Dissidenza
Fai ogni giorno qualcosa di diverso anche tu
Filo su dissidenza
Il mondo non è pronto.
Il nostro buio non è pronto.
Le nostre guance non sono pronte.
Ci riempiamo la bocca di arcobaleno, ma non ce l’abbiamo il coraggio, la forza, la voglia, lo sbattimento di prenderlo per mano, indossarlo, sbatterlo sul muro che ergiamo ogni giorno, un arcobaleno. Non ce la prendiamo la responsabilità di un arcobaleno.
E lo capisco, non è da biasimare.
Parliamo di un sacco di cose, di uguaglianza, di bellezza, di novità, di semplicità, di colori, di amore, di rispetto, di felicità.
Il mondo non è pronto. A parlarsi a capirsi a cambiare visuale. A non fregarsene e cambiare. A gioire. Ad attraversare la sofferenza e non denigrarla.
Il mondo non è pronto, ma il mondo, siamo noi.
Viviamo nel brutto, scegliamo sempre le stesse cose, che tanto piace, ci piace, ci appaga, quella forma quella curva quell’espressione, è un meccanismo, assodato, reiterato, inconscio, non ce ne accorgiamo, è abitudine. Diciamo, parliamo. Parliamo diciamo, e ancora diciamo, parliamo. Di cose diverse, sempre nuove, per arrivare alle stesse.
Facciamo sempre le stesse cose, in salse diverse. In parole diverse. Ma sempre le stesse.
Abbracciare l’arcobaleno espone, è pericoloso, è tondo e pauroso, è felice, e colorato, è leggero, e spensierato. È calmo. È vorticoso. È stupore. È inventiva, poca ragione molta intelligenza e tanto cuore.
Parlare di colore, di dissidenza, di novità, di viole mentre tutti comprano rose, è facile.
Ma prenderla davvero, quella posizione, è altra roba. Altra storia. Altra cosa.
Dissentire non appaga.
Dissidenza non è carnevale, a qualsiasi livello la provi, la tenti, la fai, è soffrire. Scrollarsi da sé, non dà garanzie.
E pur di non varcare quel dolore, di sentirla quella sabbia tra le dita, quella botta tra la bocca dello stomaco e le costole, preferiamo la fetta di torta di mamma. Anche se la torta non ci piace. Anche se la panna è guasta, anche se la mamma è stronza. Anche se non riusciamo ad averci a che fare.
E sono sicura che chiunque stia leggendo e che la paura l’ha presa per mano, quella differenza, la sente, la conosce, la agisce, la differenza tra mettersi in bocca la dissidenza e farla, tra colorare e colorarsi, esser bell’anima o anima bella, sa che c’è differenza.
Che dirlo non è farlo.
Farlo è come perdere tutte le catene alle quali ci si lega per una vita, è cadere nel vuoto, è provare la sensazione della solitudine, vera.
Ma rende liberi.
Dalle maschere che abbiamo dovuto mettere per giocare al gioco degli altri, da quelle che portiamo.
La dissidenza è difficile. Coraggiosa, provocatoria. Semplice. E non la capiamo.
Diventa normalità perché diventa abitudine, in tempi ignoti. A volte in centinaia di anni.
Van Gogh è morto povero e solo. Ma oggi è un patrimonio.
E ritornare indietro, e rileggere, Van Gogh è morto povero e solo.
Sì, le parole sono belle. I buoni propositi di più. Le parole che scriviamo nei nostri post, nelle interviste che facciamo. Nei libri che scriviamo e negli studi che approfondiamo.
Forse serve.
Forse serve almeno dirselo. Ma dirselo e basta, a lungo andare. Serve?
Serve per renderci, alle persone, alle aspettative, alle parole degli altri, anime belle. Per quei post quelle interviste quelle bellissime beghe.
Ma lo siamo davvero?
Fermarci e scendere dalla giostra dei colori e fare ogni giorno qualcosa che implichi prendere il pennello, il secchio e il polso e imbrattare i muraglioni delle nostre paure, servirebbe quantomeno a sporcarci un po’ le mani e il muso compiacente, graffiare la voce autoreferenziale che abbiamo, macchiando finalmente i sedili pefetti che scaldiamo. E sentirci vivi e ascoltarci per la prima volta, e vedere come va.
Dissentire. Ai teatri, i meccanismi, i sipari luridi di sé.
Ma niente, non ce la possiamo fare, ancora.
Finché saremo centrati sulla vita non nostra non ce la potremo fare.
Magari domani si. Ma oggi proprio no.
I muri della nostra pannosa ignoranza zuccherina e brillantina ci appaga gli occhi e la gola.
Lasciamo che. Agli altri che.
Fino a che ci sarà necessità anche solo pensata di fare un coming out, questo mondo girerà al contrario. Fino a che esisteranno termini come gay, trans, bisex, il mondo girerà al contrario. Fino a che la patata farà girare il mondo, questo mondo girerà al contrario.
Fino a che essere in croce a vita per avere un lavoro non accettato dalla comunità, questo mondo girerà al contrario. Fino a che si morirà per quanta melanina hai in corpo, il mondo girerà al contrario. Fino a che la menzogna avrà la meglio sul vero, a partire dalle piccole cose del quotidiano, il mondo girerò il contrario.
Fino a che i forti saranno sempre quelli spigliati, i vincitori, i primi, i visibili, i vocioni, i perfetti, i ricchi, i numeri, i soldi, i soldi, la patata e ancora i soldi. Ecco che il mondo girerà al contrario.
Senza neanche scomodare l’omofobia. L’intolleranza, il razzismo.
Ci riguarda tutti e riguarda i nostri buchi, gli occhi dell’altro sui tuoi, la vita che abbiamo, la nostra profonda ipocrisia, l’invidia. La vera questione: quel sublime imparare a farsi i fatti propri.
No meglio, il problema non riguarda i massimi sistemi, ma quel sublime imparare a farsi i cazzi propri.
Lungi dall’essere indifferenza.
Ma a te, ma che ti frega di chi amo io? Di che lavoro faccio io, di come parlo io, di come mi vesto io, di come vado in giro io, di chi sono io, se non disturbo la tua libertà, il tuo rispetto, la tua persona?
Il fatto è che io, così, la disturbo, la tua persona.
Perché io ho avuto il coraggio di prenderlo quel pennello e colorarmi, io l’ho trovato.
E non ho bisogno di farti del male.
Tu no, forse vorresti e invece no, forse ci stai lavorando ma ancora no, forse sei troppo orgoglioso e troppo cieco per dirtelo, troppo violento con te stesso per ammetterlo. E invece di chiedere aiuto, tendere una mano verso l’ignoto e provare a trovare un pennello tuo, attaccando il mio, ti nascondi a fare la bell’anima.
Io l’ho trovato quel coraggio, ho toccato quella sofferenza, quella solitudine, di non riuscire, di non capire, di mettermi in discussione, di essere diverso di non essere abbastanza di non capirmi di non avere un colore. Di stare sul loggione, di non essere sulla linea del canone che piace.
E ancora ci lotto.
E ancora son qui che mi ascolto, e vi ascolto.
Perché la dissidenza, insegna una cosa. A rispettare i tempi delle dissidenze e non-dissidenze altrui, a sentirlo quel dolore di non capire e non vorresti che nessun altro si sentisse così. Ma sai che è inevitabile e che e che non puoi fare niente perché l’altro non soffra, ma tu sai, e allora puoi scegliere. Come stargli accanto. Perché lo sai. Come ci si sente, a non averla la torta della mamma. E allora prendi le mani e la fai tu, e fai biscotti, taralli, caramelle, grissini ciambelle. E ne fai talmente tanti che ne regali.
Perché la dissidenza, non finisce mai.
Mentre le persone si preoccupano di dimostrarsi anime belle fai così, imbratta i loro musi.
Fai una cosa nuova al giorno, fosse cambiare la posizione dello spazzolino in casa. Il colore della stanza.
Fosse anche prendere una strada diversa per arrivare nello stesso punto ogni mattina.
Magari incontri l’amore della vita.
Dissidenza, non sono cortei, sommosse, battaglie. Anche quello, certo, è l’upgrade, ma dissidenza è molto meno. Che è il tutto che serve.
Dissidenza è amare in un mondo che odia, è educazione in una realtà di prevaricazione, è camomilla, in un mondo di eccitanti, dissidenza è scegliere la spiga invece della rosetta, così un giorno, per provare, è passeggiare sul viale alberato dall’altra parte del ponte, è chiudere gli occhi e cantare mentre il mondo grida, accogliere, pensare, dire la verità.
E costa cara. La dissidenza costa cara. Ma non è altro che la normalità di un mondo che ruota al contrario. Prima o poi, in un punto ci si incontrerà. E ne vale la pena. Ne vale sempre la pena.
Per te, ma non solo. Soprattutto per chi verrà dopo. Sei tu il patrimonio, sei tu quel Van Gogh.
Dissidenza è ogni giorno, che in questo mondo, ci sei anche tu.
L' Associazione
Ci segui?
Scrivici!
© Storie di Lana - APS, C.F. 92180030907
La totalità delle Storie scritte all'interno di questo spazio web sono di proprietà di Anastassia Caterina Angioi, in quanto autrice delle stesse.
È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti inseriti nel presente portale, ivi inclusa la riproduzione, rielaborazione, diffusione o distribuzione dei contenuti stessi, senza previa autorizzazione scritta dell'autrice.


