A come Anteo

Antina e Anteo
Filo sul bene che ti voglio

Antina era amica delle api dei fagiani e delle zucchine. Era socievole e autonoma, ricciolina, portava il ciuccio attaccato al bavaglino con la spielletta a forma di gallina, disegnava galline, pulcini e galli.
E ancora galline pulcini e galli. Crescendo, si era specializzata in alberi, foglie autunnali. Montagne, paesaggi. Antina era amica delle susine, delle pesche scamosciate e le formiche nere. Di quelle rosse aveva un po’ paura. Aveva le guance tonde i polpaccetti tondi come albicocche e ginocchia a buccia di pomodoro. Tonde. Aveva i capelli color nespola e gli occhi grandi come il loro seme. Lucidi. Antina non aveva amici. Aveva una amica del cuore, Martina, e un amico, del cuore. Antino. Antino era il suo primo amico non femmina. Antina voleva sempre andare a casa di qualcuno, lontano dalla gramigna e i polloni che succhiavano l’ulivo. Voleva sentirsi di città. Antino abitava proprio al confine tra la campagna e la città. Sopra l’unico supermercato della zona. Ma che per molti anni restò chiuso. Ad Antina piaceva l’idea del supermercato, poteva sentirsi meno selvatica, ma soprattutto poteva sentirsi felice che ad Antino poteva portare il gelato. Ma Antina da sola non ci poteva andare da Antino, era troppo piccolina. La mamma ce la portava spesso nei momenti in cui il maestrale spirava talmente forte da terrorizzare i gatti e spaccare ogni vasetto. Così spaventatissima, Antina riusciva tremante ad andare da Antino, cercava di non piangere, facendo finta che andava tutto bene. Antina faceva sempre finta che andava tutto bene. Non voleva che nessuno pensasse male, che Antino percepisse qualcosa, o che il mondo fuori dalla gramigna scoprisse qualcosa. Mai.
Piuttosto si sigillava la bocca e recitava, come sapeva ben fare. Giullaresca sorridente e sempre positiva. Con gli occhi pieni di malinconia, i sandaletti colorati i pantaloncini larghi e la maglietta dentro. Sempre la maglietta dentro. Ciuccio in caucciù e via. Con Antino amava mangiare il gelato, guardare i cartoni. Disegnare, fare i compiti, sebbene andassero in scuole diverse e Antino fosse più grande di lei.

E Antina ci soffriva, perché le poche persone con cui aveva legato erano sempre più grandi e andavano in una scuola diversa. Antina e Antino si somigliavano, un po’ nelle mancanze, un po’ nelle origini, un po’ per un carattere forte ed estremamente creativo. Antino aveva una sorellina più piccola con cui litigava sempre, non andavano d’accordo. Allora la presenza di Antina tra i due faceva da cuscinetto. Antina non vedeva l’ora di andare da qualche suo simile, ma era un po’ raro, era difficile che ciò accadesse. Lei amava la città, dove stare al sicuro in un appartamento, dove si entrava in un portone grosso come quelli che c’erano a Minsk e dove si sentiva profumo di cucina, un posto in cui c’erano dei grandi, delle luci e dei quadri, dove non si rompevano le cose. Dove il riscaldamento usciva “per tutti” e non c’era la muffa e non facevano sei gradi. Ci si poteva addirittura togliere il maglione. Se Antina si toglieva il maglione e non aveva 4 paia di calze di lana vuol dire che era in città. In città faceva caldo. E c’erano le luci.
Ballare, Antina per anni non ha fatto che ballare, di nascosto, in soggiorno, in cameretta con Antino. Pane e cioccolato per merenda. E le coreografie, la musica, studiare i Sumeri i Fenici La Mesopotamia i Babilonesi e i Romani. Antina li aveva studiati lì in cameretta di Antino. Cose che lui aveva già studiato l’anno prima.
Poi spegnevano la luce, perché non avevano paura del buio e si facevano gli scherzi. Chiacchieravano tantissimo. Certi che non si sarebbero lasciati mai. Anche se non pensavano nemmeno che un giorno ci si dovesse lasciare. Due cuccioli ricciolini. Biondina e scurino.
Poi sono cresciuti, la vita li ha allontanati, strappando quei loro pomeriggi, i cornetti gelato e i loro balli. All’improvviso. Si diventava grandi.
Antino poi a ballare ci è andato davvero, tanti sacrifici, litigi, scontri, promesse, porte sbattute. Risate e grande gioia. Antina non poteva perché aveva dei compiti ben precisi da portare a compimento, tra cui i meno onerosi essere un bambino e poi una madre e una moglie, diventando grande molto presto, attraverso altro.
Per lungo tempo i due hanno perso la rotta, le ragioni, i significati, eppure, da qualche parte, collegati da un filo rosso
sangue che parla una lingua tutta loro.

Antino è diventato bellissimo e dolce come da bimbo. Ha un viso e un corpo fatti per la danza, ma non solo, e dei ricci foltissimi. È dolce e sensibile, generoso di vita, come pochi uomini incontrati, anzi a dirla tutta, per ora, l’unico.
Il suo primo amico. Ma soprattutto, quel che ad Antina fa impazzire, mentre lo vede crescere, seppur da lontano, è il suo sarcasmo salvavita, il sorriso semplice e delicato che solo i suoi occhi che l’hanno sempre visto e ammirato, sanno quanto ha sofferto. Lo stesso sarcasmo e presa in giro alla vita che ha Antina.

È un sarcasmo speciale l’ironia salvavita, humour nero che non tutti hanno la possibilità di provare a fondo, forse fortunatamente, tra l’esaurimento e la disperazione, la rassegnazione della positività tragica della vita da portare avanti, con un tocco glitterato, tacco 12 e peperoncino, gliss di chiome rallenty e Martini bianco, in seguito all’elaborazione di fatti poco raccontabili, se non nelle profondità degli inferi.

Antina si innamora di chi, come Antino, intelligente, raffinato, vispo e pieno di esperienza, sa fare il minchione.

Antina ride sempre alla parola minchione.
Ma non ha mai scoperto perché.
Ama chi, e in Antino questo si esprime all’ennesima potenza, si può permettere la leggerezza, la stupidità, il trash, la vita. Chi sa essere minchione, in poche parole.
E Antina è felice, con la minchioneria sottomano. Antina è felice ad essere minchiona con qualcuno che parla della sua stessa minchioneria. Non giudicante, affiatata, coesa e piena di risate.
Antino come il cognome che porta, è tenace, coraggioso, forte. Ha un fuoco che dentro che pochi capiscono e pochi si rendono conto. Lo vedi che brucia da come si muove, da come parla. Dalla storia che le sue rughe, i suoi piedi e la sua schiena preziosa raccontano. Perché quando gli Antini hanno un sogno, lo sanno che per una via o per un’altra nonostante le rinunce, il tempo, il dolore e i no, quel sogno prenderà vita ancora e ancora, se non come si era sempre desiderato, in forme diverse, sanno che nonostante la sofferenza, il sogno si trasforma con loro fino a trovare tana, soddisfazione e pace.
Come se il tempo non fosse passato, Antina ha ancora bisogno di una casa dove niente accade, dove si sente profumo di pranzo e le sedie non si rompono. Di scoprire la ruota con Antino.
Dov’è c’è musica e si può ballare.
Di Antino, principalmente. E di minchioneria. Quella. Sperano di vedersi presto. Perché hanno bisogno di riposare. Antina qualche giorno fa sperava di vederlo talmente tanto che lo ha scambiato da dietro, per un altro.
Antino, questa storia è dedicata a te, so che mi leggi, so che non te l’aspettavi, e che pensi di non meritartela e che non ve n’è bisogna. Ma abbiamo detto che dobbiamo iniziare ad essere egoisti. Quindi questa è egoisticamente tua.
Auguro a te e ad Antina di trovare la vostra tana speciale. Dove essere semplicemente voi, leggeri e splendidi come solo le farfalle sanno fare. Sopra i pregiudizi, i giudizi e la cattiveria. Ve la meritate. È il momento di spiegare le ali, troppe volte le avete chiuse rattoppando quelle degli altri.

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