Coscienza leggera
E senso critico: eh, ma io no!
Filo su coda di paglia, un ricamo continuo
di ma io no lungo tutta una vita
La velocità di reazione alla parola espressa, a un’opinione, a un dato fatto, è direttamente proporzionale alla forza con cui ognuno di noi si sente toccato nel proprio punto cieco sottoforma di fantasma che proietta indisturbato nell’altro.
Il disprezzo e la polemica con cui si risponde denota quanto la risposta sia presente in noi a prescindere da ciò che viene detto, dalla domanda che nemmeno ascoltiamo, lì sul chi va là che bisognosi di smontare l’altro e salvarci, imbastiamo un altisonante “ma io no”. Se è ma tu no, perché hai così tanto bisogno di dirlo?
Più abbiamo bisogno di difenderci da qualcosa, di dire con forza una cosa, di ripeterla, di farla notare agli altri, più fa contatto nelle nostre corde a fior di pelle, spesso incontrollate, scordate, spezzate, tirate talmente tanto da lacerarsi a un soffio di vento, pronte per saltare appena le sentiamo minacciare.
Fu così che incontrai Otto e Arturo.
Otto! Fece Arturo pulendo le ultime foglie secche sul davanzale.
Dimmi Arturo.
Guarda là, quella fila di gente. Cosa sono quelle?
Cosa?
Quelle cose che si vedono sbucare dal di dietro di quelle persone, sembra che abbiano una scopa, di quelle sovietiche ai tempi d’oro, corte e folte, hai presente? che se sei alto due metri e tanta madre natura addosso ti viene una sciatica.. Una come la nostra, ma non tra le mani, sul di dietro.
Ah, ma la coda, dici?
Come la coda? Le persone hanno la coda? Fece Arturo toccandosi l’indietro un po’ perplesso. E perché io non ce l’ho? Abbassò le sopracciglia, tutto triste.
Vedi Arturo, non è una cosa brutta sai, è meglio averla tra le mani, quella scopa, che dietro.
In che senso Otto? Non capisco.
Nel senso che quella è la coda di paglia Arturo. Una coda che se tu gridi al fuoco, al fuoco! Loro se la toccano, per paura che vada a fuoco. Guarda, pronto?
Qualcuno di voi ha appiccato un fuoco!
Ti ho visto! Sei stato tu!
Ma che fai Otto, sei scemo! Mica c’è un fuoco, non c’è mica un fuoco Otto. E poi tu chi? Così in generale? Ma sei tutto matto, Otto!
Guarda, Arturo! Guarda anche tu, osserva con spirito critico, a quel tu, la metà ha iniziato a indicarsi a vicenda, a urlarsi la qualunque addosso, addirittura c’è chi si è fatto del male dal nulla. Non si sono allarmati tutti allo stesso modo alla parola fuoco, e soprattutto non tutti hanno reagito al tu. Alcuni non si sono girati nemmeno, continuando a fare esattamente ciò che stavano facendo, altri si sono messi in salvo senza perdere tempo, alcuni hanno usato il tempo per giustificarsi, altri sono scappati senza pensare, pochi si sono fermati a capire.
Se ognuno di loro avesse guardato se stesso nella propria coscienza, e nella propria morale e si fosse occupato di sé avrebbe capito da solo che quel tu non si riferiva a nessuno.
Dici?
L’ignoranza, l’insicurezza, l’attenzione distorta che diamo agli altri solo per salvare la nostra pelle, la pochezza nei sentimenti dei nostri gesti e la scorrettezza intellettuale passata per ma io no, spesso portano a gravi conseguenze. Tipo un parapiglia in cui si muore?
Tipo.
Ascoltiamo le parole, i suoni e le vibrazioni del mondo in base a ciò che le nostre orecchie sanno già sentire, il nostro cuore percepire, la nostra esperienza ci ha improntato, cancellando il resto. Spesso con violenza.
Accogliamo ciò che nel nostro ordine di idee può incastonarsi più velocemente e con più facilità, e se così non è, abbiamo l’esigenza di far notare quanto per noi così non sia, quando nessuno a noi pensava.
Incapaci di lasciar cadere, e andare avanti, morsichiamo, senza essere interpellati, fino ad arrivare all’osso.
E quando sentiamo l’esigenza, come uno spasmo, di reclamare ogni io no, ma io no, io non sono stato, io non lo farei, rassicuro me stesso, rassicuro te che mi ascolti, col campanello d’allarme tra le mani di latta. E scatta pericoloso. Perché forse non siamo così sicuri del fatto nostro, se abbiamo l’insistente necessità di sbatterla in faccia agli altri. Senza ascoltare, senza capire. Senza aspettare.
Un po’ come la felicità, se ostentata, ha qualche difficoltà ad essere realmente autentica. Tipo tristezza?
Tipo.
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