Ginevra, femmina di Grisù
Stalattiti e stalagmiti, colonne in costruzione
Filo su darsi il permesso, scomodo Grisù. Ma Ginevra, se parla e dice lo stesso, lo è di più.
È banale lo so, ma non siamo ancora pronti.
C’è tanto fango ancora da spalare per vedere la luce. Dentro e fuori da noi
Delle volte basta poco per chiarirsi le idee e fare pulizia.
E capire. E vedere sul muso fare e farsi vivi, errori di sempre.
I problemi non erano mai spaventosi per Grisù
I problemi sono a volte un po’ complessi a volte un po’ intricati ma si risolvono, a volte serve guadare le paludi, a volte riposare, altre volte salire sull’Everest e ritornare, fare giri grandi grandi ma a volte anche piccoli piccoli
Ma comunque non per forza spaventarsi. Spaventarsi e andare comunque avanti
Anzi a Grisù i problemi piacevano perché si sentiva un po’ più umano come bruco. Grisù sì, voleva diventare umano come bruco e non essere bruco, ma questa è un’altra storia magari ve la racconto dopo
Grisù oggi è arrivato a casa stremato. Un po’ deluso da sé, in lacrime, di rabbia con sé, di colpa, da sé, per non essere riuscito a restare coerente con se stesso. Sentiva di aver vissuto tutta la sua vita di bruchetto in ventiquattro ore di fuoco. Di fuoco vero senza acqua. Tutte le sue ripetizioni, i suoi noccioli duri si erano fatti vivi. Che giornata pesante.
Così. Tutto a bruciapelo, sul muso. Tutto si ripeteva, uguale. E a riscoprirlo si sentiva male. Ma forse c’era, qualche variabile. A ben guardare.
Eppure la sua giornata non l’aveva iniziata così… Anzi. Si era alzato, si era lavato e pettinato, aveva messo una musica molto piacevole, ma bassa, in camera sua, cosicché nessuno lo sentisse cantare o si svegliasse. Si era messo anche a sistemare la sua casa, le pere per il pranzo le ortiche per i capelli ricci di sua figlia, si sentiva in pace e felice di essersi svegliato all’alba.
Una volta uscito di casa, però, la pace dei sensi si era immediatamente scambiata di posto col non senso. Le sue antenne da bruco erano state catturate di sbieco da una conversazione da bar, più simile a un monologo che a un dialogo, palesemente rivolta a lui. Era il suo datore di lavoro non retribuito a pronunciare parole di poco rispetto, Grisù, dopo tanto dare, veniva licenziato in tronco. Da sera a mattina.
Si era dato il permesso… Si era permesso di dire banalmente, ingenuamente peraltro, senza immaginare le conseguenze, la sua. Zittito, senza possibilità di dire altro.
Un peperino. Un pepe chi?
Un peperino, sì, di quelli che dicono le cose come stanno, schietti, senza troppi giri di parole. Magari anche delicati. Ma non importa, comunque scomodi, fastidiosi al proprio equilibrio, da zittire.
Grisù era stato un peperino a dire qualcosa come stava, che era evidente, nessuno si aspettava. La sua. Ma non vi immaginate chissà che, delle volte basta smettere di fare da tappezzeria, e uscire dagli angoli e parlare, per non farsi amare più, ma solo così, si può capire la vera natura di quell’amore.
Di quel lavoro.
Di quel sogno.
Di quella illusione scambiata per occasione.
Mettete in conto questo, immaginate di incontrare un pipistrello che vuole creare delle colonne per la sua grotta, invitarci molta gente, fare un sacco di cose dentro questo buio, e vuole che voi lo aiutiate, e a questo bellissimo pipistrello, che è sempre stato a testa in giù e che ha sempre fatto le cose per un verso e che non sopporta gli altri versi, un giorno gli dite (già lì, ma perché glielo dite, ma fatevi i fatti vostri no, che cosa vi aspettate da un pipistrello, che inizi a nuotare? Vabbè, andiamo avanti) un giorno: non è necessario sputare sempre da su per creare le stalagmiti di bava nelle grotte, esistono anche le stalattiti, e ci si può incontrare, ci sono altri che fanno contemporaneamente le stalattiti e magari stanno andando bene uguale, potremmo pensare di vedere insieme nuovi modi, lavorare allo stesso progetto in altro modo, perché magari ci sono altri che senza darsi troppo a vedere stanno facendo lo stesso, per costruire le pareti e i cunicoli di questa grotta, e dato che siete molto furbi, gli dite anche che non serve lamentarsi sempre e distruggere tutte le stalagmiti perché si è totalmente incapaci di vedere che le pareti si stanno costruendo anche da su, in altri modi, perché magari qualcuno sputa da giù verso su.
Perché magari ci sono altri che fanno o non sanno come fare e si vergognano.
Magari fanno ma non li vede nessuno.
Magari dopo un po’ si scocciano pure.
Perché magari non c’è bisogno di far sentire l’altro un fallimento se non fa cosa noi facciamo, cosa noi ordiniamo, cosa gli abbiamo detto nei modi in cui non diciamo.
Magari prima di distruggere si può guardare.
Un’apertura differente sulle cose aiuta.
Ma voi, che siete furbi, e pretendete che i pipistrelli inizino a nuotare, ci rimanete anche male se vi tappano la bocca.
Un’apertura differente serve anche solo per ritornare sui propri passi, più convinti di prima.
Ma con rispetto.
Perché il desiderio di creare colonne senza darsi le colpe a vicenda è costruttivo, come parlare apertamente dei problemi, senza passarsi la zappa sui piedi e gridare poi alla vittima. Magari invece di bruciare al rogo, ci si può dare la possibilità di capire come l’altro guarda il mondo, aprendo una breccia, non per forza da condividere, ma darne modo, e magari scoprirsi diversi, che esprimere la propria opinione non possa mai essere motivo di ricatto. Di aggressivo passivo violento silenzio.
Per costruire una colonna ci sono tanti modi, per costruirne cento in squadra, però non è per tutti.
E Grisù, parlando, non è stato coerente col suo ruolo. Quello che gli avevano affibbiato. Di dolce bambino pacato mite e succube dell’altro..
No. Questa storia al maschile non funziona. Io ci sto provando, ma non funziona.
Se Grisù dice la sua, non sarà come se detto da una femmina di Grisù. A un pipistrello maschio.
Provo ad andare avanti, ma lo sento già che non funziona.
Perché oggi Grisù ha espresso la sua opinione dopo tanto aver pensato, dopo essere stato frecciato, sì, frecciato, neanche interpellato dal rigurgito di pancia vigliacco senza coraggio di farsi portatore di pensiero, ma solo di scazzo. Grisù che sta sempre in silenzio, diligente, soprammobile, a farsi tante pare, attraverso i suoi rispondo non rispondo ma cosa sarà meglio cosa no, ha toppato.
Come se a sentirsela dire da una femmina, un’opinione diversa, sia più lecito, più melodico, più normale, più facile da condannare.
Non è il problema, il mio problema.
Ma il giudizio che dà del problema una persona esterna a me. Ginevra piange. Torna a casa e piange. Che abbia quaranta, che abbia dodici anni. Che sappia di fisica quantistica, che non sappia contare.
Il giudizio che una persona che ama dà al problema, alla sua parola al suo comportamento, le fa da problema. E più sei importante e più il problema diventa enorme o effimero o stupido o tragico se per te lo è. La sua opinione non conta. Nemmeno i suoi perché. A prescindere da quello che sai, a prescindere da quello che era il dietro, il contesto della storia, come ci si era arrivati sin lì.
Il permesso che Ginevra dava alle persone era enorme. Che fosse in bene che fosse in male. Dal farsi dire sei brava sei bella hai agito bene, e quindi esistere, all’ hai fatto male hai fatto da stronza hai fatto da brava bambina hai fatto da strega.
Peperina.
Sei stata peperina a rispondere così. Gli hai fatto subito abbassare la cresta.
E allora va bene che ti tappino la bocca.
Potrai dire ti amo in tutte le lingue del mondo, fare attenzione alla dolcezza, all’assonanza delle parole, al tono, tenero, dolce, giocoso o scherzoso, ma se Ginevra si ostina a parlare ai muri pensando rispondano Lord Byron, qualcosa non va.
All’altro arriverà solo quello che vorrà portare al suo mulino se non sarà capace di articolare pensiero, sentimento, espressione, rispetto sottoforma di parola, che può essere dissenso, anche discussione, anche divisione, ma almeno qualcosa. Sennò sarà silenzio. Aggressione. E vorresti ritornare indietro e tapparti la bocca, e non dire più niente. Ma non è quello che faresti, perché non è quello che vuoi. Ginevra si incolpa. Di essere chi è. Perché essere parlante dà conseguenze ignote. Sarà tappo di bocca.
Eppure dipende da noi.
E non il tappo di bocca.
Ed è questo il nocciolo della questione femminile, la giustificazione continua a tutto ciò che circonda la donna. Uno dei tanti. E no, non ho sbagliato, non è un nocciolo della condizione umana, è proprio un nocciolo tutto al femminile. Ginevra merita la tua violenza perché ti ha provocato. Ginevra merita il tappo in bocca perché ha parlato. Ginevra merita di perdere il lavoro perché incinta.
Ginevra merita lo stupro per ha detto che le piacevi. In fondo le è piaciuto.
Il pensiero è figlio della stessa matrice. E noi siamo i suoi portatori.
Se non possiamo decidere il comportamento degli altri, e non sempre prevederlo, possiamo scegliere di scostarci. E decidere a monte, magari, a chi regalarci. Fino a che lasceremo il potere della nostra esistenza sempre e costantemente all’altro che fa e disfa e decide quando esistere, se esistere, parlare, cosa dire, per chi dirlo e come dirlo, quando dirlo e cosa pagare, nei modi e nei tempi che dice, sarà una vita lasciata all’altro. E dolore. E silenzio e soffocante divieto alla ribellione.
Tu sei una mia creazione e tu parli solo se interpellata.
In caso contrario quella è la porta. Saltala.
E resti così. Sopraffatta. Potrai aver detto la frase più articolata e sincera del mondo, più vera del mondo, ma anche la più sbagliata e maleducata, non importa, non ci saranno orecchie per dissentire insieme, per un metapensiero che non sappia di violenza, colpa, aggressività, se pungola l’orgoglio di chi sta a sentire puoi appellarti a chiunque e qualsiasi cosa. Resterai sempre stronza. E stronza è una carezza così effimera.
Scegliere meglio a chi regalare le nostre parole salva la vita. A monte.
Pensare di valere un posto in questo mondo anche.
Dipende da noi. Non da loro.
Ginevra vive, Ginevra ama. Ginevra vola, detta anche femmina di Grisù.
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