Punctum
Resistente postura al male
Filo su filo spinato, fiorito, rinato
Che sia liberazione da ogni male, ogni giorno. Da ogni sopruso, da ogni dolore
Che sia l’abitudine, prendere parte e posizione
Dal sadismo
Dal discount di sentimenti
Dal capitalismo del dono
Dalla paura di spezzarci, ammalarci, migliorarci,
Inaccettabile
E allora bluffare, prevaricare, rovinare, fino a uccidere
vivere al di sopra d’ogni cosa e viscidi
strisciare
Punctum: ovvero quello che sono
Scelto con fatica
Lacerante dettaglio non visto.
Scontato
Calpestato
Denigrato
Uno svelamento, un ribaltamento di significato, baffo di gatto, espressione di ciglia, macchia di camera oscura, mano tremante.
Dettaglio poco immediato, la puntura significante di una storia interpretata sempre uguale,
ma se lo vedi,
cambia il senso all’intero quadro.
Serve rilettura continua e lunga gestazione di sguardi.
Filo spinato rotondo
Profondo amore e delicatezza stesa al sole.
Un canto di luce e di positività garbata ogni giorno
Nonostante le persone
Le ingiustizie
Le male parole
Scegliere di stare nel mondo e
Scegliere di volerlo così
Capire di che razza sia la propria postura nella giungla delle vessazioni deve renderci orgogliosi, soprattutto quando ne facciamo esperienza positiva. Quando le sue coniugazioni sono il cristallino porgersi in avanti, e la volontà di rendere giustizia a ogni singolo giorno, non può che essere gioia, e festa, e mai confonderti che sia una colpa, il genuino sguardo in un mondo di egoismi.
E allora bisogna fare festa.
E se hai la fortuna di avere ancora amore nel tuo cuore, e la leggerezza nel carezzare l’altro, mentre ti curi delicatamente dei suoi sentimenti prima che sia troppo tardi, c’è da porsi in guscio di festa, fieri della propria integrità. Perché l’altro non si perda a causa nostra, preda di sé e dei suoi fantasmi, è necessario che veda in noi, con chiarezza, chi siamo. E per far questo è necessario che noi, abbiamo chiaro chi siamo. Smettendo di vivere nell’altro. Per l’altro. Per l’occhio dell’altro.
Per incuria del tempo e del desiderio altro spesso lasciamo che sia, godiamo del desiderio riposto su di noi, assorbiamo senza dare, avulsi dalle nostre priorità egoiche lasciamo che l’altro ci riverisca, nell’anima, nel tempo. Nel corpo. Averci a che fare, in un rapporto a doppio slancio significa forse avere il coraggio di salire in piedi sul tavolo della nostra posizione personale e con coerenza prenderci le nostre responsabilità, nella parola, nei sentimenti, con i fatti, così da poter arginare, avere il coraggio di condurre noi nell’altro, indirizzare, chiarificare, sì, anche a costo di perdersi: l’articolazione di sé rende liberi i nostri interlocutori. Di restare. Di scegliere. Di andare via. Prima che tutto si laceri. Prima di prendersi in giro.
E imparare a farlo nelle piccolezze renderebbe il mondo delle grandezze meno torbido. Quello così difficile da sopportare.
E allora le mimose a marzo e le rose a novembre potranno solo accompagnare.
E allora non è tutto un affronto, un gesto vile, conflitto a fuoco.
Libertà di parola è la consapevolezza di avere buon senso nell’esercitarla.
Che triste è non saper amare, non saper comunicare, non mettersi in ascolto di chi abbiamo davanti, chiedere scusa, provarci insieme, non è un fiore di aprile accolto con amore a fare di te vittima del patriarcato. Nei giorni di festa, di tragedia e di serena pace, festa è avere la sicurezza di non morire per poter parlare.
Non uccidere per potersi affrancare.
Potersi riconoscere negli occhi, volto umano.
Amarti significa avere a cuore quello che senti e farne dono. Con la parola. Amarti significa lasciarti libero di andare.
Mentre rinasco ogni giorno che vivo. E faccio – piccolo e delicato – rumore.
Resto in tuo ascolto. E tu, sei in ascolto?
L’amore si cura, promessa di libertà, resta la mia tenace postura.
E ti prego porta con te questa scoperta: non tutte le persone sono in buona fede. Filo spinato che straccia le vesti, vestito più bello scelto con cura, continuare a voler sistemare, resti nuda.
Eppure dal mio canto non riuscivo a darmi pace, non riuscivo ad accettare. Chiedevo perché
Al sadico
Chiedevo in me continuamente perché
Al sadico
Da cui mai sarebbe arrivata risposta
Davanti e dietro me, tutti in cerchio, giocavano impuniti al ladro
Piantavo fiori rossi coi petali di spine, speravo un giorno di vedervi con un papavero per mano
Promuovevo libertà per tutti, persino per quei tutti e non (mi) riuscivo a liberare, da quei tutti.
Femmine, maschi, non importa che sesso, la verità in un mondo per bene, non ha genere, bellezza, tasca, amico potente, orientamento.
Forse era questo il male più grande che non potevo sanare.
L’accettanza di un mondo che fa male.
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