Volevi un gatto nero
Ma ho le strisce bianche
Filo su coda legata, ma cosa accade dall’altra parte del gatto?
Se non sappiamo prenderci la responsabilità delle nostre pulsioni, non dovremmo pucciare il nostro spiccato senso narciso dove capita, capita.
Che da qualche parte, prima o poi, capita, e capitiamo bene. Noi non vediamo l’ora che capiti, guardiamo il mondo dal nostro filo, a noi non ci frega molto degli altri, vogliamo essere appagati. Ma cosa accade, dall’altra parte del filo, per quegli altri, per chi accoglie, l’appagare nostro e i nostri altri?
Curarci di noi stessi, permette di non fare del male agli altri. Quel male che sbandieriamo santi di non voler fare mai ma ci frega solo fino alla lettera a, di altri.
Perché troveremo sempre, qualcuno che là fuori sarà lì ad accogliere i nostri incastri.
Questa storia infatti non è per voi, ma per chi resta, per quegli altri.
L’esperienza intuisce ma non sempre aiuta.
La resistenza prima del basta, pure. Ma tu ancora non vuoi accettarlo, che sei in grado di farne a meno. Di dire no. E lasciarli bagnare fuori al freddo.
Ci sono quei tipi di persone, a cui ancora cerco di capire che nome dare che, mentre tu stai più o meno conducendo beatamente la tua vita disastrata, anche con notevole efficacia, orgoglio, spiccato senso dell’umorismo e serenità a giorni pari, si mettono lì, davanti al tuo muso e ti implorano di guardarli. Se ti sposti si spostano, se ti abbassi si abbassano. Insomma a tutti i costi, ti vogliono. E tu se ti sottrai ti senti sporco. Si piazzano davanti alle tue cose e come gattini lavati che chiedono di essere asciugati, sgomitano perché tu dia loro attenzioni, cure, tempo, opportunità, corpo, desiderio, progetti, spazio.
Tu che in quel momento di spazio non ne hai neanche per te e non ti interessa, non sei mai pronto a dir loro aria, oltre, altrove, qui no. Di grazia. No.
Che sarà mai, in fondo, essere d’aiuto al narcisismo di qualcuno, metti caso che stavolta mi perdono?
Magari sbaglio.
Magari è un dono.
E mi perdo, no?
Tu, anche se cerchi di non fare più l’errore deleterio di smettere improvvisamente di occuparti della tua disastrata vita per quello sguardo, come un soldato al richiamo della guerra, una guerra sottile e cucita su misura per te, che il richiamo delle sirene è niente in confronto, senza rendertene conto, per quanto ci provi a dire di no, ti immoli, prima ancora di prendere una decisione, ti immoli per quello sguardo, per quel pelo bagnato, per dar loro attenzioni, cure, cuore, desiderio, tempo, amore. Parole, parole, parole e ancora parole. Per quell’amore che loro richiedono goffi, sparuti, fragili. Ed è lì che non ci vedi più. Sono persone che dichiarano apertamente di non essere in grado di amare. Di avere una vita di merda, di voler cambiare, ma non ce la fanno.
E tu, non vuoi sentire altro.
Perché le conosci fin troppo bene quelle persone, che lamentosi della loro vita, cercano benessere altrove, sperando, pur non dichiarandolo mai, che qualcuno abbocchi alle loro richieste, e qualcuno lo trovano sempre, che abbocca alle loro richieste. Perché tu lo sai fare, perché sei nata per quello, perché non hai fatto altro che quello nella tua vita.
Allora fai spazio, a fran fatica, alla tua vita. Per loro. Per te. Crei una cuccia. La vostra cuccia.
Poi però, come da copione, a fine sceneggiato, il gatto fa sempre la stessa fine.
Nel tempo in cui capisci, ti lasci andare, e dai, con tutto l’amore e l’impegno possibili, ciò che loro richiedono davanti al tuo muso, loro si sono già trasformati.
Io non l’ho ancora accettato il perché di stare al mondo in questo modo. Mi metto di impegno ogni giorno, ma non ne cavo ragno dal buco.
Cambiano i presupposti. Cambiano i connotati. Cambiano le parole. Iniziano a raccontare una favola diversa. Il gatto cambia colore. Cambiano le regole. Inizi a sentire puzza di inganno, di gatto al forno.
E girano le spalle, convincendoti che sei tu a implorare quelle attenzioni, e che non puoi farne a meno, di loro.
Quando tu stavi da dio, a barcamenarti nella tua vita prima di loro. Però non hanno tutti i torti, che implori è anche vero, solo che loro sbagliano la tempistica, quella è la fase dell’umiliazione, quella che conosci bene, la fase che nasce in risposta al loro cambiare, al non senso, al non capire perché prima, quando ti volevano si comportavano in un modo e poi improvvisamente non più, mai più, e tu che non riesci a seguire quel loro repentino cambiare, resti appiccicata a quello che erano stati quando ti avevano conosciuto, e non segui il loro cambiare, non resti aderente al loro qui e ora. Lo vedi, e ti ribelli come puoi, ma non ce la fai. Metti sempre te, in discussione, non loro, non gli altri.
E ti senti una condanna addosso. Che non riesci a scontare.
Alla repentina chiusura dei rubinetti del sentimento e del rispetto, una volta che ti hanno ottenuta per come ti volevano, non puoi fare niente che alla fine non ti distrugga.
Ci sei già dentro.
Puoi adattarti, ma hai i giorni contati.
Puoi giustificarli in ogni modo, ma hai i giorni contati.
Puoi resistere, ma hai i giorni contati.
Puoi ritornare a fare la bambola di porcellana, ma le crepe sul viso e sul cuore, a quella condizione, si fanno ogni volta sempre più profonde. Non sei più quella di un tempo, e menomale. Ma non lo vuoi accettare.
Non ci riesci più, per quanto vorresti, a non sentire che quello è il preludio della morte in vita, della tua particolare morte in vita, a fare la bambola di porcellana inerme signorsì uomo, mio e unico. A plasmarti per più di qualche mese, non ce la fai, non ci riesci più. Non ce la fai più. Anche per molto meno, qualcosa ti dice non più.
La vita è già difficile da sola, non hai voglia di stare male gratuitamente solo perché sei forte, solo per chi ha chiesto il tuo tempo il tuo amore il tuo rispetto e tu senza riserve glielo hai dato, e poi non ne ha avuto neanche un po’ per te, amore altalenante, alle prime spinte, per esaurirsi del tutto al primo angolo giro.
Se ti ribelli a questa frustrazione però, inizia un’altra fase, quella più dura, quella della tortura, del minestrone di carte, dello scambio di ruoli: diventi tu quello che queste persone, questi uomini e queste donne odiano e che non tollerano, diventi tu, proprio tu, la tessera da educare, da eliminare da soffocare, perché non rendi la loro vita serena come vogliono, e si trasformano loro, in ribelli, mentre tu diventi quella cattiva, la donna cattiva, richiedente, scomoda e insolente, tu che non permetti loro di condurre la loro vita folle, nella loro follia.
Se domandi spiegazioni ai loro silenzi, al loro vuoto, alle loro punizioni, alla loro perversa condizione di volere tutto e stringere niente, incapaci all’amore se non a desiderarlo, hanno una bravura che a te manca e che ti fa sempre scacco matto, quella di farti sentire in colpa (bingo!), profondamente sbagliata, perché non sei come vogliono loro. Uno straccio per pulire i pavimenti e i loro sensi di colpa.
Tu non puoi ricevere la banalità delle cure di un accanto, se hai bisogno anche tu di quell’amore che dai, sei folle. Se di spiegazioni, hai bisogno anche tu, sei folle. Se di coerenza hai bisogno anche tu, sei ingrata. Ma tu non puoi chiedere niente, perché loro a quel punto sferrano l’ultimo colpo, la fuga a giorni alterni, scappano, ma mica tanto. Negano. Inventano. Ti fanno del male, perché sì. Tu lo puoi reggere quel male. Quell’altalena di spine e accuse.
Guai a permetterti di far notare loro qualcosa, non ci provare. Si sentiranno pulcini violentati da mamma chioccia.
E tu sei già spezzata in quattro, e senti solo profonda solitudine e nostalgia della tua vita di prima, di quella tua vita da sola. Scapestrata, difficile. Ma tua.
Perché sentirsi soli in presenza di qualcuno è la tortura più crudele che il mondo abbia sprecato.
L’impotenza e il non senso scavano le carni più dure.
Ma tu ci sei già dentro, incastrata a doppio nodo.
Ma tu scegli sempre allo stesso modo.
Uomini che non sanno amare e che quando ottengono il gatto nero lo spellano perché lo vogliono bianco, anzi pretendono senza dichiararlo che il gatto si spelli per loro, da solo, grandi strateghi della vita, camminano impuniti su un marciapiede col tuo nome ormai sbiadito, e già da tempo dimenticato.
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