Vocazione alla Vita
Una vita dimostrata
Filo su questo (lavoro), che senza Questo (amore) non sarebbe possibile.
Senza amore, i ponti, certi tipi di incastri di ponti, non li costruisci. Nemmeno li sfiori. Perché non li senti, perché non ti senti
Allora lo ammetti?
Se la vita li avesse voluti far incontrare per avvitare viti, per proiettare rette parallele da torcere nel tornio, non sarebbe di certo andata così. Ma lui se ne dimenticava, spesso, faceva finta di non ricordare, convincendosi a modo suo, tanto era grande la portata di quell’incontro, che gli incontri fossero tutti uguali. Interscambiabili. Passibili di dimenticanza. Di fa niente, continuo a sopravvivere, sapendo che esisti, perché è così che va. Ma una vita nel rimpianto, lei, non l’avrebbe mai potuta mai. Non ci sarebbero stati anche i suoi occhi, nella serie di sguardi condannati dalla vita a inseguirsi, a riconoscersi, coi suoi, tra gli altri, a sapersi tra tutti, a volersi per sempre e recriminarsi di non essere rimasti, per poco coraggio nella presa di posizione del proprio desiderio e nella accettazione della propria felicità, gli uni sugli altri, per accoppiarsi invece, per buon costume, con le maschere e la compiacenza, di altri. Pensando ancora se la potesse raccontare a modo suo, indiscusso, senza pietà per quei corpi e quelle mani, dietro la vita fasulla a cui portava da mangiare, lui intanto, l’amava.
Se la vita li avesse voluti far incontrare per ricalcare numeri e fatture non sarebbe di certo andata avanti così, i ponti i muri le linee e i soffitti, le vetrate e le curve, e ancora le rapide e gli anfiteatri, i teatri, le quinte, le quarte di copertina, le pagine, i parcheggi, i convegni, i muretti a secco i grattacieli non sarebbero mai nati senza di loro, senza Quello.
Senza quel Loro.
Senza di Loro
Incastro.
Il sole splendeva su Roma, come accade sempre dopo i grandi diluvi, accendendo quei cieli di novembre, voglia di vivere e amaro in bocca che solo il freddo di Roma, conosce. Che solo Roma sa regalare. Donna sublime di litigi e giustizia, Roma che ti accoglie. Roma che ti raccoglie. Pizzicore al naso, e freddo alle mani quando i corpi si muovono per inerzia, sulle foglie, perché devi arrivare.
Sul ponte, quel ponte, lui accarezzava i capelli di lei, di modo che i ricci volgessero tutti verso Corso di Francia. E i corpi attaccati, l’uno nelle braccia dell’altro, come se niente e nessuno potesse dividerli si riappropriavano della vita.
Discutevano. Si vedeva. Lei piangeva, di un pianto potente e silenzioso. Lui le accarezzava le labbra.
Ma non gridavano, sussurravano.
Si sussurravano.
O ami o non ami, non ci sono vie di mezzo.
O ci sei o non ci sei. Non ci sono vie di mezzo.
O qui o lì.
Tu dove stai?
Ma tu, da che parte stai?
Lo sai.
No, dimmelo.
Lo sai.
No, dimmelo.
Lo sai.
No, dimmelo.
Dalla tua. Lo sai, io sto dalla tua.
E amare te, è così grande, che ne ho paura.
Eravamo due tessere uguali, tonde, di un gioco di tessere diverse, storte, annegate su un marciapiede, in una pozza di acqua piovana. Un memory di vite passate, spigolose, che si rivoltavano ogni giorno alla morte.
Alla vita predestinata.
Potevamo cambiarla. Insieme potevamo cambiarla quella vita prestata agli altri alle cose da fare e riaffiorare,
dal diluvio. E riaffiorare
dalle maschere che usava per nascondersi.
Non era un caso se la corrente li aveva portati lì, entrambi. L’uno davanti all’altra. In disarmo. Bagnati. Fradici di attesa. Di amore mancato. Di dolore sbucciato.
E lui l’amava. E lei l’amava. Come non si erano saputi amare mai.
In equilibrio, tra le lacrime. E i sogni.
Se lo dimostravano, guardandosi. Come il pianto di lei, profondo. In attesa costante di buone notizie, di costruzione. Di stratagemmi per sopravvivere a una vita priva di garanzie.
Quelle che vuoi, garanzie che puoi dare solo tu. Volendole.
Perché se la vita li avesse voluti far incontrare di nuovo per farsi la guerra, dopo 718 anni non li avrebbe gettati l’uno nelle braccia dell’altra.
Senza ritegno. Senza filtro né scuse.
Salii sul tram, il numero due, quello che mi avrebbe portato da lui.
Lasciai gli amanti al loro destino.
Andai a mangiarmi una pizzetta, pensando a nostro figlio, libero e fortunato di avere due persone che lo amano e si amano, senza troppi giri di parole. Senza il difetto di essere nato, per spavento, balbuziente alla parola Amore.
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