo. Poteva resistere ancora.
No Nobel, ma cosa dici, stai concentrata. Chiudi gli occhi, le tempie, le viene da vomitare. La pancia. Non era cotta bene, quella pizza amara. Il telefono squilla, chi è? pazienza, non vuole sentire niente. Nobel è sofferente.

Mezz’ora dopo bussano alla porta. Ha ordinato una pizza?
Due donne, davanti a lei. Una sconosciuta che incalza, e la rider che saluta. È tornata la terza volta.
Te l’ho fatta rifare.

Nobel si accascia a pigna, non dovevi. Nobel vorrebbe sparire. Davanti alla gentilezza, muore.
Ringrazia, si inchina, sono senza parole.
Due ore più tardi si ritrova con una pizza e una lattina coccola. Stava accadendo tutto quello che due ore prima non era stato.
Ma ormai aveva bevuto l’acqua, aveva fatto lo slalom nel nero, il mal di testa aveva fatto il suo sporco dovere, aveva mangiato vestita sull’uscio, ansiata di non sentire il telefono, e il freddo aveva contorto le ossa.
Si è saziata di quell’amore. Ma non di cibo. Di nuovo di amore.
Spesso facciamo le cose per recuperare il buco tra ciò che ci aspettavamo da noi e non abbiamo fatto e quel che dovevamo e non siamo riusciti, sebbene ci sentiamo di farlo per l’altro, in realtà lo stiamo facendo più per noi, equivocando. Così da appagare innanzitutto il nostro senso inadeguato di uno scomodo mi sento spezzato, e invece di accoglierlo, maldestramente, umanamente, facciamo comunque, senza considerare l’altro, e presi da noi, credendo di fare bene, non ce ne accorgiamo, di fare male.
Esistono poi quelle cose che, se l’attimo in cui dovevano accadere è passato, metterci chili di amore e forze riproponendo la medesima cosa, non riporterà a quel momento, non sarà mai la stessa cosa come quando non è stata.
A volte è troppo tardi davvero, può essere una pizza, può essere un’altra cosa, bisogna lasciare andare le cose, così come le cose vogliono andare.
E fare ciò che fa male: accettare che due pizze non ci possono stare. E a volte non si possono scaldare, il giorno dopo.

Accettare il parziale. A volte non si può rimediare come avremmo voluto, per rattoppare a modo nostro per rifare quel che non è andato. Non è stato. Rifare uguale non darà un risultato migliore.

Potrebbe però essere un’opportunità.

Provare a sedersi in una diversa posizione e agire attraverso qualcosa di nuovo, non è detto che sia un male.
Trovare e proporre altre vie di scelta, cosicché l’altro sia libero di fare quel che vuole e forse anche riscegliere. O non farlo mai più.
C’è chi a letto ha manzi e fregne, chi cartoni di pizze che non mangia.
Abbiamo un cuore solo, un corpo solo, uno stomaco solo. E dobbiamo farci i conti, anche se ci sta scomodo.
Avvolti dal panico di rifare per il nostro senso di dovere, di giustizia, di colpa, di orgoglio ci dimentichiamo di chiedere e ascoltare.
Cosa desideri se non è andato bene? E ascoltare risposta. Anche niente. Non ora. La prossima volta.
Ora niente. Non sto bene. Sto bene ma non serve.
Desidero sentirmi libera di poter avere un’altra possibilità, di prendere un’altra pizza, di avere un’altra occasione, magari a minor prezzo o forse un buono in regalo, un’altra volta. Anche lì. Con piacere. O forse un rimborso, cosicché sia libera di fare una nuova scelta. Ma non ora.
Due pizze e due lattine, dentro un desiderio maldestro di prendersi cura di sé, col corpo che sente dolore, dopo due ore, è un eccesso che non serve.
Nobel, sempre in lotta tra desiderio colpa e dolore.
Con la partecipazione di una bellissima pizza Margherita calda che dorme dentro il letto e tiene caldo, perché ho tanto freddo, ancora. Col cornicione attorno al vuoto. Bellissima e piena di amore. Ma senza ascolto anche la migliore delle intenzioni, può creare dolore. Può essere pizza, come per te una altrui decisione. E ti inchiodi.

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