Resurrezione I
Racconti a scaglie
parte prima
Questa non è una storia di successo acclamato, di quello validato dall’esterno, dai flash e dalle folle, cullato dai giornali e dalle luci degli schermi.
Non parla di feste e rotocalchi, di stelline e di pubblicità, non racconta di interviste, prime pagine e sponsorizzazioni.
Forse accarezza un po’ d’anacronia.
Di continua rielaborazione, delicata umiltà.
Parla di talento. Quello crudo e nudo, nel suo significato più profondo, quello del saper reagire alla vita con integrità, del provarci fino in fondo, del donarsi agli altri, del far tesoro degli inciampi, anche del più dolorosi, e trasformarli in opportunità. Porsi domande, trovare risorse che non si pensava di avere, sapersi reinventare.
Resilienza. Non quella che va di moda tra i post delle nostre pagine social.
Resilienza quella muta, che permette di sopravvivere davvero agli urti della vita. Quella che fa male come l’aria che brucia nei polmoni, quella che ti spinge ad andare avanti, e che non senti di avere finchè non ci sei andato,
avanti, e che, girandoti, riconosci a posteriori, mentre sei lì a rassettare le
ferite.
É una storia di lacrime, ruggine e fiocchi d’avena.
Sopravvivenza.
Un timido spaccato, sentito e orgoglioso di una vita che al contrario di queste parole, forse anche poco all’altezza, ha conosciuto ben poche volte timidezza.
L’assaggio di una realtà fatta di cure e condivisione, tenuta insieme da un cuore grande, da abbracci, più dati che ricevuti, e da insondabile perseveranza. Pantaloncini stretti in vita, competizioni, compromessi e acerba gioventù.
L’ invito è di ad accovacciarsi e provare ad estraniarsi anche solo per un istante dagli ingombri quotidiani, mettersi vicino a una finestra guardando oltre, sentirne il vento, il sole, carezze sulle guance, e ad occhi chiusi percepire tra le labbra qualcosa che viene da molto lontano, nel tempo e nello spazio, ma che in qualche modo sa di vivo, accanto ed attuale, e che oggi, più che mai, ha un sapore sovversivo: quello del rispetto, del profondo amore, della generosità.
Umanità. Ciò che rende l’uomo degno di essere definito umano. Ciò che fa di uno sportivo una persona, e dunque, solo allora, vero campione. Anche senza folla, anche senza le conferme di un intero mondo.
Retrovie. Sport, quello degli ultimi, dei non visti. Quello fatto di pochi ingredienti, amalgamati con cura ed attenzione. Lo sport dell’anima che si fa corpo, degli occhi lucidi, di risate e di dolore. Anche senza telecamere.
Ma capace di dare speranza, vita, futuro, al mondo di uno solo.
E forse per questo, uno sport ancor più intimo e prezioso. Lui che unisce e veicola valori, che insegna ad adattarsi. Lo sport della pazienza e della lungimiranza, del dare tutto ma sapersi anche far da parte. Quello fatto di persone e per le persone, faticoso, sì, ingiusto, anche, e in apparenza contraddittorio, eppure coi suoi perchè, precisi, personali e circoscritti, intessuti negli occhi di chi voglia farne parte. Perchè importanti, da scoprire e rinnovare ogni giorno, grandi come il desiderio, regalo che si ha voglia di scartare, conoscere e condividere, anche se a volte può tanto intimorire. Ma che ne vale la pena, perchè ne vale la pena, nonostante tutto.
Crescita. Occasione, fallimento, quello bello. Che chi attraversa, sa cosa cosa significa.. […]
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