L’alba, la mia
E voi che andate lì, non lo sapete
Filo su alba e segreti
L’alba ha il sapore del grano assonnato, dei fichi rosicchiati, e di spine. Di c’è nonno in queste mura e voi non lo sapete. Di corse sugli scogli del fiume a tarda sera, turisti, indisposti, chi siete, domus de janas qui dietro e voi non lo sapete. Sa di cerchi notturni con gli anziani, ad ascoltar recitar le stelle su cieli ricamati dalla vita mondana degli altri, niente avrei dato che una sedia di plastica bianca, signora Sabina, il X Agosto si, ve lo racconto, mentre lei ricama, mai stanca.
Sa di merendine ghiacciate dentro l’auto, preparate il giorno prima così si parte via, sa di non riesco a svegliarmi tanto ma bisogna andare, giù hanno già acceso le vasche e gli aerosol ma non bisogna fidarsi a vedersi, mai, fantasmi di una non esistenza, guai a far percepire la propria presenza.
Nemmeno per esserne orgogliosi di questa unica vita, non è bene, non è cosa carina, prendersi questo posto nato nostro a fatica, aria e spazio fisico, morale, su questo unico lembo di terra prezioso.
Nemmeno le bisce del piano di su si svegliavano al nostro passaggio, nemmeno le vipere di giù, tanto meno meglio e quanto.
Spazio vitale tra le 21 e le 23, per il resto, la sai da te la legge che vige tra zolfo e risvegli al gusto di un diesel freddo e caramelle, apri il cancello non farti investire, succo rubato, perché di furto sembrava trattarsi ogni volta. Pesca o pera? Ananas e mela. Tortina alla carota, le chiavi del baretto. La più grande follia delle 23.30, rubare il gelato quatto quatto con sul braccio il rospetto da salvare. Chiudersi dentro col ventilatore del frigo, capelli bagnati e San Carlo, le gomme, il caffè, non toccare non spostare, devi pagare il desiderio di chi se lo prende ogni giorno al posto tuo, senza richiesta né ritegno, ci lavora, pensa che tutto gli sia dovuto. Ma tu che rifornisci il desiderio sei quel nulla, la presenza che non deve percepirsi ma che paga caro scotto.
A soli 4 anni con il ciuccio. Pure a 8 e a 18, ma con un tappo brutto.
L’alba ha sapore del fresco d’agosto e un settembre in giacchettina, Radio 3, le sugherete.
Campanacci ritmati cullano il sonno e i risvegli muschiati san di nostalgia. Suono che irriga le vene, gli occhi del sangue.
Ma si torna, quando conosci quest’alba sai che si torna, oggi è giovedì se si fa presto ci tengono in cella gli gnocchetti al pecorino da scaldare. O forse pizza, menomale.
Il dolore di stare da lei fa meno male, ti prego torna, la spesa da fare come i grandi, gli alberghi mai avuti e mal pronunciati. Scorcio felice. Estrapolato, unico e raro. Mi sento importante tra quegli scaffali alti alti.
L’unico ciglio d’estate che ho mai amato, non mi lasciavi da sola al dolore di non farvi parte. Ricerco, ogni volta che l’ansia arriva alle 4, quel suono di mucca, di menta e di campo, quel sole, quell’amore mai goduto, denigrato e mai amato.
Quel dolore, non sapete a che caro prezzo si apre ogni anno quel portone.
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