Desidero desiderare
Lo sai fare?
Filo su di te, ogni giorno, un ricamo buono e nuovo, su una strada tua e nuova
Viviamo nella società del desiderio, ma desiderare non è un verbo innato
Fomentiamo la condizione di uomo bianco etero come eroe asintomatico che tutto può e tutto ottiene, in cui identificarci, per desiderare una vita migliore, svuotandolo di significato, e tutti quelli che per negazione non lo sono, condannati a rincorrerne lo status.
L’identità di genere si annoda al desiderio.
Lottare per chi ci sentiamo di essere sì, ma abbiamo tutti la possibilità di desiderare di essere? E chi non lo sa o non lo può fare?
Ci sono persone nate con una vulva ma il loro cuore dice altro, i loro ormoni dicono altro le loro voglie dicono altro, e sono donne solo perché qualcuno le guarda e dice sei una donna! e non importa ciò che loro pensano.
Ci sono persone nate con un pene e c’è qualcuno che ha detto loro sei un uomo! non piangere fai l’uomo, ma il loro cuore piange e i loro ormoni dicono ora piango, e la loro voglia dice ora piango, semplicemente perché sono umane.
Ci sono persone consapevoli dall’infanzia che una qualunque sessualità rende le proprie figure di accudimento, infelici.
Poi ci sono persone che nascono con una vulva, ma era meglio di no. Persone che non sanno nemmeno di averla o meglio, lo sanno, ma sanno che sarebbe stato meglio se avessero avuto un pene e non per loro, ma per gli altri, e sanno che quel pene avrebbe reso felici gli altri. Bambine cresciute a immagine e somiglianza di chi un giorno si sarebbe vendicato di loro, bambine che avrebbero voluto essere bambine perché loro volevano essere bambine, e portare i fermaciuffi tra i capelli e mettere un tutù e non perché il farmaciuffo o il tutù siano cose da bambine solo perché la cultura dice così, ma perché nell’algebra silenziosa delle negazioni della loro storia essere donna è una condizione scialba e sciocca e poca e quel fermaciuffo e quel tutù erano il simbolo di una trasgressione, di qualcosa che svalorizzava la persona, che essere donna fosse una condizione per tutti ma non per loro. Proibita condizione legata a un passato non loro e a un presente non per loro, calpestato futuro dove convincersi che il bene e il giusto dimori solo all’esterno, di loro.
Quelle bambine crescono per piacere agli altri e non sanno cosa farsene del loro corpo, fanno finta di niente, fanno altro e di non averlo un corpo, sono altro, fino a un momento in cui non riescono più a fare finta di niente. E allora quella vulva inizia a parlare e il loro corpo inizia a parlare, loro iniziano a parlare e iniziano a creare problemi. Perché imparano che essere se stesse un po’ di più è creare problemi, sempre in bilico su un filo pericoloso tra la vita e la morte. Se prima dapprima lo agivano senza capire ora sanno la differenza, sanno cosa scegliere, essere niente.
Niente, per essere più possibile quello che gli altri desiderano in loro per loro con loro dentro di loro. Perché l’unica cosa che riescono a fare, l’unico modo per sopravvivere è uno, non riconoscersi mai e mettersi al servizio degli altri, col corpo col cuore con la vulva e non importa, che pensano loro. Contenitori di desiderio.
L’unica cosa importante è che sentono di dover rimediare al fatto di non essere cresciute col pene desiderato e non aver avuto la capacità di essere la donna desiderata, perché essere femmina è un problema.
E scoprire che femmina non è solo un problema dove sono cresciute e per come sono cresciute, è un problema anche fuori da quelle mura perché da quelle mura non si può andare via, non si può scegliere per sé, non si possono avere proprie idee, non si può scegliere per la propria vulva, non si può fare niente di niente perché tu sei un contenitore di desideri e questo schema imparato e collaudato fuori da quelle mura è molto pericoloso.
Ma non lo sai
E se lo sai non importa.
Molte di loro passano la vita a riscattare quel dramma di non aver avuto un pene, di scoprirsi donne da sole, e di non essere state conformi al cento per cento alle richieste di quel fuori pretendente.
Molte di loro, da grandi, desidereranno quella condizione di uomo e da uomo, ma non per se stesse, per sopravvivere meglio, e anche per sopravvivere e basta. Perché scoprono un mondo che non le tutela come persone, il mondo con il pene è spesso più facile e sicuro. E allora è meglio ed è più facile dividere con un taglio netto il mondo in quello delle vulve e quello con il pene. La vulva diventa fatto sociale e non intimo, un ostacolo, biglietto da visita, condanna, umiliazione, un impedimento al lavoro, ai rapporti sociali, sul conto in banca se ce la fai ad averne uno, in tribunale, ai colloqui, alle perizie psichiatriche, al supermercato, in farmacia, alle visite mediche, agli esami universitari, in caserma, al telefono, davanti alla polizia, dietro i banchi di scuola, sopra i tavoli di un’autopsia.
L’identità di genere si annoda così al desiderio, e alla domanda,. Perché essere uomo dovrebbe risultare sempre più conveniente più sicuro più ascoltabile più ricco più coerente più vero più razionale più veritiero, sì molte volte tante volte troppe volte, più facile?
Donne che si portano dietro un carro di sangue e di pietre e di detriti, donne vaso non uomo, con la colpa di non aver portato a compimento una richiesta che non potevano esaudire, e non volevano desiderare, una condizione implicita, non detta, ma agita ogni giorno, come goccia caustica nel calcare. Recriminazione costante di non essere mai quello che sarebbe stato meglio essere, tutto ciò che vuoi ma non donna che vuoi. Donne che non lo sanno fare, perché non sanno nemmeno chi sono, non importa loro se hanno una vulva un pene se vogliono essere donne o uomini, non c’è domanda articolabile. Non sanno chi vogliono amare cosa vogliono piangere e che battaglie portare avanti, non sanno chi sono perché hanno cercato tutta la vita di essere a tutti i costi chi non sono, per compiacere qualcuno a cui non piacere mai.
Donne che cercano di riscattare la delusione che sono state, quel non piacere mai, e piacere troppo perché non sono i fantasmi che vorrebbero essere e gli altri se ne accorgono, piacere troppo per non piacere mai e ricevere niente, e ricevere poco e niente e rischiare di aprire la bocca al cielo e spalancarla per morire di sete ma inghiottire non pioggia non grandine ma qualcosa di familiare e caustico, quello che scavava nella roccia e che conoscono, presuntuose eroine di storie ostinate, in cui alla soda caustica si sopravvive, nei casi meno fortunati.
I nostri corpi sono intimi involucri della nostra espressione e manifesti coraggiosi. Atti politici. Sono desideri che diventano scelte. Alcuni di noi nascono con una vulva, sì ma il loro corpo canta un’altra poesia, altri nascono con un pene ma il loro corpo racconta un’altra storia, sorretti dal proprio desiderio che prende parola ciascuno di noi diventa chi sente di diventare.
Sappiamo sentire?
Prendiamo per scontato che tutti abbiamo dei desideri, e che siamo in grado di percepirli e di dar loro parola, perché si impara da piccoli. Non è vero.
Diamo per scontato che siamo in grado di dare parola alla fame alla sete al desiderio sessuale, che siamo in grado di sentire cosa vogliamo se vogliamo essere uomini o vogliamo essere donne o essere umani, semplicemente, non incasellabili, diamo per scontato che siamo in grado di riconoscerci in qualcosa o in qualcuno, se il nostro corpo racconta una storia. Ma se noi non siamo in grado di sentirla, la nostra storia, e non possiamo darle voce, avere un fermacapelli e non riusciamo a dargli parola, cosa accade di noi? cosa accade alla nostra vita? Chi non riesce ad avere parola, chi per moltissimo tempo non ha la possibilità di essere chi è, cosa fa nel mentre?
E chi non ci riesce, perché non ci riesce? A chi non può, cosa resta?
Ci sono donne che nascono già donne perché qualcuno ha detto loro va bene che tu sia una donna. Ci sono donne che hanno desiderato essere uomini e sono riuscite a diventare uomini, poi ci sono donne che volevano essere donne ma nessuno ha mai detto loro va bene che tu sia donna, puoi essere donna. Aspettando dall’esterno un lasciapassare per poter vivere il loro corpo e la loro vita, sprecano la vita in fila al proprio turno. Non riuscendo a emanciparsi in corpi parlanti e incarnandosi in involucri di desideri altrui, appassiscono.
Donne, che si rendono conto che il loro male più grande è stato nascere con una vulva, perché qualcuno le voleva con un pene, donne che passano tutta la vita a riscattare quella loro mancanza, in una vita non loro, pronte ad appagare chiunque incontrino.
Desiderare è di tutti, ma non è un dono per tutti. Eppure ci chiedono tutti di saperlo fare e di saperlo fare subito. Non importa la storia che abbiamo.
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