Non essere in grado
Come pesce su rampicante
Filo su etichette
È prezioso ciò che senti.
L’unica cosa che conta davvero è ciò che pensi, non devi convincere nessuno. Nient’altro che te.
A volte scoprire di non essere in grado salva la vita. E accettare i propri limiti rende umani. Non nasciamo per tutti e non viviamo per tutto.
Mi avevano addestrata bene.
Ero nata incastrata dentro leggi non scritte ma effettive, innominabili e carsiche.
Ero nata capo di investimento con le etichette molto lunghe, di quelle che pungono e tagliano la pelle, ma che non si strappano semplicemente con la mano. Di quelle che fanno suonare i metal detector e ti mettono in imbarazzo davanti a tutti. Ma tu non hai rubato niente, eppure sei convinta di sì. Le avevo dappertutto, dietro il collo, nei fianchi, dentro le taschine decorative dei pantaloni, sulla schiena, davanti agli occhi. Tra le etichette sul fianco sinistro c’era una dicitura con il pennarello invisibile ma indelebile.
Qualunque cosa sentirai in cuor tuo sarà un capriccio. Ogni desiderio che avrai nella tua vita sarà un vizio da educare. Se non sarai in grado di fare qualcosa la farai comunque, ti allenerai per essere in grado. Ogni pensiero che avrai sarà una fisima, la lagna di una molliccia, quelle stramberie di una che non sa reagire. La voglia di una debole che non sa resistere. Insistere. Una che non sa adattarsi e perseverare. Avevo imparato subito.
Non avrei deluso nessuno. La condanna di non essere in grado non l’avrei mai voluta, nemmeno quella della non resistenza. Non avrei mai detto voglio. Non avrei percepito nient’altro che ciò per cui ero destinata. Seguire le regole. Il non detto. La legge tutta. La legge, quella non mia.
E io ci ho creduto, votandomi alla clausura della sopportazione. Il dovere. Ero convinta che fosse sostenibile e giusto, vivere così. Non c’era un altro modo per stare al mondo. Sapevo che percepire qualunque sensazione, sentire qualche tipo di emozione, un fastidio, un dolore, pensare un no, avere un pensiero o un giudizio su qualcosa o qualcuno fosse un capriccio.
Si fa presto, a morir così. E lo si fa così tante volte da non riconoscersi più. A cottura lenta. Non sapevo scegliere, volere, desiderare, lasciare. Vivere. Così da mettermi costantemente nei guai.
A volte scoprire di non essere in grado salva la vita. E accettare i propri limiti rende umani.
Presi le forbici, e a grandissima fatica iniziai a recidere. Un canto fatto di lacrime e aria da respirare cullavano i brandelli di plastica incancrenita, le etichette erano diventate parte della pelle. Scolò molto sangue. Comprai nuovi fili per tenere insieme il mio corpo. E un rampicante di fiori blu per chi sarebbe rimasto. Io avrei preso la strada del mare. Da pesce, iniziavo a puzzare.
Lasciati il permesso di andare via
Lasciati il permesso di girare i tacchi dalle situazioni folli e insane per te
Insostenibili
Lasciati il permesso di essere felice
Lasciati
Lasciali, come la tua più grande rivincita.
Bisogna fare una rinuncia, sempre, per fare spazio a qualcosa.
La mia era la resistenza, per avere modo di riappropriarsi della vita, del proprio tempo prezioso, quello della propria esistenza. Il senso di ciascuno. Il perché su questa terra. Non essere in grado, non sopportare, non adattarci può diventare la nostra risorsa, riservare occhi nuovi a una vita maltrattata e non vista. Una riscoperta. Un coraggioso si può.
Un senso che non può essere uguale al suo, al tuo che leggi, al loro. Lasciare andare il dolore, non poterne più è forse solo il sintomo che, a dispetto di tutto, stiamo meglio, in realtà, di quanto non crediamo o ci abbiano fatto credere in molti.
Lasciati il permesso di vivere
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