È un conto,
non conto
Non contare è già un conto
Filo a metà, sapere non serve. Una nuvola è già passata di qui 718 volte
È che la vita è un dono dato a tutti, forse a troppi ancora, perché pochi, ancora troppo pochi riconoscono il valore di averla quella vita, dell’oggi, e di un domani che non è detto verrà.
Dove sta scritto, chi lo pretende che oggi ci sono e domani sì, certo, avverrà?
Io non lo so come si fa ad amare a metà.
Lo so. Ma non basta. Non basta più sapere.
Bisogna fare.
Io non lo so come si fa a non amare con gli occhi e con la bocca, con tutto il petto e le ossa, quelle che si sfracellano, se manchi uno stop, sul camion in corsia.
E hai finito.
Di lamentarti, hai finito. Di dire stronzate a te stesso hai finito.
Di vivere, hai finito, di respirare hai finito. Di amare, non hai più la possibilità.
Che senso ha?
Vivere a metà?
Accettare che gli altri vivano a metà è un conto, che gli altri ti prendano in giro, è un altro tipo di conto. Che lo sappia, e ti faccia comunque prendere in giro è un tipo superiore di conto. E che tu sappia tutto, ma non riesca comunque a viverlo il tuo conto, è la sublimazione del prezzo, di sapere tutto, che hai addosso, di conoscere bene quel conto.
Le cose le sapeva tutte, aveva visto tutto, nella vita, un tutto che a lei bastava anche se non aveva visto tante cose, ma il suo tutto era sufficiente per farselo bastare. Conosceva l’animo umano, gli uomini, se stessa. Non per sapienza, non per magia. Ma per amore infinito verso la parola, la psiche, l’anima, la donna, gli esseri tutti, gli esseri umani .
Di questo sapere lungo anni, lungo lunghissimi tortuosi anni, aveva bisogno, un bisogno urlato, di farne qualcosa. Di dirsi che bastava, la teoria la conosceva e le bastava, a menadito questa sapienza avanzava, tutta. Conosco i fantasmi, conosco le strutture degli uomini, delle donne, conosco le mie strutture. Sapeva prevedere il comportamento, seppur imprevedibile dell’altro, conosceva i movimenti del corpo, del respiro, delle parole non dette.
Una raffinata ascoltatrice, una di quelle lei attaccate al grembo del mondo, dall’ udito così acuto e così raffinato che
Aveva bisogno.
Lei aveva un urlato bisogno di smettere di conoscere le lezioni a memoria e di vivere.
Di vivere il presente. Il suo presente. Anche lei un presente, il suo.
Di costruire. Dalla lezione eterna. Dalle lezioni costanti che aveva avuto ogni giorno, dalla vita, ogni anno passato a studiare e a studiarsi. A studiare e a studiarsi. A costruire e decostruirsi. A costruire e decostruire l’animo umano. I suoi perché i suoi anfratti. Le sue difese. Ogni rientranza un nome, una voglia un perché un come e un dove.
Eppure.
Viveva nel dolore.
Da sola.
A che serviva scrivere libri, regalare soluzioni, conforto, perché sì, lei che non voleva dare soluzione alcuna nella vita, anche sì, si riscopriva con molto sforzo, ma palese dimostrazione, fonte inesauribile di soluzione, conforto, luce, amore. Ma
Che senso aveva.
Se la vita moriva ogni alba e ogni notte. Ma
Che senso aveva regalare felicità alla luna se
la terra implorava pietà, desiderio atteso e infinito mai consumato, di perdono calore. Amore.
Attanagliata dal conoscere tutto ma
Che senso aveva se non poteva usarlo per lei per farne vita buona.
Lucida era la comprensione, vivida la razionalità di sbucciare le macroscopiche questioni della vita, molteplici cose fino alle più piccole, raziocinio preciso, bisturi e microselezione nel riconoscere le strutture umane, le ripetizioni, fervida attenzione e dedizione nel capirle, instancabile chirurga della scuola del sentire con lo stomaco, sovraeccitazione costante nel percepire, con la pelle con le ossa, di comprendere il perché dei buchi del mondo, di sembrarle le cose, le fino alle più piccole particelle.
Perché mi comporto così. Lo so. Perché ti comporti così. Lo so. Avevano perso, per sempre, entrambi, il punto di domanda. Lei lo sapeva. Perché. I perché, dopo quasi dieci anni di studio lei li conosceva tutti.
Si guardava allo specchio. Lo specchio dell’altra lei che nella sua disfunzione amava. Ma non era lei.
Non si poteva dire che erano classici amanti, no. Come se il classico potesse esistere, e dare un po’ di ordine. Di quegli amanti consumati, che si consumano, che consumano le carni e il tempo, e il volto cosparso di baci succhiano la vita per avere la possibilità di dire anche basta, non ne voglio più, quegli amanti, no, che si vivono nelle notti e nelle automobili e nelle case perdute, di ripetuti orgasmi. No.
Loro si amavano come la neve ama le montagne. Come il sole osserva i ghiacciai. Brucia il ghiaccio. Scioglie, il sole. Contempla il freddo sulle labbra. Si accarezzavano senza riuscire a consumarsi nemmeno, tanto era grande il loro amore, senza riuscire a permettersi la libertà, di amarsi, e amarsi tanto. E ancora. Lontano dai loro ruoli.
Lui si permetteva di essere se stesso ogni qualvolta riusciva a raccontare a se stesso che non faceva nulla di male, perché lo portava lì una questione esterna a sé, il lavoro di un giorno, il bluff di un altro, e allora poteva liberarsi, mollare le resistenze e amare, perdonarsi, di non amare più da tempo quello che doveva essere per il mondo ufficiale, ma di amare di quella altissima qualità che riusciva a dare un uomo come lo era lui, un’altra donna, lei, donna, e lasciarsi andare.
Posso essere me, puoi essere te, e posso starti attaccato più che posso, in questo modo, perché negli altri non lo so fare, e avere la scusa, di poterlo fare, senza dover ammettere a me stesso la verità, quel niente di male, e posso, anche io, amare.
Lei come le piantine secche bisognose di acqua piovana riceveva le gocce, da quel limone strizzato che il pregiudizio violentava, padrone in casa sua, il cuore di lui. E non bastava, e solo Cristo, lo sapeva, che non bastava.
Né a lui né a lei. Mai a lui, mai e poi mai a lei.
Atroce.
Quel presente passava, e attendeva, che le catene si spezzassero. Lui aspettava che lei prendesse peso.
Lei aspettava i fogli del divorzio. Una promessa, in un parcheggio di lacrime.
Da tenere bene a mente. Insieme. Prometti. Prometto. Non è con lei, ma con te.
Non è con nessuno, ma solo con te.
Bruciavano lontani.
Schiavi l’un l’altro. In un incastro che non li lasciava andar via. Né uno, né l’altro.
La paura di essere umani, di mostrarsi fragili e bisognosi di cure e di amore, la fottuta paura si prendeva tutte le carte, e le mischiava, e spegneva la vita ogni occasione. Quelle di costruire il loro amore.
Io non lo so come si fa ad amare a metà.
Anzi lo so.
Ma non basta.
A non essere presenti col cuore, quando si ama, a non metterlo in tutte le cose, a volere presenza, e profumo, e sussurro.
E risate fragorose di pane. E carezze di panna e di focaccia bianca di sale.
Io non lo so come si fa ad amare a metà, ad abituarsi all’aridità. A ignorarsi, a trovare scuse, per non guardarsi. Per non sceglierla, la felicità, quando ce l’hai a portata di mano. È un sacrilegio. Uno sputo alla vita, al dolore, al miracolo che è, stare in vita, alla meraviglia che siamo, al dono che ci è stato dato, infuso di sangue e respiro.
E io non lo so come si fa a vivere a metà, anzi lo so.
Ma non mi basta. Non lo so come si fa a non trovare il tempo, a non cercarsi quando si vuole, a lasciarsi andare quando si ama, quanto serve poco, per amare, un cuore solo, non serve altro, che parlare d’amore all’amore.
Non serve tempo, non serve materiale, non serve denaro né spesa né punti. Serve che ho un dono nel cuore, ti penso, perché non posso farne a meno e ho bisogno di fartelo sapere.
Che sei importante.
Mi manchi.
Arrivo.
Io non lo so come si fa ad amare a metà. A non amare con gli occhi e con la bocca, con tutto il petto e le ossa, quelle che si sfracellano, se manchi uno stop, sul camion in corsia.
E hai finito.
Di lamentarti, hai finito. Di dire stronzate a te stesso hai finito.
Di vivere, hai finito, di respirare hai finito. Di amare, non hai più la possibilità.
Che senso ha?
Vivere a metà?
È che la vita è un dono dato a tutti, forse a troppi ancora, perché pochi, ancora troppo pochi riconoscono il valore di averla quella vita, dell’oggi, e di un domani che non è detto verrà. Dove sta scritto, chi lo pretende che oggi ci sono e domani sì, certo avverrà?
L’oggi quotidiano, è l’unica cosa che vale la pena di essere amato, ma non ce ne importa, di vivere abbastanza, di onorare ogni giorno, ogni giorno che abbiamo, quello di essere al mondo.
Amiamo a metà. Viviamo a metà. Perché ancora, presuntuosi di vita, ci scambiamo le parti con Dio.
E farlo notare non serve, denota pazzia. Ti ridono in faccia.
Sei matta.
Bruciavano ancora. Lontani.
L’uno appartenente all’altra.
Ogni giorno.
Senza vergogna.
Quella che piglia le persone quando si tratta di vita, di guardare le nuvole, di resistere al tempo, di mostrarsi perduti, di amare l’amore.
Schiavi celati mandanti di morte.
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