Non è tanto il perdono
È il ricordo che ti frega
Filo su post it, e io non ti vedo, c’è troppa umidità tra noi
Non è tanto il condimento della pasta, è il sale che ti frega, quando manca in cottura, si sente.
Non è tanto la patata croccante in sé, è che indietro di cottura sa di tronco. Il problema non è la lirica è che non capisci le parole e ti annoia, e allora vai al cinema. Non è il marmo il problema, è quando è bagnato, e ci sguisci sopra. E non è nemmeno che non siamo ritornati a casa insieme, è che mi hai lasciato lì, al freddo, da sola sui binari, perché ti andava, di punirmi così. E altre sette volte, così.
No che non ci vado a vedere i film d’autore, la pièce nè il balletto nè il teatro, no, per sentirmi di nuovo accettata dalle tue amicizie, e una fallita delle mie, no che non ci vado a comprare libri nuovi non li voglio leggere i libri non li voglio vedere i film d’autore non voglio i DVD raffinati e la tua stimabile cultura, non voglio niente di niente. Mi basta quello che hanno fatto al suo cervello, per non volerne uno simile, nemmeno da lontano, non mi interessa giustificarti, non mi importa trovare soluzioni, nuovi adattamenti nuove ripartenze nemmeno se ci metti la salsa buona, una nuova e buona ora, perché non è la salsa, il tentativo, è il sale ciò che manca. E il suo ricordo, non basta.
Ciò che desideravo prima era prezioso nel suo tempo e nel suo spazio, aveva un suo perché, che si avveri ora non mi interessa più, tu, non mi interessi più.
Non è il perdono, quel che manca, è il ricordo che non passa, nemmeno se accanto mi metti un soufflé. Non lo voglio avere il superpotere di dimenticare, di andare avanti e riprovarci, non mi interessa più niente di quello che ho già fatto, non mi interessa desiderare non mi interessa sognare qualcosa con qualcuno che mi ha già calpestato. Non è tanto il perdono che manca è il ricordo costante di quello che è stato. Del perché, del fatto che l’avrebbe potuto evitare. E che per fiducia e assoluto disamore per sé aveva detto va bene, mi fido di te.
E allora la casa che avevi costruito sulle sponde del lago che ha straripato non la costruisci più e ti ringrazi per questo.
Adelaide si spoglia, si lava si mette il profumo delle occasioni, si annoda il dolcevita sui fianchi. L’appuntamento è a pochi istanti di distanza, basta un giro di chiavi sulla toppa del portone.
Ma l’amnesia non ti ha mangiato il cervello come un tempo, Adelaide.
Guardava le montagne innevate all’orizzonte e ripensava al suo passato, prima che l’oscurità se le portasse via con la tapparella arresa alla gravità, nella sua piccola baita lontana dalle morse del dolore, lontano dai laghi, dall’acqua, da qualsiasi forma di liquido che le potesse ricordare il suo costante annegare. Non troppo in alto perché nevicasse, non troppo in basso perché non fosse la sua baita. Al mare ci andava e andava anche al lago, non era una fobia o un trauma non attraversato, era piuttosto e finalmente una scelta, stare lontano dai guai.
E sul frigo, scritto a pennarello azzurro, su carta da pacchi viola, quella parola, perdóno. Per te non c’è bisogno, nemmeno per loro.
Perdonati tu, del male che ti sei inflitta. Che hai distillato con cura, per essere lì, stella alpina, a brillare nella notte più scura. E scegliere di non girare più quella chiave nella toppa.
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