Sbiadirsi, fino a scomparire
Ancora
Filo su luci riflesse, recidive e orizzonti di cura
La depressione non cambierà le sue mani strette al collo solo perché sotto avrà il tuo volto luminoso.
E tu non farai la differenza. Trascinerà anche te
L’àncora ha una funzione ben precisa, purché faccia la sua funzione deve essere gettata
Così su chi incarnava salvezza vigeva lo stesso destino
Dare la vita a chi non l’aveva implorandola fuori di sé presupponeva, inesorabile, una volta ottenuta, l’espulsione di essa, come virus esterno, furibonda ira, dolore, inammissibile accettazione di chi con impegno la elargiva
Una volta scemato l’effetto stupefacente, come oppio dei demoni, farmaco del dolore, della novità
il richiamo era violento,
si tornava in pace all’omeostasi della morte, gettando l’ancora di salvezza, strappando ogni cosa che sapesse di vita
Il resto del mondo era suo nemico
A ogni costo era tornato
sfondando la finestra, rompendo le tende, ma non era un costo mio
Avevo una fragilità smisurata per i suicidi, reattiva al grido della cenere, ai tentativi e le sue minacce e a ogni mi hai salvato la vita, sei la mia luce, il mio perché
Avevo un appuntamento infernale ciclico e disperato con i perduti, i depressi cronici, gli uomini porcellana, gli infelici, i distrutti
Alle richieste dei cocci mi immolavo senza pensare che potesse essere già scritto l’ennesimo preludio al fallimento, speranza bastarda, quella dei libri che scrivevo, ma non mi bastava
Non imparavo mai
Ma se scegli i mobili di casa con così tanta cura, perché aprire le porte al disumano da rianimare ogni giorno?
non ero in grado di scegliere, ogni volta che non mi amavo. Mi facevo intaccare da qualsiasi malattia, da qualunque persona, dal dolore non mio, come pandemia. Salvatrice degli ultimi, senza riuscire a salvarli mai, me li portavo in casa. Arrogante, nel fare la differenza. Non imparavo la lezione.
Perché non dare una chance alla vita?
Ma non verso chi non la voleva e illuminava il suo buio grazie alla luce riflessa.
Verso la tua. Coi tuoi desideri e i tuoi sogni preziosi.
Scesi a patti col dolore fino a che non finii distesa sulle sponde di un lago gelido resistendo la corrente, avevo perso me.
Dall’orizzonte frastagliato delle teste calve dei palazzi abbandonati e da quella finestra rotta sul passato potevo vedere oltre e capire che
Essere luce per l’altro significava congelare se stessi per non perdere un colpo mai
Eppure non ero brava come prima, mi ribellavo e rilanciavo
Essere vita per l’altro significava rimpicciolrsi nel suo vaso, accettando il destino. Accontentandomi
Soffrendo l’indicibile, perché l’altro non mancasse di niente, per riempire i suoi vuoti di vita, gli occhi di gioia fasulla, svuotavo senza più lessico la mia
Sogni lanciati sul vuoto
Chiudendo gli occhi sulla strada ormai straniera avevo capito
Che non potevo vivere senza la gioia, senza dialettica, carnevale di intenti
Che le piantine senza radici non danno fiore, né foglie nuove
Che solo i morti si vestono, perché non possono farlo da soli
Che a vivere la vita per fare felici gli altri ci si ammala, e per come facevo io, perdevo la vita
Dalle sponde di un azzurro così pieno di luce e così fastidioso allungavo il dito per disegnarci le nuvole come avevano fatto con me e tra le gambe dei suoni di morte che mi circondavano giorno e notte, non avrei più barattato la mia vita perché l’altro potesse vivere indisturbato, protetto, motivato dal mio cuore, la mia parola preziosa, la mia energia buona
Proseguendo nella sua vita indisturbato, attingendo dalla mia
Rimpicciolendomi sotto le meschinità altrui
Non si sopperisce con le proprie parole al silenzio dell’altro
Non si urla verso chi non vuol sentire
Nessuno schiaffo donerà la vita a chi non la può vivere
A chi ha tutto e non sa prendersi niente
A chi ha l’amore e non lo sa apprezzare
Non si può curare amando
Non si può amare per far vivere l’altro
Misi la mano sulla zona industriale, quella dei sogni di latta, ma non la coprivo tutta, non bastavo
Avevo perso seranza e focus, colore e sapore
Non sentivo che il fallire ancestrale sul mio cuore, la gola ormai chiusa, il corpo mi lasciava
sulla sinistra invece, verso i rami secchi di quella chiesa dove finì la mia vita d’asilo gli occhi bruciavano
Non mettevo gli occhiali da settimane, così da non dover ricordare, da non fotocopiarne i dettagli che conoscevo troppo bene e fissarli nella memoria
Pensare di portarmi dietro i confini sbiaditi del passato credevo mi potesse aiutare
gli anni della mia morte mi disturbavano, eppure ero di pochi inverni, gelo che trascino sugli occhi in questo presente di campane arrugginite ogni otto ore
vedo ancora il mio zainetto poggiato sui pinoli, da solo, come me, ma è diventato una borsa rosa, piena di dolore e di fili strappati
Non lo avevo salvato salverò tutti gli altri risuonava nel mio cuore di bambina
gli smontatori di entusiasmo dovevano starmi lontano
Le sanguisughe di luce sputassero altrove
Ho smesso di rimpicciolirmi negli zaini pesanti degli altri perché non si accorgessero della differenza di forma
Fino a farmi scomparire
La realtà era sempre la stessa, al grido di aiuto di un uomo infelice non sapevo difendermi
Credevo ogni volta di fare la differenza nel percorso della morte vigliacca di chi gridava mi sto per ammazzare
Troppa vita dà fastidio agli occhi del buio
Si getta poi come carta usata, nel modo peggiore per te
La riabilitazione non poteva funzionare mai, erano solo i volti svariati della solita condanna.
Per fortuna.
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