E non è Gucci e non è Broadway
Era diamante, ma tu non lo vedevi
Filo su cuore mio sul tuo
Era diamante. Brillante. Gioiello di sera di occhi e di storie.
Era un tavolino BricoChina, in plastica verde, una piazzetta a norma Covid, erano sei sedie, due staccate, in plastica BricoChina verde, distanti un metro eppure incluse, e un girello nero, che fa guizzare con le ruote. Era diamante brillante. Gioiello di sera, di occhi di storie.
Disarmante.
Ero storia in mezzo a tante, vita e luce, mani di cui innamorarsi, forti e rughe, le domande, i silenzi nell’aria, mi guardava, voleva ancora raccontarmi e anche io, ascoltarla. Le avrei voluto dire non si fermi, la prego, il tempo, le difficoltà, B., i riposi, io ci sono.
Non è Gucci e non è Broadway.
Era un tè era solo un semplice un tè, per poco più di una ventina di minuti. Ma me lo ha offerto lei e lei non sapeva nemmeno chi io fossi.
Ho meno di trent’anni, dice lei, e non è giusto che io domani muoia, ma io sono come lei che di anni ne ha 80, signore.
Sono arrivata così, e nessuno mi aspettava, con gli occhi brucianti di una malinconia anziana, ben conosciuta, con le vesti con cui mi vestirei ogni giorno, quando chiedono chi sono, presentati, proponiti, quando a primo impatto, si deve capire di che pasta sei fatto. Semola, rimacinata. Pasta dura, dentro morbida. Semolino a volte. Quando incontro un nuovo incontro. Quando oscillo i miei dubbi e le mie aspettative di solito pari a nessuna tranne una, che sia qualcuno che ami gli occhi grandi e gli abbracci, le paure e le lacune.
Quando c’è lo sconforto, quando c’è qualcuno che non ha mai visto il mio sguardo e il mio corpo, quando mi sento nessuno, quando le lacrime cadono sul volto e sulla sabbia fanno un solco, ho una certezza, il mio vestito, lungo e morbido, quello tuo, in cui so chi sono, e mi sento avvolta, quello in cui so che qualsiasi cosa accada, posso stare nel mio tondo, fragile tenace corpo da streghetta di allouìn. Nel mio guscio, figlia di sole e di vento, leggera. E poi la mantella.
Quando i venti nel cuore sono tanti e sono freddi. Coi ricci dorati da topo di bosco, con le scarpe da mendicante, con i fiori di campagna addosso. Con la mia storia da scrutare, col mio sorriso e i miei occhi da cane. Col vestito del 95, quello che non sa di essere patrimonio, del mondo. Il mio mondo. Il vestito da battaglia, da conforto quello nato dal dolore indicibile, insondabile, quello nostro. Quello che ogni piega ha cucito il mio nome. È solo cotone, è solo un cotone. Ma io che non ho luogo non ho patria non ho un centro non ho posto, mi sento centrata, è il mio posto, morbido, coccolato, da fata del bosco, chiffon castoro, panna marrone verde e rosso. Chi sono, sono quel che indosso, vita cucita, le sento ancora, le tue lacrime su queste maniche, vita sottesa, mai capita, non curata, odiata, poco amata, quell’abito che ha quasi trent’anni. In braccio su braccia che non conoscevano dove. Su te da principessa, a me da in giro all’Ikea, con gli occhi lucenti di famiglia, in spiaggia, tra vetrine generazione tremila, fuori tempo e fuori luogo, e guardano straniti non sanno se vengo da un romanzo o dal fantabosco. Ma è il mio. Il mio luogo. Mi guardano strano, ma io sono normale, sono solo di bosco e mi aggiro in un presente che col cuore va a ritroso.
E lui raccontava, la 4×4 di crine, pagliaio e intonaco.
Io lo so come ci si sente a fare truc truc nella toppa e trovarsi una casa nera e vuota, lo so come ci si sente a perdere l’amore, quella voce, quella parola, quel ritorno a casa, straziante gelo del non avere addosso quello che più non sopportavo di te, quella voce di donna, di condivisione e storia, accanto. Te.
Cercavo maldestramente di stare nel presente, in quello che era rimasto, di questo presente, di questo non senso. E non c’era barriera, limite o stranezza, il sorriso unisce i corpi e le età, il cuore sorpassa ogni maledizione di cui ci riempiamo la bocca.
Era lì, col vissuto tatuato sul volto, che quel tè lo aveva offerto a noi con gli spiccetti, quelli da contare, un gesto con così tanto amore che le streghe di bosco non riescono facilmente a dimenticare.
Il BricoChina verde, i loro occhi lucidi e vispi, nonostante il dolore, signore. Lo so.
Non volevo che si fermasse, o che quel tempo sfumasse in un addio, o che avessimo qualcosa più importante dei suoi stavo dicendo, e ogni volta che distoglievo lo sguardo lei mi cercava e io mi sentivo grata, di ascoltare quel che a una perfetta sconosciuta stava regalando, una piega preziosa del suo passato.
Io avevo solo un sorriso per dirle la ringrazio, per raccontarci attorno a un tavolo. Ma a lei sembrerà strano. Io di lei ho sentito già parlare. Io la luce in lei la vedo ancora, la prego non la spenga, verrei ogni pomeriggio per bere un tè e scaldarmi col suo sorriso.
Era un tavolino BricoChina, in plastica verde, una piazzetta a norma Covid, erano sei sedie, due staccate, in plastica BricoChina verde, distanti un metro eppure incluse, e un girello nero, che fa guizzare con le ruote. Era diamante brillante. Gioiello di sera, di occhi di storie.
Disarmante.
Ero storia in mezzo a tante, vita e luce, mani di cui innamorarsi, forti e rughe, le domande, i silenzi nell’aria, mi guardava, voleva ancora raccontarmi e anche io, ascoltarla. Le avrei voluto dire non si fermi, la prego, il tempo, le difficoltà, B., i riposi, io ci sono.
Non è Gucci e non è Broadway.
Era un tè era solo un semplice un tè, per poco più di una ventina di minuti. Ma me lo ha offerto lei e lei non sapeva nemmeno chi io fossi.
Ho meno di trent’anni, dice lei, e non è giusto che io domani muoia, ma io sono come lei che di anni ne ha 80, signore.
Sono arrivata così, e nessuno mi aspettava, con gli occhi brucianti di una malinconia anziana, ben conosciuta, con le vesti con cui mi vestirei ogni giorno, quando chiedono chi sono, presentati, proponiti, quando a primo impatto, si deve capire di che pasta sei fatto. Semola, rimacinata. Pasta dura, dentro morbida. Semolino a volte. Quando incontro un nuovo incontro. Quando oscillo i miei dubbi e le mie aspettative di solito pari a nessuna tranne una, che sia qualcuno che ami gli occhi grandi e gli abbracci, le paure e le lacune.
Quando c’è lo sconforto, quando c’è qualcuno che non ha mai visto il mio sguardo e il mio corpo, quando mi sento nessuno, quando le lacrime cadono sul volto e sulla sabbia fanno un solco, ho una certezza, il mio vestito, lungo e morbido, quello tuo, in cui so chi sono, e mi sento avvolta, quello in cui so che qualsiasi cosa accada, posso stare nel mio tondo, fragile tenace corpo da streghetta di allouìn. Nel mio guscio, figlia di sole e di vento, leggera. E poi la mantella.
Quando i venti nel cuore sono tanti e sono freddi. Coi ricci dorati da topo di bosco, con le scarpe da mendicante, con i fiori di campagna addosso. Con la mia storia da scrutare, col mio sorriso e i miei occhi da cane. Col vestito del 95, quello che non sa di essere patrimonio, del mondo. Il mio mondo. Il vestito da battaglia, da conforto quello nato dal dolore indicibile, insondabile, quello nostro. Quello che ogni piega ha cucito il mio nome. È solo cotone, è solo un cotone. Ma io che non ho luogo non ho patria non ho un centro non ho posto, mi sento centrata, è il mio posto, morbido, coccolato, da fata del bosco, chiffon castoro, panna marrone verde e rosso. Chi sono, sono quel che indosso, vita cucita, le sento ancora, le tue lacrime su queste maniche, vita sottesa, mai capita, non curata, odiata, poco amata, quell’abito che ha quasi trent’anni. In braccio su braccia che non conoscevano dove. Su te da principessa, a me da in giro all’Ikea, con gli occhi lucenti di famiglia, in spiaggia, tra vetrine generazione tremila, fuori tempo e fuori luogo, e guardano straniti non sanno se vengo da un romanzo o dal fantabosco. Ma è il mio. Il mio luogo. Mi guardano strano, ma io sono normale, sono solo di bosco e mi aggiro in un presente che col cuore va a ritroso.
E lui raccontava, la 4×4 di crine, pagliaio e intonaco.
Io lo so come ci si sente a fare truc truc nella toppa e trovarsi una casa nera e vuota, lo so come ci si sente a perdere l’amore, quella voce, quella parola, quel ritorno a casa, straziante gelo del non avere addosso quello che più non sopportavo di te, quella voce di donna, di condivisione e storia, accanto. Te.
Cercavo maldestramente di stare nel presente, in quello che era rimasto, di questo presente, di questo non senso. E non c’era barriera, limite o stranezza, il sorriso unisce i corpi e le età, il cuore sorpassa ogni maledizione di cui ci riempiamo la bocca.
Era lì, col vissuto tatuato sul volto, che quel tè lo aveva offerto a noi con gli spiccetti, quelli da contare, un gesto con così tanto amore che le streghe di bosco non riescono facilmente a dimenticare.
Il BricoChina verde, i loro occhi lucidi e vispi, nonostante il dolore, signore. Lo so.
Non volevo che si fermasse, o che quel tempo sfumasse in un addio, o che avessimo qualcosa più importante dei suoi stavo dicendo, e ogni volta che distoglievo lo sguardo lei mi cercava e io mi sentivo grata, di ascoltare quel che a una perfetta sconosciuta stava regalando, una piega preziosa del suo passato.
Io avevo solo un sorriso per dirle la ringrazio, per raccontarci attorno a un tavolo. Ma a lei sembrerà strano. Io di lei ho sentito già parlare. Io la luce in lei la vedo ancora, la prego non la spenga, verrei ogni pomeriggio per bere un tè e scaldarmi col suo sorriso.
Io lo so che significa fare truc truc e non trovare nessuno, lo conosco il tentativo di pace che prova a farsi andar bene la vita con ghiaccio e sale, con rassegnazione, accendere la televisione
farsi compagnia, girare a vuoto che c’è solo Belen, che ha fatto ieri, che ha fatto oggi. E lei che dice ma lei non sarebbe interessata, io non posso soddisfarla.
Mi sono mancate le parole, non ho riso goliardicamente con tutti, le avrei voluto dire lei non ha bisogno di soddisfare alcuna donna tra le lenzuola, le carezze che darebbe, i racconti con cui la avvolgerebbe, io ci starei con lei, la sera e la notte, per stare, parlare di perette e di lame, di sangue, di felicità e dolore, vedere la fierezza di un lavoro per la patria che per anni ha dato con amore. Comprese le cazzate, forse più di ora.
Avevo la mantella e mi sentivo al sicuro. Di essere lì nel posto più prezioso, in questo mondo, avere il dono dell’ascolto, della sospensione del giudizio, del ti accolgo, e di voler ascoltare ancora. Stare, a mio agio, in mezzo a voi. Mentre il cuore protende da un lato e si sconvolge. Ognuno con la sua testa e il suo squarcio nel volto.
Io lo so signore, che significa fare truc truc nella porta, e a ogni sono qui, sono arrivato rispondono i tappeti, i viaggi le notti d’amore chiusi in una teca, tra i centrini di Pasqua e di Natale, la domenica, in silenzio, mentre risponde solo l’eco dei ricordi, della solitudine.
Ma domani è un altro giorno, e io ne sono sicura, che passerà un’altra fata di bosco a cui raccontar un pezzo di storia. Con gli occhi buoni e dolci che si ritrova, con entusiasmo e voglia di condivisione. Grazie per questo incontro, Signore. Di cui non so il nome. Ma era bello così, sorridersi. Con la paura di essere di troppo. Troppe cose.
Mentre al tavolo con te, un regalo, questo incontro, non mi sentivo col peso di dover stare nascosta, anche se in fondo continuavo a esserlo ancora. Ancor più tristemente.
L’occhio ti cadeva, lo sentivo accanto, la solita scena da complici stanchi, estranei, di non esserci avuti mai, teatrino, distanti, un metro di Covid, eppure sentivo quegli occhi come non ho mai visto fare, anche il tuo silenzio è diventato diverso, in questo tempo conteso. C’è qualcosa di diverso. Lo sento. Ma questa è un’altra storia. È altro tempo, è lontano, è altrove. Non è più tempo. E non è tempo da Covid.
Mi sono mancate le parole, non ho riso goliardicamente con tutti, le avrei voluto dire lei non ha bisogno di soddisfare alcuna donna tra le lenzuola, le carezze che darebbe, i racconti con cui la avvolgerebbe, io ci starei con lei, la sera e la notte, per stare, parlare di perette e di lame, di sangue, di felicità e dolore, vedere la fierezza di un lavoro per la patria che per anni ha dato con amore. Comprese le cazzate, forse più di ora.
Avevo la mantella e mi sentivo al sicuro. Di essere lì nel posto più prezioso, in questo mondo, avere il dono dell’ascolto, della sospensione del giudizio, del ti accolgo, e di voler ascoltare ancora. Stare, a mio agio, in mezzo a voi. Mentre il cuore protende da un lato e si sconvolge. Ognuno con la sua testa e il suo squarcio nel volto.
Io lo so signore, che significa fare truc truc nella porta, e a ogni sono qui, sono arrivato rispondono i tappeti, i viaggi le notti d’amore chiusi in una teca, tra i centrini di Pasqua e di Natale, la domenica, in silenzio, mentre risponde solo l’eco dei ricordi, della solitudine.
Ma domani è un altro giorno, e io ne sono sicura, che passerà un’altra fata di bosco a cui raccontar un pezzo di storia. Con gli occhi buoni e dolci che si ritrova, con entusiasmo e voglia di condivisione. Grazie per questo incontro, Signore. Di cui non so il nome. Ma era bello così, sorridersi. Con la paura di essere di troppo. Troppe cose.
Mentre al tavolo con te, un regalo, questo incontro, non mi sentivo col peso di dover stare nascosta, anche se in fondo continuavo a esserlo ancora. Ancor più tristemente.
L’occhio ti cadeva, lo sentivo accanto, la solita scena da complici stanchi, estranei, di non esserci avuti mai, teatrino, distanti, un metro di Covid, eppure sentivo quegli occhi come non ho mai visto fare, anche il tuo silenzio è diventato diverso, in questo tempo conteso. C’è qualcosa di diverso. Lo sento. Ma questa è un’altra storia. È altro tempo, è lontano, è altrove. Non è più tempo. E non è tempo da Covid.
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