Anno nuovo, Zelda

un anno senza data
Filo su lanterna. Coraggiosa Zelda

Tremendo. Doloroso. Coraggioso. Ogni giorno di più, come se la posta fosse sempre più alta. Come se la forza uscisse dai rubinetti. Come se ancora ma dove, pace, ma dove?
Pace era tra le crepe. Sogno stava lì e nuvole nuove su cui salire erano pronte.
L’anno in cui Zelda aveva potuto ammirare che tutto quello su cui le sue speranze posavano erano : puttanate. Rispose così Aprile, regalandole due bei conti salati, stravolgendo tutto e poi giugno, agosto, e ottobre, e novembre. Dicembre si riservò. Settembre si ammalò, Luglio disse coraggio.

Le persone non cambiano, e col tempo peggiorano. A meno che..

L’ a meno che, Zelda stavolta, non l’avrebbe aggiunto, perché dirsi continuamente a meno che, apre sempre uno spiraglio alla speranza, speranza che aveva solo lei, che aveva nutrito e prostituito. Le persone cambiano se vogliono cambiare. Sennò l’a meno che, non esiste.
Ed è sempre difficile accettarlo soprattutto se si tratta di chi ami. Perché vorresti salvarlo quel chi, quei chi, da loro stessi, da tutto quello che tu vedi e loro no. Dal burrone nel quale si stanno buttando, dal bivio che stanno prendendo e che sai che..
E no. Non puoi fare niente.
Tremendo. Doloroso. Coraggioso. Erano queste le tre parole per il suo anno, le tre parole per accedere all’androne, salire sul castello e prendere la funivia verso la radura. La radura del nuovo anno, quello che sarebbe stato comunque doloroso, tremendo, coraggioso. Perché le cose non cambiano, ci vuole tempo e camminata dura, zappa, pala e rastrello, il tempo non cambia le cose in meglio, anzi, le peggiora se non decidiamo di farne noi, qualcosa, di queste cose, di questo tempo. Di noi. Del nostro modo di non vederci e di non vedere le cose.
Gli uomini non sono vino, ricordati. Ma crema fresca. Le diceva sempre Armand. E della crema bisogna prendersi cura, va messa in frigo, pochi sbalzi, contenitori ermetici e puliti, e soprattutto, gli uomini, non sono a lunga conservazione. Vanno gustati, con calma. La crema non va corretta, né educata, ma bilanciata, annusata, equilibrata. Ogni crema va con quel che desidera, un dolce, una pasta, del vino, del tè, una birra, una tartina una piadina, un’insalata. Dove si sente comoda.
Una vita su misura per te.
Zelda nell’anno tremendo doloroso e coraggioso aveva scoperto una cosa. Che si poteva avere qualcosa di proprio, non solo negli altri. Poteva anche prendersi qualcosa, quella cosa che vedeva e desiderava da tempo negli altri. E averne una tutta per sé, amando la propria.
Zelda non lo sapeva che non si veniva al mondo per vivere la vita degli altri, non glielo aveva mai spiegato nessuno. Le avevano sempre insegnato di non tenere niente e di imparare dagli altri, e così aveva sempre vissuto: sapeva di essere al mondo per essere il mezzo che rendesse felici le persone, e non solo quelle che aveva attorno, facendo di tutto perché vivessero al meglio. Desiderando la bellezza degli altri, le doti e le capacità di cui lei si sentiva priva, non capiva perché gli altri si e lei no. Aveva imparato a non guardarsi, non ascoltarsi, non vedersi, non c’era tempo. Non c’è tempo, se devi essere sempre disponibile per tutti, quei tutti che possano farne uso di te senza riserve, per essere ancora più felici, per averne di più, di lei.
Zelda lo adorava, era il suo assodato modo di illuminare, non sentiva né caldo né freddo né fatica né fame né sete. Mai. La parola fame Zelda non l’aveva mai detta nella sua vita. Mai. Le avevano insegnato che non si doveva dire. Mai.
Zelda non si era mai messa il dubbio che la vita poteva essere diversa, che ci si poteva amare. Che si poteva brillare di luce propria e usarla per sé ed essere particolare per quello. Scoprire la propria stranezza, quella personale, quella di cui ognuno si fa lucciola e poi lanterna.
Zelda era stata ammaestrata alla particolarità e lei l’aveva sempre odiata. Perché non era la sua.
Lei doveva sempre essere diversa da tutte, come compito. E non poteva desistere. Ma perché? Le si appiccicava una particolarità a prescindere, che lei doveva perseguire. Per non deludere. Per sopravvivere.
Non aveva mai preso in considerazione che nella vita si poteva avere una propria particolarità, voglia, e pian piano scoprirla, capirla, prenderci confidenza con calma, fare la merenda insieme, magari pure amarla.
Ma Zelda, sin da quando era stata una piccola lanterna, aveva vissuto per illuminare le altre.
Un giorno, sfinita, il vento forte la fece cadere sul marciapiede.
Zelda si frantumò.
Il vento poté entrare al suo interno e farci le capriole. Spirare, suonare una musica mai sentita. La notte la prese in braccio e le sussurrò, sei ancora viva. Zelda così scoprì il castello e anche la funivia.
La radura e la minchioneria. Le venature rosse.
Quelle di lanterna di bosco.
Era questo che si sarebbe portata nella radura. Questa enorme, dolorosa, meravigliosa scoperta, che squarcia ancora l’anima. La ghisa. Il colore del suo sogno. L’arancione e il rosso.

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