Nutrimento per lucciole
Non più cloni, per favore
Filo su pioggia affogo e sirene
Accendi la sirena, è urgente
Salvataggio lucciole, mi sentite? SOS salvataggio lucciole, mi sentite?
Che è come dire che, per ripararci da un rovescio insistente, di anni, travolgente, una grandine infinita, una pioggia con le gocce grandi come nespole, che, per ripararci, stanchi, bagnati, raffreddati, in ipotermia, bianchi e blu morenti, scegliamo di corsa di buttarci dentro l’acqua, magari una un pochino calda, attraversata da una corrente di pochi secondi, una di quelle sottomarine.
Che è come dire che per non bagnarci più e non sentire il frastuono dei tuoni e non vedere i lampi, prendiamo la via sotto acqua delle sirene ammalianti.
È ovvio che la pioggia non la senti.
Sta dentro la tua bocca, sta riempiendo gli indumenti, scioglie i tuoi capelli. La pioggia non la senti, anzi, ringrazi per quella calma dopo anni, dopo giorni bagnati passati buttata su una strada mutande, tempo brutto fango e grandine, la calma che senti è pericolosa, è solo quella del silenzio di chi affoga. Di chi scappa dalla pioggia e rifugia la faccia le orecchie i desideri e la voglia di riprovare ad esserci, tra le braccia forti di una sirena ammaliante, dentro i fiumi, gli oceani, nei torrenti.
Perché Minni lo sapeva, che era sempre lo stesso incontro travestito. Minni lo sapeva che era lo stesso ma con un nuovo vestito. La stessa caramella avariata sotto la carta bella di Natale. La castagna più nuova delle altre, quella disegnata bella ma dentro tutta nera. La mela più rossa con la muffa dentro. La scatola del gelato in freezer ma con le interiora dell’anno prima della povera pecora Concetta. Tipo i cappotti belli ma freddi, tipo la sensazione di mettere i guanti di lana al gelo, ma completamente bagnati, tipo i piedi bianchi non irrorati nelle scarpe da neve che da neve hanno solo il colore e la marca, perché sotto, nonostante gli zeri, hanno una ferita grande.
Tipo le cose semplici che sono solo vuote, non semplici. Tipo le cose non studiate ma che non sono non studiate e quindi spontanee sensibili e intelligenti, no, sono solo ignoranti, presuntuose e maldicenti.
Tipo la pizza nella miglior pizzeria ma col personale scazzato e sgarbato.
Scappare. No affogare, no resistere, girare i tacchi, scappare.
Un pacco sempre diverso e sempre più bello sempre più raffinato e di tuo gusto e di tuo desiderio ma col nocciolo scuro, nemmeno tanto celato, anzi, ben sbattuto e così sbattuto da essere poco visto.
Come quando le disse andiamo a fare il bagno al tramonto senza nessuno, di là che qui c’è qualcuno.
Non era per dire che bello senza nessuno in un posto speciale, era Madonna se mi vede qualcuno. Cosa può pensare. E la lucciola aveva ragione. Ma stazzitta lucciola, non ti ho voluto credere.
Minni lo sapeva che era lo stesso travestito ma con un nuovo vestito. Cambiava la città l’estrazione sociale l’età le gambe la testa i capelli la statura il colore il nome. Ma era sempre lo stesso, miele dorato, un altro e un altrove che non fosse quella asfissia quella stanchezza quella reiterazione, ma anche se non era quella asfissia quella stanchezza quella reiterazione non era aria nuova, miele di di campo, formaggio di montagna, era un miele bruciato, velenoso amaro, era formaggio avariato ma ben addobbato, quel formaggio che le Minni ricercatrici di latticini assidue festaiole e meticolose di diversità prendevano per buono, nuovo.
Nessuno è perfetto, nessuno è perfetto. Ma c’è imperfezione e imperfezione. Occasionale è dolce, speciale e meravigliosa.
Strutturale nel pensiero nel rispetto nell’etica nella prospettiva nell’amore un po’ meno, tu hai già tanta esperienza e una storia e quello che pensi, ha senso.
Ma se è un incontro nuovo come posso sapere che è già stato incontrato? Come posso non dargli una possibilità?
Io che sono la prima ad essere una Minni disastrosa con le gambe nemmeno ben attaccate?
Soprattutto se me la si chiede se me la implora la desidera e me la sbatte a riprova. Anche se non voglio. Anche se ha detto tutte quelle cose che conosco a memoria che mi feriscono che ha detto, ha detto anche questo travestito. Lo stesso. Lo stesso vestito ammaliante sott’acqua, sirena ingombrante, sirena desiderante, talentuosa cantante.
Vai, scappa, vai via.
No, fanculo, ci provo, ascolto, contestualizzo, perdono, cerco, dimentico, siamo umani sì, resto, riprova, riprovo. Sirena ammaliante di nuovo vicina ti tocca ti abbraccia, dipendente affettiva di briciole e schiaffi, di briciole e catene.
Minni, come fa a saperlo che ha già incontrato quell’interno di travestimento? si è già riposta da sola, perché ha quella luce perché lei lo sa già.
Io voglio lavorarci su questa lucciola, disse Minni una mattina di continua pioggia, questa lucciolina che c’è eccome se c’è e lo sa già, com’è, perché è sveglia e intelligente e forte nel buio, ma basta niente che lei stessa, piccola lucciola muore, lei alza la zampina, un’aletta, ci prova, mugugna, sbraita, piange, si consola da sola, ma nessuno la ascolta, lei non l’ascolta.
Tappa occhi orecchie a tutte e due. Annulla lo spirito critico e va come un trattore ad adempiere la sua missione. Ci basta un trattore di belle parole e desideri che subito lei si affoga.
E lei pure, non è vero Minni?
Vero.
Perché i sintomi non sono per caso. Non siamo stupidi. I sintomi per quanto ci facciano male e schifo, sono la nostra sicurezza, il visto, già visto, lucciola briciola, dolore, briciola e dolore alla terza, due briciole e dolore alla sesta.
Schianto.
Lucciola che cammina.
Lucciolina deve essere nutrita, vista, vuole essere vista, io che sono una Minnixedda sfinita, voglio vederla e dirle che ha ragione, lei ha sempre ragione, mille giri immensi e sempre gli stessi per ritornare da lei e dirle che ha ragione, davvero ragione.
E ora sono tanto stanca perché io dei continui cloni ne ho il cuore esausto, il tempo che ho buttato a prendermi cura di quelle macchie che non ci sono e non ci sono state nemmeno quando dicevano di stare, e grandi parole e miraggi, deserto, oasi, morgane, soffocamento sabbia nella gola e nel cervello, acqua nei polmoni nello stomaco nel cuore.
Cloni.
Nutrimento, nutrirsi perché serve energia per non cadere sul manto delle sirene, spezzare la catena dei cloni, perché la lucciola rinvigorisca e sia presente a se stessa, perché esista e non si releghi sotto l’acqua o in soffitta, Minni ha questo dono, ha la lucciola del cammino, il faro dell’ascolto altrui e il poco sentire proprio, serve nutrimento, non solo alimentare, ormai lo sanno anche le rane, lucciola parli e si faccia sentire, più ingombrante e brillante e sempre più sicura di essere nel giusto, il suo giusto, presente e pensante, anche se un clone di nuovo qui davanti, malauguratamente viene, sussurra dolce come vipera e pretende.
Vai via, assente travestito con lo stesso cuore vuoto, fragile, prepotente.
Nutrimento, senza quello, la lucciola sparisce e cadere nel vortice dei cloni sarà ancora più veloce e dolente. Sempre più stanca e sempre più attratta. Sempre più ovvia la discesa alle sirene, le braccia.
Io ho una lucciola a cui dar da mangiare perché sennò sparisce, si spegne, non si vede, si annienta e risceglie sempre un clone da salvare. Sempre più aggressivo e pretendente.
Come Minni, senza lucciola, con sé.
Serve nutrimento, per lucciole da crescere. E tappi per le orecchie.
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