Ho messo i braccioli al Vajont
E se rinunciassi all’asfissia?
Filo sul tuo ego, che dovresti alimentare. La tua persona, che dovresti erigere, perché sei abbastanza, perché ce la fai. Invece che consolidare quello sfranto degli altri, di ego, di muso sporco
Donna accudente degli occhi imploranti sul proprio corpo. Donna accidente. Ma è solo un incidente. Meglio negare e far finta di niente. È tutto normale. È niente
Ho messo di nuovo i braccioli al Vajont
Di quelli morbidi con i disegni di Pimpa
Ho creduto di mettere una diga forte, l’ho tenuta con le mani coi piedi con la fronte, ma non sono dio
Ha fatto morti e pianti dilanianti e distruzione
Ho creduto di mettere una diga ma era sbagliata, anche stavolta
Se la metti ai torrenti
Che cosa ti aspetti?
Devi fare una scelta, diversa, a monte. Credere in te stessa. La discriminante ti porge i suoi segnali, sempre, e son quelli che non vuoi
Ho messo di nuovo i braccioli al Vajont
Di quelli morbidi con i disegni di Pimpa
Voglio l’aria ma scelgo l’asfissia.
E dato che so, che a un certo punto l’asfissia mi occluderà tutte le vie respiratorie te lo chiedo, puoi andar piano? Ho paura e non lo nego.
Voglio mettere una diga per fare il pane al mio mulino. La metto alle valanghe, alle pulsioni e ai godimenti.
Di altri.
Manco i miei.
E mi travolge, come Vajont. Lì dove muoio, ogni giorno, uno nuovo che ho.
E se fosse proprio quella la discriminante palese di ciò che dice dice ma non resta?
Asfissia?
È la scommessa della vita.
A te che vuoi la lentezza e l’amore lento, a te che la tua etica è solida, e la Morale, l’unica cosa ferrea che ti hanno dato, insieme alla pazienza, alla resistenza, è l’unica cosa in cui credi e che ti resta, è là che ogni volta si sgretola come sabbia al vento, perché ancora non riesci a capire che sei abbastanza e che basti a te stessa e che sei già meravigliosa da sola, senza un ego asfissiante che resta solo il tempo di una sbornia, lunga giorni, mesi e anni, e poi si guarda, e sputa in faccia.
A te che vuoi la calma e le paperelle, muori sotto un torrente, sempre lo stesso torrente, soffocata dalle pietre negli occhi e dal fango dentro il cranio.
Ho messo di nuovo i braccioli al Vajont
Di quelli morbidi con i disegni di Pimpa
Ma un torrente è un torrente, anche se gli metti la fortificazione più solida che che esista perché ci vuoi fare un laghetto con le paperelle, un abbeveratoio per gli uccellini con acqua fresca in estate per i bambini, e pattinaggio d’inverno, e irrigazione per i frutteti,
Ma cosa è che chiedi?
Che ti fidi?
sempre torrente, resta.
E sei tu che lo scegli.
E se gli chiedi ti prego vai piano perché dopo, non ce la farai più a trattenerti ed arginare i desideri, lui se ne frega.
Giustamente. È un torrente incazzato, inebriato.
È un fiume in piena, non ascolta, percepisce solo se stesso e la sua sbornia
Ho messo di nuovo i braccioli al Vajont
Di quelli morbidi con i disegni di Pimpa
Ma l’amore non è una sbornia
Non è eccessivo, non ti soffoca di parole, di messaggi, di cure, inebriante godimento nel convincere l’altro a farsi amare fino a che crolli, crolli con tutte le tue viti le tue moralità e le tue glorie, e inizi ad amare anche tu. Ma la sbornia passa, poi si sveglia
Che è sta roba
Sparisce
Come fosse una bolla
Ma è torrente, incazzato, sfranto, spezzato dalla vita che ha di merda, anche se ti dice che è un torrente buono, amorevole, che resta. L’acqua sarà sempre diversa, ma tu no. Tu, no sei sempre la stessa. Eraclitea.
Con la tua storia e le ferite ancora aperte, a lavoro costante, certosino e prudente.
Il torrente se ne frega, se ne fotte, e ti fotte.
Ti spezza.
Fiume in piena in preda alla sua sbornia, ti promette prati verdi, ti convince che resta, perché io resto, e passi per stupida, mia diga, perché non ci credi da un pezzo, tu piccola diga, alle favole dei contadini inesperti che mai hai ascoltato che mai per amore hai scambiato
Che non ci credi
Che se resta, resta piano e non lo dice
Ascolta
Rispetta
Ho messo di nuovo i braccioli al Vajont
Di quelli morbidi con i disegni di Pimpa
Come può essere un errore fidarsi dell’amore, delle persone, delle promesse, delle parole?
Non può.
Lo è sempre, invece, per contro di un eccesso, della asfissia, della vita urlata, sussurrata da scrittore, quella che hai scelto, alla fine, perché attira, come api al suo padrone.
Veleno. Sempre lo stesso eccesso. Sempre la stessa asfissia. Sempre lo stesso padrone, sempre lo stesso veleno.
Dolore.
Sguardo perduto negli occhi di un uomo e del suo desiderio, che contempla l’apparizione divina come angelo venuto dal cielo, e ti convince, e tu non vuoi, e ti convince, che sei tu che non ti fidi,
E allora molli.
Di essere l’uomo e invece è solo una sbornia. Di essere il primo, di essere l’ultimo e di volere la vita che resta, quella paziente, quella vincente. Ma è solo il Vajont, farà morti.
Perché sta per crollare, perché vuole sé, quel sé così fragile, che si sente vivo e forte solo accanto a te.
E tu, sfinita dalle colpe, dalla negazione e dalla vita, dal deserto e il suo cammino, non hai mai visto l’acqua né bevuto, l’hai solo trasportata, non sai cos’è un rigagnolo e come si beve al suo cospetto acqua fresca che ogni giorno non preclude la tua vita ma scorre. Rinfresca. Aspetta
Resta
Ma tu, sfinita dalle colpe, dal dolore, dalla prevaricazione, dalla cecità di non essere stata vista da quegli occhi che cerchi ancora, se non da quei torrenti a cui metti le dighe sperando nella redenzione, solo per quelle stelle, quelle luci, quelle due tre mille giorni e volte, per quanto non si stanca, sbornia confusa per amore, in cui ti porge acqua e
zucchero e limone perché tu hai bisogno di bere,
Prendi tutto
E ti smonti
Il fango sugli occhi
Perché sei certa che nessuno resta, perché la vita te lo ha scritto col sangue, le pietre non restano attaccate alle montagne, te lo dimostra, che non resta, la montagna, con la certezza che nessuno resta, nessuno ti dà le garanzie che tu dai senza dire, l’acqua con lo zucchero e il limone, preferisci in quel momento l’asfissia, che almeno fuori deserto ci sono e domani, non lo sai. Anche due sberle, fisiche morali, non fai più distinzione, che tanto resisti, che tanto tu, resti.
Ho messo di nuovo i braccioli al Vajont
Di quelli morbidi con i disegni di Pimpa
Ho creduto di mettere una diga forte, l’ho tenuta con le mani coi piedi con la fronte, ma non sono dio
Ha fatto morti e pianti dilanianti e distruzione
Ho creduto di mettere una diga ma era sbagliata, anche stavolta
Se la metti ai torrenti,
Che cosa ti aspetti?
Devi fare una scelta, diversa, a monte. Credere in te stessa. La discriminante ti porge i suoi segnali, sempre, e son quelli che non vuoi
Perché l’amore si fa coi corpi.
Non con le parole. Non è il Vajont, non è una sbornia. Non è la morte.
L’amore è un rigagnolo limpido, di rispetto e di attenzione.
Chiesto ai rigagnoli.
Non ai torrenti impazziti, spacciati per amore.
A quelli che restano. Coi braccioli.
Ora vomito.
Perché il Vajont uccide ancora
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