Il catalitoscopio
Un rosone di felicità appresa
Filo su impotenza
Glielo voleva regalare anche a lui.
Gliela voleva dare lei anche questa volta, l’opportunità di guardare il mondo con gli occhi diversi e percepirlo per una volta dubbio. Glielo voleva regalare lei, a suo marito, al suo matrimonio finito, l’ennesima chiave di lettura tonda di un presente stantìo. Ostinata e ottusa. Cocciuta e votata alla speranza, voleva regalare a chi non vedeva, a chi non la vedeva, a chi non riusciva a reagire alla consuetudine, all’assuefazione, all’abitudine del vorrei ma non posso, un paio di occhi per guardarlo a colori, il mondo, e poterlo cambiare e non percepirlo solo bianco o nero, statico, freddo e morirci dentro. Era come se non riuscisse a staccare mai gli occhi dalle pareti del suo giocattolo preferito, lì dove tutto era mutabile ed era ancora possibile grazie a lei. Nonostante tutto, nonostante gli anni. Nonostante non ne avesse più uno.
È un po’ boreale come sensazione, un po’ lapislazzuli, un po’ come dentro un acquario mentre attorno i pesci arcobaleno si scambiano le vesti con forme e geometrie diverse, come sedersi al centro di una stanza di cocci su cui specchiarsi senza farsi male, come affondare le mani dentro un secchiello di vetrini tondi smussati dal mare, è un po’ magica come sensazione, e nemmeno oggi, Ginevra, riusciva a darsi spiegazione di quella gioia che lasciava l’amaro in bocca.
E tornava, con un occhio all’impotenza, e l’altro alla magia, indietro nel tempo.
Incrociando gli sguardi delle persone sentiva lo stesso stupore e la stessa ricerca, immaginazione e smarrimento che sentiva dentro il suo catalitoscopio.
Lo chiamava così, un po’ catalicammello, un po’ microscopio di suo padre, immaginando di stargli accanto. Il suo tubo di cartone era capace di tanta bellezza e da lì Ginevra aveva imparato a decodificare la vita. Si domandava se suo padre, perennemente con gli occhi bassi, preferisse a lei, come lei, le forme e i colori sgargianti dentro un tubo. E lo capiva. Si chiedeva lo stesso ora, pensando a suo marito.
E quando non trovava risposta, si lasciava travolgere dai colori, anche da grande. L’unico dove in cui il suo fare serviva a qualcosa.
Era l’unica isola libera, l’unica onda di infanzia, in quell’arcipelago di vita adulta, accanto allo yo-yo. Ma più magico. Una tregua mobile, oltre le urla. Aveva imparato che per riuscire a vedere bene i colori dei cerchi combinarsi, bisognava muovere le mani in senso orario e antiorario. Così nella vita, si sentiva di dover smuovere le cose, per scoprirne il significato, le combinazioni, i colori. Usare il catalitoscopio era scegliere ogni volta di non arrendersi mai, indossando ogni giorno lenti colorate. Riuscire a cambiare gli incastri e le sequenze dei cerchi, era come riuscire a modificare la realtà. La percezione del colore in base alla luce e alla velocità dei gesti mutava le immagini davanti alle sue pupille.
Un catalizzatore di felicità. Ginevra sapeva che indirizzando i raggi del sole nella lente avrebbe trasformato i rombi.
Accompagnava la luce dentro i suoi occhi. Perché fuori da lì non riusciva?
La luce modificava il colore come un liquido, successioni infinite di frammenti frattali. Ginevra, con gli occhi dentro il suo caleidoscopio si sentiva al sicuro nel suo qui e ora. E desiderava che le persone facessero lo stesso. Pretendeva che tutti scoprissero la magia del caleidoscopio per misurare la vita. Per misurarsi. Per migliorarsi.
Come avere la possibilità portatile di schiacciare il muso sui rosoni delle chiese e colorare le navate, i volti delle persone. Il suo mondo si faceva altrove, lontano, estraneo a quel presente in cui sentirsi inutile, in cui né le sue dita, né la luce modificava i disegni, i giorni di sole erano ancora più duri fuori dal tubo, e la luce non era facile da incanalare.
Un piccolo tubo portatile avrebbe potuto far cambiare la percezione delle cose anche a chi non ne possedeva uno?
Aveva imparato a crescere dentro il suo catalitoscopio.
Vedeva negli altri ciò che loro non vedevano in se stessi, metteva gli occhi a chi non voleva averne un paio. Impicciona ed egocentrica.
E allora, ogni volta che poteva, ne regalava uno. Magari, cambiare i colori davanti agli occhi dava speranza a chi non riusciva ad averne nemmeno una piccola, nemmeno una di scorta.
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