Vorrei ma non posso (è scomodo)
Uscire dall’acqua asciutto (comodo)
A centottanta in A1
Filo su figli d’autogrill, pipì decentrate,
e fontane d’amore nelle quali sguazzare
Dov’è il rubinetto? Chiudi!
La papera galleggia ancora
Amano così, loro, giocano alla vita indisturbati fino a quando non torna mamma Vita a riportarli, con sculaccione annesso, a casa, per uscire sempre asciutti dall’acqua della piscina gonfiabile di casa, questi avventurieri indomiti, coi braccioli, a un metro da casa.
Me li immagino così, quegli uomini che si struggono (?) d’amore e poi scelgono la torta di mamma, quella di panna, che dicono una cosa poi ne fanno un’altra, che fanno di tutto per averti e poi ti hanno e poi? che me ne faccio? Meglio se invento, magari nego.
Me li immagino così quelli che si divertono un sacco con la paperella del giorno, nella tinozza di mamma, e poi non ci giocano più perché tocca crescere e diventa scomodo scegliere, pericoloso, responsabilizzante, è una scelta, se tenersela o meno, la papera.
E non vogliono uscire bagnati mai. Dall’acqua.
Me li immagino che a un certo punto qualcuno li prende dal braccio, fa loro totò e dice guai eh, ti siedi qui e fai il bravo, che non si fa.
Chissà dove finisce l’amore delle donne per quella particolare schiera di uomini che desiderano, corteggiano, adulano, implorano, fanno quel che vogliono, senza prendere posizione mai, uomini che se lo prendono tutto senza riserve, quell’amore a flusso continuo, senza restituire niente. Anzi no, sarebbe più facile, fare i conti con l’arido niente. Anche perché se fosse davvero niente la papera non galleggerebbe.
Mi correggo dunque, restituendo tanto, sogni, ma solo a tratti, filanti. A momenti, a sentimenti ondulatori che vanno dallo zero al mille. Dal cento al niente e poi di nuovo niente. E mica quelle donne se ne vanno. Quelle ci restano belle salde a quelle giostre. Credendo di meritarlo un amore così.
Fontane inesauribili per assetati insoddisfatti.
Forse finisce tutto sul pavimento degli autogrill, come una pipì non centrata. Come le gocce che dalle mani cadono a terra, e qualcuno poi ci scivola. O ci vomita.
Dipende.
Gli autogrill hanno tanti segreti. Loro non chiedono, non ne hanno bisogno. Non pretendono. Accolgono i forestieri, i senza speranza, i viaggiatori, i soli. Entrati in autogrill siamo tutti uguali. Sporchi, puzzolenti, affamati, sonnolenti. Gli autogrill ti dicono che un momento te lo puoi concedere. Accolgono le famiglie disastrate e quelle felici, e si mescolano, in fila a fare la pipì. Accolgono le speranze, le delusioni, le corse verso gli aeroporti, verso casa, verso le vacanze che stanno andando male, verso tuo marito che non vedi da mesi. Tua figlia. Gli autogrill sono lì aperti alle tre del mattino, che la focaccia con la mortadella ce l’hanno.
In autogrill c’è chi si lava a pezzi, chi si cambia, chi si sistema, chi si toglie il profumo dell’amante. In autogrill ci si asciuga le lacrime, uno accanto all’altro. Senza chiedersi il perché. Meno giudizio. Più comunione. Si ricomincia la corsa. Dopo un caffè, una lingua bruciata per sbrigarsi prima. Sempre di fretta, di corsa. Ma che ti corri, che ti corri ancora.
Lì dove ti sistemi il mascara perché tra poco lo rivedi. Vuoi essere bella e fresca, anche se non dormi da due giorni e questa relazione ti puzza, e ti sta terribilmente stretta. Sei di nuovo lì, a farti andare bene un amore che di amore non ha nemmeno le vocali.
Giorgia era la donna perfetta per raccontare la ripetizione.
Viveva da sola. Quanto stava da dio, da sola.
Se vedeva una vita disastrata, la faceva sua.
Vieni che la sistemiamo insieme.
Era già stato scritto dalle stelle alpine di tutti i monti del mondo che avrei scelto lei, paladina dei miei incontri. Era forte, imponente come una catena montuosa, e lo vedevi dagli occhi. Gli occhi sono più grandi del nostro corpo.
Quando sono pieni di anima, poi, lo sono di più.
Lei infatti aveva un corpo scricciolo. Eravamo degenti nello stesso ospedale, reparto ortopedia. Ultimo piano, scala B. Ero lì per la riabilitazione a una gamba distrutta da un camion, ma presente, in qualche modo. Come il perché sui miei occhi.
Lei per una gamba mancante, mancante per sempre invece. Ma non assente. In qualunque modo, ma non assente, mentre i suoi occhi disegnavano già i glitter dorati della futura protesi. La voleva in silicone.
Sorrise, voltandosi verso la sua compagna di stanza in sedia a rotelle che ormai conosceva bene quell’espressione sul volto quando stava per dire qualcosa di arguto e spiazzante.
Credo che la gamba l’ho persa per la mia vigliaccheria sai.
Sorrisero entrambe.
Ma cos’è successo?
Mah, niente, è stato un incidente. E certe volte..sai certe volte, specialmente la mattina, appena sveglia, mi sembra di sentire ancora il piede, ancora attaccato. I suoi movimenti, i crampi, le madonne ai mignolini sbattuti.
Annuii. Come se conoscessi perfettamente la sensazione.
A me succede con le persone. Soprattutto quelle che non ci sono più. Altre volte mi sembra come se ci stessero ancora.
La gamba lei se l’era vista schiacciare in un incidente stradale. Anche se stradale non è proprio il termine giusto. A centottanta in A1 si perde la vita. Lei no, lei solo una gamba. Ma non in autostrada.
Fuori dall’auto.
Seduta a mangiare un panino secco, nel parcheggio di un autogrill della bassa Carnia, dove gli uomini ti guardano entrare nel loro territorio come lupi affamati, come fossi l’ultima donna. Agnellino col culo tondo dietro cui sbavare. Almeno il tempo di una sfilata dal bagno alla cassa.
Miracolata non era il termine adatto alla sua vita, lei aveva vissuto tante di quelle vite che non poteva essere solo questione di miracoli. No, ormai ne era sicura.
Andava a centottanta in A1 per un uomo, ovviamente, come al solito, che non vedeva l’ora di rivedere, dopo lacrime e sorrisi strappati a un presente senza garanzie e senza lungimiranza, ma con un progetto in mano. Un futuro. Una scelta. Un’attesa. E la tratta Roma-Carnia si era fatta, emozionata al suo vocale, perché non sei ancora qui? un wafer su cui guidare.
Sciolto.
Nel vuoto. Ma lei, noncurante, a centottanta per un uomo.
Ancora.
In meno di sette ore, senza sosta, si sentiva in colpa solo per aver fatto gasolio, nemmeno una pipì, un panino, niente, come un’ape con il miele.
Esanime dopo un esame all’università sudato come poche cose si sudano, in un periodo di gesso al braccio, specializzazioni, quarantadue gradi di clausura in una cella con parmigiano, latte e cereali. Zanzare. E incubi. E manforte ai pensieri distruttivi di lui che la voleva, la voleva su, da lui, in casa.
Due settimane ancora e poi la loro favola.
Un esame da trenta.
Un uomo in serie, ma fino all’ultimo, no, non ci vuoi credere.
A centottanta in A1 ci perdi la vita, è già segnato, non è che ci provi. A meno che tu non voglia morire. E lì son scelte.
Lei aveva perso la dignità, la ragione, la gamba, mangiando un panino, nel retro di un bellissimo autogrill montano, dove si sarebbero abbracciati, se solo lui l’avesse aspettata. Sotto un cielo carnico spezzato da un sole livido, come se Cristo la stesse osservando, sceso per un attimo dalla croce, seduto a gambe conserte accanto a lei, limandosi le unghie, tutto sembra possibile. Anche che gli uomini filino di coerenza e umanità, non solo di pulsione.
Un muro di pietra improvviso che non aveva mai visto, così di pietra e così improvviso quasi le mettevano conforto, lì dove lui le aveva detto di farsi trovare. Non a casa, pronti a coccolarsi, non da lui, dopo mesi di attesa.
Non in paese, non dove lui la voleva, da mesi. Non a casa, per riposarsi dopo un viaggio estenuante.
In autogrill.
Dopo sette ore di scellerato smacco alla morte, a centottanta.
Per lui.
Dove scegliere di arrivare con due ore di ritardo -che voglio dire, me lo avessi detto, sarei andata più piano.
Nemmeno una scusa.
Ma a lei non importava, i suoi occhi lucidi di amore, le bastavano.
A farsi prendere ancora in giro, eccome se le bastavano.
E un letto d’ospedale di lì a poco, che l’avrebbe accolta, sincero, stavolta.
Anche io, la gamba, l’ho persa per vigliaccheria. Ma nei confronti di me stessa. Ingrata al mio credo, indifferente al mio desiderio.
Forse, forse anche tu intendevi quello?
Non l’ho più visto, l’uomo dei monti. Grandi parole, vorrei ma non posso.
L’uomo che avevo deciso che si sarebbe meritato la mia vita, dopo sei mesi passati a progettare ogni giorno un futuro insieme, è tornato al suo paesello, forse quel giorno stesso, senza aspettare i soccorsi, in tutta fretta, l’uomo per cui scambiare una vita a centottanta, in A1, e pure salvarsi, aveva deciso, proprio quel giorno, di mettere su famiglia.
Dopo mezzo anno passato da protagonista indiscusso in una ludoteca creata ad hoc in cui lei animava lui come un bimbo abbandonato dal sesso femminile, dove riscoprirsi uomo ogni volta che lei cercava di dire no, e rilanciare ogni volta, un rapporto di grandi promesse perché sei tu la mia Lei – dove vuoi che vada senza te, tra una pausa caffè e la negazione di amarsi, di una specializzazione dura e senza aria passata a rincorrersi, l’altro mezzo anno si riscopriva protagonista di una ludoteca diversa, con una donna, quella di sempre da cui aveva deciso di chiudere per sempre, coi sonaglietti agitati su una culla, proprio nel giorno in cui, lui e la cretina, avrebbero dovuto iniziare la loro nuova vita insieme.
Neanche la calcolatrice, se si fosse messa di impegno, ci sarebbe riuscita: erano ritornati insieme, come per magia, forse proprio di rientro dall’autogrill, dopo una gita a valle durata sei mesi, l’uomo dei monti tornava sui suoi monti con la sua lei dal velo bianco strappato dalla loro stessa inettitudine, andata via da un pezzo da casa, ma evidentemente non abbastanza lontano per rendersi conto dell’uomo con cui costruire un futuro e un accanto, mentre lei, cretina animatrice di cause perdute lo aspettava, si guardava attorno senza capire capendo, senza notare il camion che le avrebbe sfracellato la gamba, da indiscussa cretina, continuando a credere a un film parallelo proiettato da lui stesso, mentre lui impunito e puro se ne ritornava all’ovile, come se niente fosse accaduto in quell’anno, da grande sratega.
Mentre dopo sei mesi e settecento chilometri di follia la loro favola sbiadiva.
E la grande delusione era solo una, non solo non aveva salvato nessuno, né lui e né se stessa, ma si godeva anche dal basso dei ricordi, tutta la scena, talmente inverosimile da essere perfettamente aderente alla realtà
Lui, incapace di slegarsi da una vita che lo rendeva schiavo, quel giorno di rientro dall’autogrill della favola creduta costruita e mancata nell’atto finale, ci avrebbe fatto un figlio, con quella donna che aveva lasciato, che non amava e che non rispettava, che sceglieva di nuovo per due confetti già comprati e impossibili da riciclare.
Lei, da cretina di classe, avrebbe custodito per sempre i loro più intimi segreti, senza dire niente, tenendo per sempre, silenziosa e a valle, le beghe di una coppia come tante. Due esausti e incompresi da una vita che si era costruita da sola attorno a loro, dove lui scendeva dai monti per tirar la sottana a un futuro migliore, provando, senza riuscire, a mettere in discussione un matrimonio alle porte, col desiderio implorante di cambiare per sempre quell’incastro, desiderio lasciato tutto nelle mani di lei, in quelle lunghe serate di racconti e di guai, dove cascarci di nuovo con tutte le scarpe, lei abbindolata quanto lui dalla vita disastrata di persone senza volontà che credi di poter cambiare, loro che non sanno cosa vogliono fino a che non se lo vedono togliere dalle mani.
Cretina, aveva ascoltato paziente i suoi problemi, aveva tessuto le peggiori fandonie per farne carezze, i peggiori tradimenti, le migliori intenzioni per farne nuovo concime alla loro relazione.
Come fosse rinsavito da una lunga sbornia, lui tornava a casa, alleggerito da una donna che non avrebbe mai parlato. E se lo avesse fatto nessuno le avrebbe creduto.
Coerente come un orologio svizzero, come la follia di trattare le persone per un certo tempo destinato a proprio piacere, a proprio consumare.
Come la follia che questo usare ha, di trovare sempre terreno fertile su cui affondare radici. Donne che non sanno amarsi nemmeno un po’. Donne che amano troppo. Donne che amano il bimbo sperduto nell’uomo che cerca in loro conforto, un giaciglio, nuove vedute, echi lontani, prospettive da promettere col corpo per godimento e non mantenere col raziocinio mai. O da promettere a parole e col corpo razionale da non mantenere mai.
Un figlio, sarebbe stata la risposta oltre quei monti, un figlio ovviamente, che incollasse quei due adulti poco adulti senza il coraggio di guardarsi allo specchio, concepito alla fine di una storia esausta, il giorno dell’inizio di un’altra, nuova vita aspettata, condivisa, pregata, strappata, di un’altra donna, di un’altra prospettiva, quella di valle, cretina e avulsa d’amore ingenuo e dipendente, ossessionato dalla verità mascherata da ripetizione. Scelta per gioco, persa per niente, lasciata per un vorrei, ma sai che dopo tutto, non posso, non posso proprio.
Sono io, non sei tu.
E poi io nego.
Son passati sei mesi.
Torno a casa, ci faccio un figlio e te lo faccio scoprire per caso. Fatti i conti tu. Io una famiglia la ho.
Tu? Resti in Autogrill?
Non è affar mio. D’ora in poi. Veditela tu.
Chapeau.
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