Cenere I
Racconti a scaglie
prima parte
Al proprio irrisolto
Ai forti, le anime fragili che si prendono cura di sè
A chi lotta. A chi spera. All’amore
Gli uomini non odiano le donne. È che esistono alcuni uomini che non sanno amarle, le donne. E forse nemmeno se stessi, ed è forse questo che odiano, non le donne. Desiderano in loro ciò di cui hanno timore, ciò che sentono di dover dimostrare per ricoprire quel ruolo.
Ma quale? uomo.
É che esistono alcuni uomini che non sanno stare al mondo. Hanno bisogno di negare e negarsi, per non affondare, non affrontare. Umani. Hanno paura, non sanno di averla non sanno per cosa, nè come trovare parole per dirne qualcosa.
Gli uomini non odiano le donne. È che esistono alcuni uomini che amano male, le donne. Retti insieme da sintomo e ossessione, irrisolto soffocato in continuo paragone, spremuto dall’orgoglio di sembrare. Mai coinvolti, meschinamente forti.É che esistono alcuni uomini che confondono tutto questo con l’Amore. Non so che sia ciò che hanno di irrisolto, non so che sia ciò che chiamiamo Amore. Però son sicura che per Lui, non ci si muore.
Forse Irrisolto è un signore vecchio e muto, un insieme di passato non vissuto e un futuro poco amato, assordato di colpa e di rimbombo, un presente rattoppato, un pericolo indomato.
Bisognerebbe chiederlo a loro di cosa sappia questo irrisolto, ma se anche loro, come me, potessero rispondere sul vecchio canuto beh, avrebbero scelto le parole per articolarlo, consapevoli di ciò che non si son dati il permesso di dirsi per tempo, potersi guardare dentro e dirsi coinvolti, preziosi, uomini forti.
E forse è per questo che non sono capaci di dirlo al di fuori, non sanno dirselo neanche da soli. E allora non sanno che farsene nè di Irrisolto, nè dell’Amore.
E ripetersi sempre, io non posso aiutare a salvarti se tu non lo vuoi.
Le donne irrisolte non fanno eccezione. E forse son loro, le prime, a confondere questo, con ciò che pensano Amore.
Nessuna distinzione, nessuna giustificazione, non carnefici, non vittime, non follia, non etichette. Persone.
Io non posso salvarmi curando una vita che ignora la mia inclusione.
E dove mani stringevano la gola ci ho marchiato di nero una parola.
Ti ho amato. Non sono riuscita a cambiare le cose ci ho scritto nel coraggio del corsivo più scuro, vietata la morte.
A chi si è salvato, a chi non ci riesce.
A chi voleva altro tempo. A chi non ha avuto più tempo.
A chi ancora si ostina. Senti cos’è. È solo un inganno, un altro rintocco.
Non aspettare, àmati in Vita, l’altra non è che un’ora perduta, di sperata speranza stordita, che frulla l’Amore, non t’ingannare, al contrario s’avvita. Ma tutto è ancora fermo. Tutto è ancora calmo. Tutto è ancora immobile.
O almeno è così che mi sembra.
Come quando il cielo è dipinto di timido rosa, pennellato di giallo d’avena e docile azzurro, e la luna canuta sta appesa, dolce e paziente, illumina di bianco i vuoti della gente.
È così che mi sembra. Ed è così che ho voglia di essere ora, leggera.
Lanciami, fammi volare. É ora che sento il coraggio di dire che voglio qualcosa. Mi sento di essere qui e di essere ora, preciso frammento, momento, ogni granello di me m’appartiene, aria che brucia, apre i polmoni che scoppia le vene, ora respiro, come si fa. Ma poi c’è la vita, poi c’è la pace. Caos ordinato, forza d’andare.
Non ho più paura.
Sopra le onde ora è vacanza, baci d’estate. Allora ti sbrighi? Spargimi senza pensare, alta nel cielo.
Essere vento, velo per reti. Non con gli umani. Almeno stavolta, senza costante paura.
La brezza, la senti? Accarezza il tuo viso. È già più cresciuta, è più che bambina, l’aria che tira. È strano, non credi? in vita stringevi le mani sulle mie ossa fino a scoppiarle di sangue, ora hai paura a tenermi per mano, eppure peso meno di un ricordo, ala grigia di un giovane gabbiano.
Apri e rovescia, che ti manca ora, il coraggio? lo vedo che piangi, gocce pesanti che timbrano sabbia, ormai si confondono a gocce gemelle, che siano dagli occhi che vivano in acqua, tornano a casa, salate, nel mare, cadenti come le stelle. E anch’io torno a casa, sfinita, è finita. Casa nel vento. Svuotata di pesi, ostili battaglie, vissute e non vinte, ma cosa m’importa.
Ho fatto di tutto, ti ho dato il mio tutto. Anima amore corpo e capelli. Non ti è bastato. Ma dimmi cos’altro sarebbe bastato?
È a primavera che mi sentirai più vicina, forte in autunno nascosta tra i funghi, vivrò nelle cose, nelle tue rughe, dentro al caffè, nei giorni annoiati, scarni e fumati, notti ubriache di sesso e disgusto, corpi ripieni e anime vuote.
Desideri me nei fianchi che avrai, tra dita che intreccerai, in ogni viso che cucirai, negli occhi che cercherai, alle parole, le tue, a cui non più crederai, e sarai stanco a ricordar le mie risa negli occhi degli altri, lacrime e baci e vorrai salutarmi, ultima volta, una e per sempre, e io accetterò finalmente, ciò che sei stato, fragile furia, svista, momento nauseante omissione.
Cuori gonfi, li vedo, proteggono menzogna nel giorno di Addio, salutano il mio corpo. Anima lontana, verità che va, lentischio che prega. Sarò cisto ed erba pungente. Elicriso odoroso.
C’erano tutti. A dire disgrazia, poverina che cara. Anche la zia. Eppure non vi volevo. Eppure non ti volevo. Eppure ti ho scelto. E poi ti ho riscelto. E scelto di nuovo. Ancora son qui che ripeto il tuo nome, di nuovo.
Le peonie in una mano, i ranuncoli nell’altra, in bilico sul mento, io che ci credevo, quanti erano gli inganni, mille, ma davvero? i miei preferiti, l’uno sull’altro. All’anniversario. Non è presto che sei arrivato? non ero poi tanto bella, mai abbastanza.
Con labbra più rosse sembravo più grande, con gli occhi più neri sembravo più cieca, con l’abito lungo che amavi e impazzivi, coi tacchi più alti, poco sinceri, velo di seta, sembrare più donna. Ancora più bella, dicevi, che non meritavi. E io non volevo sentire, serravo eresie con baci sul collo, volgendoti a me, al mio profumo che amava respingere il tuo, già condannati, amanti ossessivi e dannati.
Delizia apparente, nausea profonda, felice ricamo a cui aggrappavo sogni per due. Dichiaro e prometto, dicevi, e io che speravo, ma non comprendevo. Che tutto sarebbe un giorno trascorso, risolto, andante, mandato. Mandante.
Ma cosa ho risolto? Buio. Presente, frattale, infinito groviglio torciglio, attorciglio. Più miglioravo più allontanavo il tuo collo dal mio, più lavoravo più imbestialivo il tuo corpo nel mio.
Posavi zucchine nel forno, amore che più non serviva, docile cura, inganno scherniva. Fossi vento per sempre, per ammirarti così, così premuroso per sempre.
Un dì m’hai portato dei semi, li ho piantati sul nostro balcone, quello di sempre da riordinare, tenda da rattoppare, tegole da sistemare. Un po’ come tutto, come il divano, calze spaiate, la lavatrice, mensole rotte. Bello così, più caos, più famiglia. Bello così, mi dicevi, sembrava famiglia.
Candele per sere d’estate, per ora c’è solo l’abete, quello del nostro primo Natale, il primo di tanti, al sicuro con me, ricordi, dicevi?
Ricordi in cosa credevi? e mentre m’abbracci c’è lui che ci guarda, cuore maldestro, un po’ spelacchiato. Semi preziosi porgesti al mattino, ch’era un inverno di qualche anno fa, ero stupita, entusiasta, rapita, commosso dicesti fanne qualcosa, io non ne sono capace. Insegnami tu, com’è che si fa ad amare.
Sei tu che ci riesci, come con me. Sto bene, solo con te. Come farei, senza te. Io che mi perdo senza il tuo cuore, mani preziose.
Piccola e forte, com’è che resisti, risolvi e poi resti, con me nonostante, incolli di cocci me vuoto senza di te?
Io coccio, tu coccio, risposi, ricordi? grande e imperfetto ma unito d’amore.
Io non ne sono capace, i semi, non me ne voglio occupare, son troppo per me, son fatti per te.
So che di vita hai paura, enigma irrisolto dentro il tuo cuore, di te hai terrore. Ti sfoghi con me, mi dici la colpa è tutta la mia.
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