Amelia

A te che sei
Filo su amelia. ma cos’è che era?

Non era alta, ma nemmeno bassa. Lei si vedeva non alta.
Non era bella, ma nemmeno brutta. Lei si vedeva non bella.
Non era né semplice né complicata. Lei si vedeva strana, complessa, basilare, storta e irregolare.
Non era isolana, ma nemmeno dell’Est. Era meticcia.
Non era chiara, ma nemmeno scura. Era color cane che fugge. Un po’ bionda, un po’ rossa un po’ castana.
Non era magra, ma nemmeno morbida. Era ossuta, di nervi tessuta. Lei si vedeva grassa, e tonda. Senza forma.
Non era intelligente, ma nemmeno stupida. Era inquieta, vogliosa e appassionata.
Non era né fulgido genio né specializzata in qualcosa. Era un tutto fare, dove la mettevi, sapeva stare, fare tana, creare. Non era oro giallo e nemmeno argento. Era oro bianco e ossidiana raccolta da terra.
Non era di rovo e nemmeno di orto.

Era di gelso, e di campo dorato.

Sembrava giorno, sembrava notte, sembrava classica sembrava moderna, un sacco di cose a noi tutti ci sembrava. Non era di ufficio non era di pascolo brado. Non era di nicchia nè di radical borghesia, era per sensibili, di docufilm, non era trachite e nemmeno granito, era basalto, lucente al sole di novembre. Non era televisione e nemmeno cinema, era radio era sipario del teatro, per pochi, una sedia sul mare, davanti alla riva.
Dipinto impressionista, poesia romantica del più tormentato Sturm und Drang, era romanzo, tubercolosi. Messico in rivolta, ’68 a Bologna. Notti di sesso all’ultimo piano del grattacielo più alto in centro di New York, code infinite sulla Cristoforo Colombo in entrata dell’Eur, Parigi all’imbrunire. Casetta in legno con la staccionata chiara e rose bianche da curare in cortile. Era un bacio d’autunno su Vancouver e il coraggio di Cala Gonone a giugno. Era cioccolato e arancia, ma anche pasta al pesto col basilico fresco, era pinolo minuscolo da cercare in pineta. Era questo, era quello. Era sempre qualcos’altro.
Non era simpatica ma nemmeno antipatica. Era una tipa, sgangherata e gioiosa almeno quanto riusciva a essere malinconica.
Accomodante e molto testarda. Chiusa come un riccio e accogliente cuor di cane.
Non era quadrata e nemmeno rettangolare. Era tonda e a volte esagonale.
Non era né calma e né agitata. Era la quiete nella tempesta. Era lei, la silenziosa tempesta.
Non era di quelle che ti girarvi ed esclamavi, toh guarda quella gnocca, ma non era nemmeno invisibile come lo desiderava lei. Era ingombrante, era voragine. Era magnetica scintilla, era quotidiano.
Non era cigno ma nemmeno brutto anatroccolo. Era un roditore, un coso piccolino tutto occhi e orecchie grandi.
Non era lunga, ma nemmeno corta. Ci stava nella tasca.
Non era una calla né una rosa coltivata. Era un fiore di campagna, selvatico, nato germoglio, sotto la neve.
Non era mai cosa pensavi, né una cosa né neppure l’altra, non era specifica. Non era totale.
Non era ignorante ma nemmeno sapiente. Era appassionata, di cose, dei vuoti, dei pieni della gente.
Pensavano tutti fosse un grande talento, sembrava facile la vita addosso a lei e nulla, sembrava faticoso, niente per niente, se a farlo c’era lei.
Lei negava con tenacia, diceva di non avere neanche un talento, era solo molto accorata, accurata, dedita, ad amare quel che faceva. Anche se non lo sapeva. E se lo poteva lei, era convinta che tutti potessero essere di quell’idea.
Non era DOC, nè DOP, era IGP.
Non era mai né una cosa né quell’altra. Era un po’ una cosa e un poco un’altra. Era sempre altra roba, altra cosa, da soffitta, dimenticata, di quelle nello zaino tra le briciole e i biscotti, nelle pieghe che non sai di avere, che ripeschi chissà quando, che l’aveva in bocca tuo nipote, non era tonno non era acciuga. Non era gatto non era cane. Non era blu e nemmeno verde. Era turchese, del mare calmo.
Non era spigliata né timida. Era terrorizzata e amichevole. Profonda e spaventata, socievole, affettuosa gatta. Non le avresti dato un’età né un’altezza né una larghezza, l’avresti comunque sbagliata.
Non l’avresti capita, impegnandoti. Ma col calore del lasciare andare, tenere a te e coccolare.
Era di spirito tozzo di pane e altalene leggere da maneggiare con cura, come i fiori sul prato. Era tenace di violenza subita e sopportante di guerre vigliacche, era regola ferrea e latente, pungente ribellione. Era vita dedicata alle mani nella pasta, pronta a farne ogni volta qualcosa.

Groviglio cerebrale, asparago naïve.

Ma cos’è che era? Pasta dolce salata o alla crema?
Non era un vestito a sirena né un romantico da sera. Era lo chiffon sensuale di un nudo a primavera.
Era tutto, era niente. Sapeva sempre quello che non era ma mai cosa era. Era un piccolo di Balto. Un po’ cane e un poco lupo. Femmina.
Fedele come hachiko. Sparuto come Bambi, la Cenerentola di campagna. Matisse degli Artistogatti, Mary Shelley del coraggio, dell’orgoglio le lacrime e i pianti, Lou Von Salomè, mano nella mano a Maria Rilke. Suora viaggiatora, di studio, festaiola. Lotta di silenzi. Madre di famiglia. Strega ed attivista, roghi furibondi, eretica, erotica, D’arco. Anna di Hugh Grant, di Sorelle e Vronskj, donna di nessuno, in Se Scappi di Sposo. Lei di Pretty Woman. Camelia di Armand. Vittiglia sulla sabbia, il dramma, l’amore e la follia. Di Marx, la figlia.
Era quella a cui non avresti dato uno spicciolo. E non glielo daresti uno nemmeno tutt’ora, uno piccolo.
Suona nei sotterranei della metro. È una miliardaria.
Cuce racconti. Parla la lingua dei mari, dei fari sfranti.
Non era mai stata abbastanza per la terra. Né per una cosa, né per un’altra. Sempre mancante, mancante di qualcosa.
Di tutto quel detto, successo, che non conosce il valore di niente.
Poteva stupirti. Da ogni fronte, su qualsiasi fronte. Ma solo se riuscivi a fermarti.
Ma tu non glielo davi, a quel vestito lungo, a quel sandalo, il cane e i suoi capelli, tutto quel mondo, nemmeno uno, di spiccioletto tondo. Ed era molto orgogliosa, di essere niente, di essere svista, non vista, quotidiana e banale.
Quella di essere normale e far spuntare sorrisi dolci nei volti dei passanti, a Natale. Il quotidiano eccezionale di restare. Sempre lì. Un punto fisso. Di forma sempre nuova. Amelia.
Restano qui, su questa tela, i bottoni del suo vestito verde mela, con dignità indossati sui giudizi ignoranti della gente.
Amelia canta ancora i colori dei suoi buchi, quelli in fila dei suoi sogni, mentre di filo verde, cuce con amore gli occhi sfuggenti, che passano veloci, bassi e tristi, della gente.

Quando cammini, per favore, stacca se puoi gli occhi da terra. Tesserli sui miei sarà più facile, perché sai, resta per me, guardarli, la cosa più bella.

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