Sogliola Céline
Subenti onnipotenti
Filo su mare e su terra
Céline si credeva onnipotente.
L’impotenza della sua infanzia, quella soffocante di stare a guardare e non poter fare niente, subire e non poter fare niente, sopportare e non poter fare niente, non riuscire a fare niente che non fosse assorbire in silenzio e arrangiarsi, le aveva dato in risposta tre modi per cavarsela, per sopravvivere.
La dimenticanza del dolore, la gioia del ritorno a qualsiasi prezzo, e l’onnipotenza, appunto. Tre cose scomode, che creavano salvezza come incastro letale.
Al tempo stesso, a modo loro, tutte e tre l’avevano salvata, le avevano dato il permesso di poterci stare nei mari, di poterci essere davanti ad A. a raccontare, e di questo doveva ringraziare se stessa.
Ciò che ora era orrore, appiccicato alla schiena, al naso, quel peso di anni che schiaccia ogni sogliola dalla loro comparsa primordiale, quella palla nera da guardare con tenacia e farci i conti faccia a faccia, nocciolo contrito brutale brutto ed inguardabile era in realtà una fonte preziosa, una dote, una risorsa non da poco.
Ma andava preso tra le pinne e con pazienza e dolore articolato, perché era un po’, anzi troppo tempo, che si era fatto troppo pericoloso. Aveva troppe volte scampato la fine. Non se ne poteva più.
Sintomo.
Questi adattamenti cuciti insieme da dimenticanza, da gioia e onnipotenza che da piccina tonda, da mingherlina lunga, da sogliola grandetta e da sogliola grande la tenevano in vita, le presentavano sempre un conto non da poco, e ora bisognava agire.
Davanti al sintomo asciutto non si poteva più lisciare e non fermarsi.
Pulito tutto attorno dalle alghe, e dai cocci di guscio, restava lui. Nero.
Come in scultura, che togli, togli togli, fino ad ammirare l’opera che resta. Meravigliosa. Anche in questo caso, sì. Anche se non si direbbe mai, perché il sintomo non rende vita facile, fa male. Il suo peso sul dorso fa affondare negli strati di sabbia in cui l’ossigeno non penetra. E metterci mano è dura, ma fondamentale. È un momento importante, trovarsi lì davanti a lui, dopo anni di lavoro. Lo guardi, ti guarda, e fa male. Ma non sei sola. Non è sola, Céline. Sola ma non da sola, si ricorda? Accanto a lei. Certo. Sebbene con poche primavere sulle guance, sogliola Céline già da quei tempi, si sentiva mancante e in colpa di non poter fare qualcosa, di non avere gli strumenti. Allora gli strumenti seaveva deciso di crearseli facendo quel che poteva. Zitta e ascolta, bassa bassa sotto le pieghe del mare, nascosta tra le alghe grandi, sogliola lesta tra la sabbia più grossa. Sfoderando l’arma del non essere. Meno mi si vede meno mi rendo complice e contribuente di una vita già difficile. Non voglio creare disturbo.
Ma giorno dopo giorno, tutto questo era diventato una condanna, una morsa alla gola, allo stomaco, sabbie mobili tra le pinne.
Ma cosa puoi fare, davanti agli squali, se ancora non sai nuotare?
Davanti al sangue che fare? se ti sono appena spuntate le pinnette e non le sai usare. Ma tu le usi uguale perché sei grande, sei nata già da tre primavere.
Ogni volta che la mamma si divertiva a lasciarla da sola dicendole che avrebbe cambiato mare a causa sua, la lasciava col minestrone sul fuoco, e le diceva, gestisciti. Io non ti sopporto più. Me ne vado.
E lei da sogliolina diligente e coscenziosa che era, piangeva piano, sentendosi colpevole, e rassegnata stava ferma ferma.
Altre volte la mamma la faceva correre da nuotare forte per il mare, nuda, o con solo la canottierina di alga bianca, con le spine di riccio sulla pancia solo per essere inseguita da lei. E dirle vai via, non ti voglio. Per un tira e molla progettato a dovere.
Così sogliolina tornava in casa e si accucciava sul pavimento freddo, dicendo a se stessa che doveva pagare per aver fatto impazzire così tanto la madre.
Passavano ore e Céline rifletteva, ripensava a tutta la sua vita, chiedendosi come fare a gestire una casa da sola, cosa avrebbe detto ai compagnetti di asilo, alla maestra scorfano. Una soluzione era che avrebbe chiesto l’elemosina per le valli di sabbia, sicuramente. Lo aveva visto fare tanto, da molti pesci grandi. Era pronta anche a metterci il muso, e riuscire a cavarsela. Anche se aveva paura che qualcuno l’avrebbe riconosciuta in fila sul calamaricar. Ma lei era pronta, si preparava come da anni a un momento così. Aveva paura. Ma doveva arrangiarsi. Morire era vietato. Bisognava galleggiare, ritornare alla materna. Alle scuole elementari. Trovare soluzioni, variabili, conferme.
Avrebbe aspettato il ritorno all’asilo col rientro del padre. Quando andava all’asilo l’unica cosa era progettare mentalmente un futuro immediato e aspettare. In un angoletto.
Da sogliola lunga e mingherlina invece, quando il progetto di sopravvivenza sembrava delinearsi, faceva appello alla sua memoria con in mano il suo primo libro, quello che il padre, prima di uno dei suoi viaggi le aveva regalato, Survival, modi per sopravvivere senza niente e nessuno.
Ma era nel momento in cui, lucida e vigile, cercava di placare la paura, che sentiva il portone aprirsi col conseguente ritorno della madre, la quale implorava di perdonarla. E Céline felice che la madre avesse cambiato idea, che si fosse pentita, tremante, stupita, gioiosa, in lacrime, terrorizzata che le facesse altro male, dimenticava tutto e accoglieva la madre che piangeva e le diceva che era importante, facendole vedere che, nonostante si portasse la valigia, gli zaini e le borse via, era solita nascondersi in un determinato anfratto della roccia grande dietro i coralli.
Ce la trascinava proprio, Céline, cosicché vedesse, quelli che lei chiamava nascondigli.
Quella che per tutti era normalità.
E lei sorridente abbracciava la mamma come il più bel dono avesse potuto ritornare a ricevere.
Questi tira e molla accadevano di continuo. Reiterati fino a che il padre non tornò dopo circa dieci primavere dalla nascita della piccola, stabilmente, in quei mari.
Quando sogliola Céline con le sue parole riusciva a convincere la madre a non abbandonarla e perdonarla per non sapeva che motivo, sogliola Céline si sentiva di essere magica.
Quando articolava i pensieri per sopravvivere ai quotidiani abbandoni si sentiva, già dall’asilo, capace di controllare tutto e trovare soluzioni.
Quando si rassegnava ai saluti del padre che non avvertiva spesso dei ritorni o del dove, Céline salutava. Saggia e forte che sapeva reggere tutto, compresi gli addii. Si perché per lei erano sempre addii. Sapeva che avrebbe dovuto gestire sua madre e sua moglie. In sua assenza. Lui la teneva come sua vice. Senza parlare. Così Céline, eseguiva senza farsi domande, le veniva naturale.
Spesso tutto questo reggere, mostrava tragici risvolti.
L’onnipotenza di Céline, negli anni aumentava.
Come avrebbe fatto sennò tutto il suo intorno senza la sua forza la sua saggezza e la sua tenacia?
Tutto sarebbe crollato.
Da sogliola grande tutto questo si riproponeva, scegliendo sogliole sempre uguali a loro stesse. Facendosi trattare come sua madre, come suo padre facevano. Come si sentiva non scelta da loro, come si sentiva invisibile nel suo essere nel suo fare nel suo incollare nel suo reggere e nel suo profondamente soffrire.
Così per sopravvivere, dimenticava ogni male ogni non rispetto ogni abbandono nel gioco macabro delle valigie fatte per spaventarla e dei ritorni, di ogni ti pare che vivo senza te.
Dimenticanza, si sentiva senza limiti, capace si sopportare qualsiasi cosa, smacco, insulto, forma di vita che lei non condivideva ma che andava condivisa perché non può crollare qualcosa per colpa sua.
La colpa, la dimenticanza, l’abbandono il ritorno la gioia l’onnipotenza di risolvere qualsiasi cosa.
Perché lei impotente, non poteva sentirsi mai, sentirsi più nemmeno per sbaglio.
Sintomo, nocciolo, orrore.
Ma quindi la vita è fare i conti per sempre con la propria infanzia? No, è farci i conti una volta per tutte, perché non sia una condanna.
Sei speciale Céline. Grazie per aver condiviso con noi la tua storia.
Non dimentichiamo di avere rispetto per ogni sogliola che incontriamo. Ognuna di loro sta combattendo una dura e silenziosa battaglia.
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