Come un Coyote
Wile E. Coyote
Filo su paracadute, ho visto una luce brillare in Arizona, e voi? Ma ha l’ansia. E bisogna avere i baci di pazienza con lei.
30 30 e lode 30 30 e lode..
Un record un altro un altro ancora un campionato del mondo un altro e un altro ancora..
Un concerto un concorso una vittoria un altro concerto un altro e un altro ancora..
Un racconto un libro una sceneggiatura un altro racconto e uno ancora..
Un processo un altro un altro ancora una vita una morte una volante una salvezza una tregua una lotta..
Decenni di traslochi navi aerei mendicanti defunti zombie..
Coccarde medaglie menzioni inviti dolori.
Liste di cose per cui sentirsi capaci mai. Ansia e panico da vita di successo.
Wily il Coyote, quello della TNT, quello sfigato agli occhi di tutti e di sé, quello che va in onda alle 20:00 davanti alla minestrina, per intenderci, quello che mettiamo da seguire ai nostri figli che non stanno fermi neanche a cena, quello che dal 1949 corre e rincorre un altro da sé, Beep Beep, sempre così vicino da essere inarrivabile, che si sa, le cose vicine o non le vediamo o non le capiamo, quasi attaccato, sempre a un baffo di distanza, sempre lì pronto a prendersi quello che vuole, e per questo irraggiungibile, con le sue orecchie lunghe, i suoi occhioni espressivi e il suo prorompente autosabotaggio marrone e beige, lui. Wile il Coyote. Coraggioso, astuto coyote complicato.
Quando nacque dalla penna di C. Jones e M. Maltese, tra le regole da tenere conto per la scrittura degli episodi, Jones fissò alcuni punti fondamentali da seguire per raccontare le vicende del coyote: Beep Beep non avrebbe mai potuto danneggiare il Coyote tranne gridando “beep beep!”, nessuna forza esterna avrebbe potuto danneggiare il Coyote, ma solo la sua inettitudine o il malfunzionamento dei prodotti Acme. Wile avrebbe potuto fermarsi sempre, se solo non fosse stato un fanatico, come colui che raddoppia i suoi sforzi noncurante dell’evidenza, dopo aver perduto di vista il proprio obiettivo. Perso nel nero di seppia. Di una abitudine devota alla morte.
E la gravità?
La gravità sarebbe dovuta essere la più grande nemica del Coyote, da sempre più umiliato che danneggiato dai suoi stessi fallimenti.
Vittima di se stesso e dei suoi marchingegni, Wile. Meccanico dei difetti più raffinati, anima principesca della sua potente fragilità e di quella ingenua vulnerabilità che agli occhi di molti si traduce in stupidità, superficiale e goffa testardaggine.
E sì, i fallimenti sono proprio i suoi.
E sì, le cadute sono proprio le sue.
È lui che decide di cadere nel momento in cui si accorge di stare al mondo. Capace di costruire, smontare, attivare, progettare, incapace, genio delle praterie, da tutti schernito, tra le gole della Monument Valley, di aver a che fare con se stesso.
Capace di tutto e di affrontare ogni situazione,
tranne una: quella che prevede la sua co-esistenza con gli altri nel mondo, la sua esistenza nonostante quella dell’altro, che sia di un veloce uccello corridore, tu, lei, l’altro, che sia lo spettatore.
Capace di innescare i migliori circuiti col solo pensiero, ma non di disinnescare quello che lo rende identitario a noi, un vortice che si auto alimenta, spaventato da tutto, dal sodalizio con l’accettazione, la parzialità che fa i conti con l’occhio dell’altro. Noi che lo guardiamo, noi che giudichiamo dallo schermo, Beep che si schernisce di lui.
Wile è noi, che guarda, prima di sparire.
Wile vola, prima di capire che lo fa.
Wile è elettricista, prima di inciampare sulle sue stesse fila, fili che lo sorreggono da quella che lui chiama magia.
Wile muore non appena si accorge che sta volando, lui, pelo senza ali. Lui che non è nato per volare. Eppure, c’è un momento preciso in cui anche lui vola. E come fa?
Vola perché non lo sa. Non sa che lo fa da più di cinquant’anni. E non impara mai.
A volare?
Macché. Non a volare, ma a continuare.
E così molla.
Si perde, lascia stare.
Solo nel momento in cui si fa cosciente di chi è e dell’impresa che sta portando a termine mentre se ne sta lì davanti ai nostri occhi, un istante prima di cadere, prende consapevolezza del suo fluttuare, e là, che arriva il patatrac: è là che smette di volare, di fare, progettare, di esistere, di stare.
Ogni volta che crediamo che qualcosa sia frutto di magia, degli eventi, del caso, nel bene e nel male che sia, ci stiamo sottraendo alla nostra responsabilità.
Oggi abbiamo messo un paracadute a Wile il Coyote. Uno piccolino, ancora, non potevamo fare di più, ma così almeno si vede, a metà inquadratura, quando si accorge che sta volando e cade, e non sparisce giù nella polvere dell’Arizona. Lo vediamo a metà televisore.
Lei uguale.
Imparava a stare. A vedersi, a guardarsi. A non sprofondare.
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