Il Male del Secolo

Quando il male è sincrono, un dolore legalizzato
Filo su osservazioni pandemiche, dicembre 2020
Quando il “per tutti” (non) fa la differenza. E ti senti meno in colpa. Il dolore, la lamentela, la lacrima, la tristezza, la disperazione : legittimati solo se condivisi.
Quando il male è di tutti si è in diritto di non perdere occasione di vomitare sull’Altro, e a se stessi in primo luogo, la tiritera assodata della doglianza. La preghiera dello sconfitto, la rimostranza del piagnisteo, che è un anno difficile per tutti, che non è periodo, che non è cosa che non è momento che non è ora. Di guardare le luci, di farsi felici. Come si può, in quel che si riesce.
Quando la devastazione è per tutti, è autorizzata.
Quando lo sconforto è condiviso è legalizzato.
Se è tuo, soprattutto in un momento di festività comandata, ma più in generale sempre, risulti, nel gergo popolano, depresso, passivo, ingrato. Un ma che palle pesante ed eretico. Senza sapere alcun niente di te.
Se la depressione è mondiale è cosa grave, quindi stare male è normale. Un dolore per tutti è con-diviso.
Ed è questo per tutti, pericoloso, a legittimare le doglie. Come gli odori.
Se l’odore strano lo senti solo tu sei tu che sei un po’ strano.
Non è che niente niente sarai matto? Avrai un esercito pronto a dirti che quell’odore non è strano, che hai la sinusite, che percepisci male. Se l’esercito lo sente con te, alcun odore è strano, nessuno si scaglia addosso col suo giudizio ottimistico antieretico, tutti si dimenano gridando al complotto, perché ci si rispecchia l’un l’altro, tutti sulla stessa barca. Dolorosi i tempi. Dolenti tutti.
Con quel per tutti sbattuto qua e là come il prezzemolo, si è sempre in diritto. Di dire, di fare, di vomitare tante cose.
Ci si può lamentare ogni momento, sottolineando fino alla nausea che non si sta bene, che sono lunghissimi mesi di grande buio, che tutto è difficile, che è un’epoca di portata terribile. Ad ogni pensiero, se non dici che è un periodo troppo pesante, che è un anno tremendo, un mese di devastante, una vita di merda, non sei sensibile abbastanza per capire lo sfacelo di un mondo in pandemia. Il dolore diventa intercalare. Le luci di Natale, si ma non è tempo.
Se quel male è solo tuo, dire che è un brutto periodo lungi dal Natale, dalla serenità, dalla spensieratezza di poter sorridere a cuore aperto quando si vorrebbe, e sorridere diversamente dagli altri, senza essere in botta per forza, sei qualcosa simile alla piaga. Di coppia, familiare, comunitaria, sociale.
Il tuo dolore non è compreso, non che esso vada per forza accolto o compreso, ma all’Altro, risulta talmente tanto anacronistico, scomodo, quel reale poco suo, che ha bisogno di incasellare quel dolore tuo e personale nell’immediato, senza darsi il tempo di ascoltare che, coi suoi fantasmi e i suoi meccanismi di difesa sguinzagliati per sopravvivere, sistema quell’uscita di corsia come gli va. Perché comunque è preso dal suo mondo, sta per fare la spesa per il cenone di cui si lamenterà per aver mangiato tra poche ore, deve in qualche modo non pensare allo sfacelo della sua di esistenza, che il tuo dolore non ha spazio, lo percepisce come un fastidio, un non senso, da incasellare nella sua griglia di difficoltà, di modo da sistemarti e dirsi che ha fatto di tutto, perché nel suo racconto facesse meno paura.
Se hai vent’anni tanto peggio, è l’età. Siamo tutti così in quel periodo. Se ne hai cinquanta eh, la vita, si vede come ti ha segnato.
Abbiamo bisogno di dirci che il dolore ha un’età e ha un perché che definiamo noi. Per stare meglio con noi stessi. Dell’Altro ci importa poco.
Lo mettiamo tra i canditi, che nemmeno ci piacciono, e la pietà che proviamo per la sua condizione, mentre messaggiamo sottobanco con la nostra scopamica mentre la moglie porta i gamberi dalla cucina. Troppo codardi per vivere la vita che vogliamo.
Eh ma dipende da te, il bello è ovunque, sta nelle piccole cose, la vita è bella, sei tu che non lo vedi, sei tu che non apprezzi, sei tu che non reagisci, sei tu, sei tu, sei tu. E di quel tu, non sa niente. Non ti si può vedere in questo modo, sei sempre così triste, perché ovviamente glielo devi far pesare in-delicatamente e costantemente quando davanti a te si disarma e in quei momenti della giornata ti si mostra semplicemente umano e non supereroe.
C’è chi a vent’anni ha vissuto venti vite. C’è chi a cinquanta ancora non è uscito dall’uovo di mamma.
Quel per tutti, mal comune mezzo gaudio in stile covid non ci fa problema.
Dovremmo ricordarcelo anche quando questo periodo difficile finirà, perché prima o poi finirà.
Ci sono persone che proprio come erano grati alla vita prima del covid, nonostante stessero affrontando montagne peggiori del covid, ma nessuno li vedeva, non erano legittimati dalla società a lamentarsi ogni attimo per tutto quello che nella loro vita non andava, la casa lo stipendio la salute. La vita rubata.
E se per caso si permettevano uno sbuffo, non li sopportavamo, eppure erano solo umani.
Si, perché c’è male, difficoltà, dolore di più grave del covid.
Come ci mostriamo dolenti più o meno, ora, che tanto è un periodo di merda per tutti, pensiamo a come ci comportavano davanti a una persona che conoscevamo o come ci troviamo ancora oggi, davanti a una persona a noi sconosciuta. Quel male e quel dolore avevamo bisogno di smontarlo, ignari del suo affrontare da rispettare, forse più grave di una pandemia.
Eppure è così.
E non sono poche queste persone, le abbiamo attorno a noi e non lo sappiamo. La pandemia, per loro, talmente abituate ad essere forti perché diversamente non potevano fare mai, è una delle tante sfide che la vita ha loro sottoposto. E sorridono ugualmente, ci aiutano, ci consolano, ci amano, ci abbracciano. Avete idea di quanto sia bello il sorriso di un uomo, una donna o un bimbo dopo che ha pianto? Fateci caso.
E un po’, la verità, loro ci guardano con compassione, ma non possono permettersi di smontarci nelle nostre vomitate, perché ci viene spontaneo attaccarle, a parti invertite.
Ma siamo salvi, loro non lo fanno, perché lo sanno, come ci si sente. E accettano, pur non condividendo.
Ora anche loro, da qualche parte, si sentono più libere di mostrarsi esattamente come sono, magari di piangere in pubblico e poi ridere a crepapelle. Ma lo facevano anche nel 2018, nel 1990, nel 1942.
Che tanto, mal comune mezzo gaudio, è colpa del covid.
E invece no.
Perché loro non possono vomitare ogni istante che stanno passando una vita di merda, perché quella merda non è da ora. Loro hanno trovato nuovi modi, nuove vie, perché loro non hanno tempo di morirsi prima del tempo, sono quelle che stanno sistemando le lucine di Natale da mesi.
Se ci ricordassimo sempre, di trattarci l’un l’altro con meno arroganza e spocchiosa superiorità, sarebbe Natale ogni giorno. Magari subito, magari anche quest’anno.
Anche se il dolore non è nostro.
Al rispetto di un dolore altrui anche quando non è sincrono al nostro. Se vogliamo fare proprio qualcosa, l’unico posto dove possiamo stare, è accanto. Magari pieni di coccole, cose buone e solletico. Non serve altro.
L’ignoranza emotiva, è il male del Secolo. Non il covid.

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