Fuìmus
Vivendo la vita e bordando il dolore
Filo su cera d’estate, di scale e di scalini
Ricamo richiamo.
Quando è giugno, o anche inizio luglio, prima di lasciare spazio a chi la vacanza già sapeva che cos’era, e di gradi fan quasi trentatré e le cicale fan cricri, le scarpe scrocchiano lo sterrato tra i laccetti delle mai nominate tennìs e la macchia, immersa tra le sue fronde, si abbandona a quei fuochi d’artificio dentro i bronchi, è lì che viene a parlarmi uno scorcio d’infanzia recisa,
precisa, il ritorno a uno stato di bambina, solo per pochi istanti, quando era permesso, per il tempo di un paio scalini,
Ma comunque infiniti, pesanti, dolenti, a scendere di corsa, mai di corsa, come a salire, per arrivare alle olive, o al mare puro, delle sette di mattina
Fuìmus
Sulle macerie sulle candele accese sulle pietre fatte a collane e giacigli per la notte in cui restare
Resta qui, ci penseremo domani a spiegare
Perché il sole sta fermo mentre per tutti noi si muove
Mi giro dalla parte opposta c’è il cielo terso, ancora, ha la coperta di percocca addosso, del melone corallo il foulard, spiaggia bianca, d’oro laccata, farina di grano e di olio nuovo
Gli occhi fissi sulla discesa, non lo guardo il mare non mi interessa, guardo dietro, nella spiaggia della sera, aspetto che tu scenda una sorpresa, ma tu non vieni mai
Che sognavo, da lontano, di vedere le tue gambe, neanche oggi sei arrivato
Nessuno potrà trovarmi, qui dove il mare ha il colore degli occhi e della posidonia le pennellate di un abito da festa
Nessuno potrà cercarmi, se non in ascolto del cisto, su questo odore che ritorna ogni volta e che entra nelle ossa e fa tornare, esattamente qui, dove tutto si è strappato
Ho il corpo stanco e debole e provato
Ma non le sue carni, ancora forti
Nessuno potrà trovarmi, tranne te
sui voli della poiana e del falchetto, mentre scendono in picchiata è già ora della cena
Un sorso di vino
Le tue labbra hanno preso la forma delle mie
In mare aperto la vista del mondo è una tela di fili e di lane da sbrogliare
Ci sono, non lascio andare, prendi questo filo è una promessa
Bordiamo dolore, con ricami colorati attorno al fuoco
Da qui si vedono i bambini giocare e la sabbia illuminare
Piedini e volti
Ma la corrente mi sta già portando altrove
Fuìmus
le notti le cicale le macerie con cui sto costruendo alba dopo alba la mia vita
Apri l’ombrellone, che non è mia abitudine ad avere del successo
le spalle non ferite dal sale ma cotte dal sole
Curate di aloe
Fuìmus
sulle macerie di vita passata che ancora mi parla
Quel che non vedi e che ignori, matassa di sogni e di colpe da sbrogliare
Bordiamo ogni giorno la vita ricamando d’amore
il dolore.
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