Ghianda, Il bosco di Acamàn
Un amore semplice
Filo su Ghianda di spalle.
Non è facile parlarvi di Ghianda. Mi si spezza la parola in gola nel parlarvi di lei. Ma farò del mio meglio.
Ghianda osserva le candele bruciare, ci parla con loro, se le mette accanto e colora, piange, si sente meno
sola quando la fiamma si muove, si allunga, si accorcia, si prende il suo spazio, si sprigiona. Mai uguale. Mai
banale. Ogni giorno diversa, ogni giorno una storia. Quel laghetto di cera che si forma. Luce, calore,
movimento e cambiamento, una base solida. Che altro può servire se non questo, si diceva. Che altro può
servire da capire nella vita, è tutto racchiuso in una candela che brucia.
Le fiamme sono vive, parlano, ma nessuno le ascolta.
Ghianda ama le candele grosse, non troppo alte. Quelle attaccate bene a terra. La sua preferita però è una,
se la porta dappertutto, quella col sonaglio in ottone che chiama le volpi, le capre, le nuvole e i piccoli orsi,
quella che fa rumore, con le venature sangue bordeaux, quella rossa che sa di fragolina selvatica, fatta della
cera, messa da parte, dalle api operaie delle grondaie.
Ghianda. Ghianda è un’anima di bosco, molti dicono sia una strega, una strega di bosco. Che con il suo
vestito bianco arancione e rosso, con i suoi fiorellini a cornice sui boccoli sul suo volto, vaga tra le castagne
dei boschi di un’isola perduta nel mondo.
Abbraccia gli alberi si accuccia tra le pietre, conta le lumache, annusa le gemme e balla con la pioggia, il
cuore si riempie di commozione su ponticelli in legno che uniscono i lembi delle rocce.
Ghianda è un’anima che fiorisce in autunno, vive solo in questa stagione, parla con le foglie, ama le
scampagnate, i ruscelli i muschi e le cascate, controllare i sentieri dei cinghiali, gli alberi, le voragini. Il sole
che si insinua tra i respiri delle radure. Il buio, le trote nascoste tra il freddo dei rovi affogati nelle grotte. Gli
specchi d’acqua in cui salvare le zanzare, le libellule, parlare coi rospi.
Ghianda è un’anima di bosco perché nessuno l’ha mai vista per davvero, si dice di lei, si fa, si fisfa, si ricorda,
si sputtana, si ammira e si condanna.
Ghianda. Amava. Parlava, si ribellava. Non sopportava. Ghianda vive nel suo nido morbido, del colore del
sonno. La senti forte, intensa carezza sulle gote, nel Bosco di Acamàn.
La percepisci, perché qualcosa che non sai ti cinge, ti coccola il corpo, ti accudisce ogni volta che inquieto
passi ad Acamàn. Eppure gli uomini muoiono di paura, le donne bruciano d’invidia, ma solo perché non
l’hanno mai vista, non sanno che per entrare ad Acamàn bosco se lasci fuori l’ego sarai graziato da qualsiasi
sventura.
Eppure la odiano, Ghianda, come ogni cosa di cui non si capisce natura, conosce il sapore e professione.
A lei dispiace molto, ma autunno dopo autunno ha smesso di soffrirci.
Che bugiarda, non è vero, ancora non ci riesce, ma si sta abituando ad accettare i limiti, e non aspettarsi
niente da chiunque ci provi, ma che non può darle niente. Come invece si è sempre ostinata a fare in vita.
Ma come, quindi Ghianda ora non è più viva?
Questo di per certo non si può dire, noi stessi che nel bosco ci viviamo, non lo sappiamo.
Bisognerebbe entrare nel bosco di Acamàn con umiltà e silenzio, e farsi portare dal naso e dal cuore. Si dice che solo così si può sentire l’anima di Ghianda ancora amare e raccontare
Tutto sa di lei nel bosco di Acamàn, le foglie, le lepri e le tane di fata, un non so che di castagne, crosta di pane e vanillina, la strega ribelle, è così che l’hanno chiamata sempre.
Quel che sappiamo è che Ghianda una notte è stata rapita e catturata, dentro un sacco.
Fu il parroco del paese di Acamàn, o forse no. Non si sa.
Gli scritti rimandano a una certezza: Ghianda aveva una terribile colpa.
Voci già giravano da un po’, e si sa, le voci fanno vivere le voci fan morire, ma finalmente per tutti, anche il parroco un pomeriggio poté confermare, l’aveva vista camminare vicino al Re, l’uomo più ricco, più desiderato e amato del paese e si sa, che è una cosa che non si fa.
Le donne come lei sono pericolose, sono dolci come il miele dorato dal sole, buone come le torte appena sfornate, e belle come seta dei boschi del gelso migliore, le vedi da lontano queste donne pericolose, sono
ninfe, ragazze giovani, leggere e veloci, fiabesche, come uscite da una lettera mai spedita, una favola mai pubblicata, una storia di more e inchiostro annacquato, dalle labbra rosse rosse e gli occhi nero pece. Sono donne che portano sventura, sterilità e povertà a qualsiasi uomo che perde la testa per loro, che sfiorano, che
assaggiano, che succhiano i loro seni, peggio che mai se con loro hanno lambito le sponde del peccato. La gola. Il pan di spagna sulle grandi labbra, bagnato.
Un amore fondende, come il cioccolato. Strano e insondabile, sfuggente e innominabile, come lo era lei, Ghianda di Acamàn dalle labbra rosse rosse. Era la più coinvolgente e intelligente in questa tipologia di donne.
Si diceva di Ghianda, ogni cosa, che coi suoi modi servili accecasse le anime ciniche, che irrompesse nella vita di chi non ne voleva sapere niente di qualcosa che implicasse sentimento, carattere, presa di posizione o amore.
Ogni uomo, tra le sue braccia, veniva adulato e manipolato. Si diceva che prendesse la loro memoria e la
facesse sua. E l’uomo si dimenticava di chi fosse, che facesse nella vita o in quel momento, perdesse la gravità della sua immagine, della sua famiglia, della
sua dote. Accanto a lei, ogni uomo, capite bene come venisse adocchiato, giudicato. Sparlato. E di ogni ricchezza sarebbe stato derubato.
Avrebbero detto del Re qualsiasi cosa, se solo qualcuno avesse lontanamente insinuato di averlo scrutato tra le ombre mano per mano con la bohémienne.
Pericolosa. Terribile fine.
E questa terribile fine avrebbe intaccato l’equilibrio del popolo, a partire dal Sovrano. Egli, vedovo ma libero da qualsiasi legame amoroso, sarebbe stato non solo insultato in ricordo della adorata moglie, mal visto e chiacchierato, ma ostracizzato da tutta la contea. Egli, anima pia, aveva sempre e da sempre vissuto, era sempre e da sempre esistito grazie agli occhi degli altri: lo amavano tutti. Ai compaesani dava lavoro, da decenni, vinceva ogni battaglia coi suoi eleganti modi, portava prosperosa ricchezza anche ai lazzaretti più melmosi.
Con Ghianda sarebbe finito intrappolato nella sua stessa libertà. E lui avrebbe perso tutto il suo valore, il suo pensiero, il nome.
E il parroco nemmeno, non poteva perdere il posto, la sua immagine, la posizione, il suo nome.
Ghianda si era presa una libertà pericolosa, e lo sapeva: camminare accanto al Re avrebbe portato nefasti incubi a tutti. Soprattutto a lei. Ghianda amava libera, in un mondo di giudizio e chiacchiericcio.
E lei non se lo doveva permettere, lei non se lo poteva permettere di coccolare e farsi coccolare da qualcuno che viveva di immagine e aveva paura d’amare. Egli non poteva, non doveva, che pur di non farsi vedere con lei in mezzo alla gente preferiva accompagnarsi da persone che non amava, con cui non sarebbe mai stato, a patto
fossero solo del suo palazzo, della contea, della sua nomea.
Ghianda amava di nascosto.
E lui amava quelle attenzioni nascoste, sempre e solo nelle sale del palazzo a cena, a pranzo, in gita isolata, con una scusa, ma giorno e notte, sempre con lei. Respirando la sua pelle, la sua arguzia, le sue storie e le sue parole. Ricoprendola di baci, di affetto ed attenzioni, che lei beveva come acqua nel deserto.
Lui era più grande di lei, di almeno trent’anni. Era uno scandalo per qualsiasi umana e più aperta visione.
Strega di bosco.
Ghianda aveva sbagliato di nuovo, con l’uomo sbagliato, nel suo stesso bosco.
Si dice sia stata bruciata nella notte tra il primo e il due novembre del 1571, di nascosto, nella grotta di San
Valentino.
Bruciarono le sue vesti lentamente, fecero profumo di rosa, bruciarono i suoi capelli che intrecciarono i pipistrelli, cosparsero la grotta di petali e di colpa, bruciò l’intero corpo, e niente si seppe mai più, se non il suo grido, il suo ultimo afflato, chiese perdono, per aver amato, per l’ennesima volta, l’uomo sbagliato, nel suo amato bosco.
Le sue lacrime diventarono rigagnoli, e poi fiumi e cascate, e poi laghi. Nell’isola della fregola, c’è il paese dell’acqua. Lì nel bosco di Acamàn si aggira Ghianda, le grotte cantano ancora la sua voce, nell’ora giovane della
morte. Alcune lontre speranzose dicono che la piccola strega si sia salvata, quella tremenda notte, che l’acqua l’abbia abbracciata e che a bruciare fossero stati solo i capelli e i suoi vestiti, soprattutto i barbagianni confermano e avallano questa ipotesi,
dicono che ora sia la principessa del bosco che porta il suo nome, in suo onore, e che coi suoi doppi vestiti lunghi ella vaghi tra i muschi, coi funghi, contenta, corra per le salite e scivoli nelle discese, e che cinga
ancora oggi con mani affusolate i legnetti da intrecciare, accudendo gli animali e gli umani che limpidi, e da qualche parte ancora liberi, vogliano ancora il suo bosco varcare.
Si dice che il Bosco di Ghianda, perché ormai chiunque si avvicini in quelle zone sa che Acamàn con quella
bellezza non abbia mai avuto nulla a che fare, sia il più magico bosco che al mondo sia esistito mai.
Gli scoiattoli la adorano, le fanno le feste ogni giorno tutto il giorno. Baciandola e proteggendola da ogni spiffero che le porta le afte e il mal di gola. Tutti le rivolgono la parola con garbo, a voce bassa e morbidosa, nessuno le può gridare che non capisce e nessuno prova a farla sentire sbagliata per qualcuno o per qualcosa. Ogni lacrima che scende dal
suo volto diventa una fragolina di bosco.
E il Re? Si dice fosse lui, il mandante tra gli altri, di quella truce notte.
Aveva paura d’amare perchè si sa, di amore non si mangia, non si beve, nè si vive, ci si può solo ammalare. Non vedendola più tornare, rimesso in riga dal parroco, fece un respiro grande e si disse, menomale! la mia immagine è importante, più di ogni altra cosa. Vivo di quella. Mica d’amore, mica di Ghianda, ma per favore! Menomale non è tornata, avrei perso tutti i soldati, le guerre, gli agganci, i denari. Perdendo per sempre il mio potere, la mia vita, il mio benestare. Io sono così, sarò anche egoista, ma che posso farci? Preferisco perdere persone e incontri umani,
non posso permettermi nient’altro che questo, l’ho sempre voluto, è questo che voglio. Un palazzo di feste, di intrighi e giorni buoni.
Il parroco soffocò la sera postuma al rapimento di Ghianda, col pane che gli andò di traverso. Il Re visse decenni ancora, morì solo, godendo del suo lavoro, attorniato dal vuoto di migliaia di persone che lo idolatravano, così come desiderava, col suo unico amore, il suo volto specchiato alla sua lucidissima bara di marmo e di oro.
Grazie, se sei hai letto fin qui, la storia di Ghianda.
Per noi guardiani del bosco è molto importante.
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