Isee o 730?
Il garbo non è dichiarabile
Filo su immigrazione da conto in banca
Perché l’immigrazione, non è una malattia né una condanna a morte. Ma sono figlia di immigrata, so come funzionano queste cose.
Ma perché le hai risposto così?
Perché se te la dimentichi la mascherina, te ne ritorni a casa e te la metti. Punto. Poi riesci di casa, e se te la ridimentichi ritorni. Prendi appuntamento e torni un altro giorno. Come tutti. Fine.
Si ma c’è modo e modo di rivolgersi alle persone, magari se n’è accorta solo adesso e non aveva la possibilità di rientrare a casa e questo appuntamento per lei era importante. Che ne sai. E poi si è coperta il volto, che problema c’è.
Che problema c’è? Ma me lo chiedi pure? Ho venti 730 a ora da fare, ho l’acqua alla gola da almeno un mese, o vieni come tutti rispettando le regole e coi documenti che servono o mi fai perdere solo tempo.
Magari è la sua prima volta. Tu sei nata facendo 730? E poi lavori per gli altri, è il minimo. Almeno il garbo.
Oh senti, c’è scritto sia cosa devi portare sia come ti devi presentare. Non sono una onlus. Ti pare poi che ti metti quel fazzoletto in bocca? Che sei, talebana? Ci vuole rispetto se vuoi rispetto.
Ma perché strilli così? Si è scusata più volte, e scusarsi e arrangiarsi con quel che si ha, a patto che non leda la sensibilità e la salute degli altri è non avere rispetto per te?
Io credo che tu le debba delle scuse. Guarda che fai ancora in tempo. È ancora sulle scale, se esci ora la ribecchi.
Ma stai scherzando?
No, perché? Almeno almeno per i modi, per averle sbattuto la porta, per aver averla trattata da stupida. E poi scusami, ma che sensibilità ti ha urtato? Che ha un foulard più in seta del tuo?
Senti, non prendermi per il culo. Sai benissimo a cosa mi sto riferendo. E non insinuare del razzismo a me eh, che lo sai cosa tutto ho fatto per le ragazze in Etiopia, che se non fosse per me starebbero ancora lì a farsi sparare dagli uomini.
Ma questo nessuno lo mette in dubbio e te ne siamo tutti molto grati, ma non è che se vai in Etiopia un anno significa che le persone devi trattarle di merda perché la tua coscienza è stata già lavata in quel modo, sinceramente no, non penso che il tuo comportamento, proprio perché ti conosco da quando portavi le fantasmine di Pimpa sia coerente con ciò che fai e dici in giro. Credo che tu abbia esagerato, stavolta, come ormai spesso ti sta capitando e non so più perché. Io non so se davanti a una in tailleur Chanel, o un uomo in giacca e cravatta con accento francese or with your favourite Irish accent tu avresti reagito così.
Ahahahah certo, gli avrei chiesto di uscire con me! O le avrei consigliato la boutique Chez Violetta dove far manbassa insieme. Ahahha ma che paragoni sono.
Vedi?
Cosa?
Vedi che non è questione di velo, mascherina bombetta o mantella, ma di immigrazione da conto in banca?
Di che? Senti, non iniziare.. devo lavorare serenamente e se non sai parlare italiano, non hai la mascherina, vai in un altro posto, perché non tempo da perdere, ma la vedi la fila che c’è fuori? Ma che figura ci faccio? Poi la gente non torna più. Sei pure a carico dello Stato, non sei a casa tua e qui fai come dico io. Non farmi la morale. E poi si, a me sta gente coi veli mi disturba. Tutti co sto politically correct mi avete stancato. Io almeno le cose le dico in faccia. È un reato? Dimmi, mi devo sentire in colpa? In questo Paese fanno tutti quel che vogliono, nel mio studio si fa come dico io. Chiaro? E ora la pausa pranzo è finita e devo ritornare a lavorare, mi irritano questi discorsi. Quella stronza le sue pretese, e tu pure quando fai così.
Ma così come? A parte che non è il Paese che ti sei comprata tu, ma ci sei nata e ci vivi come tutti, casa tua sta in Via del Lago n. 45 e la signora non è venuta a pretendere, come dici tu, l’ISEE, nel tuo letto, a parte che non è il tuo studio, ma sei solo una figlia fortunata che sta facendo lo stage da suo padre. Quindi non mi sembra il caso di alzare i toni. Stai prendendo una cantonata grossa come l’orgoglio che tieni.
Io sono figlia di immigrata.
E so bene come funzionano queste cose.
Se vieni nel nostro Paese non è come andare in un posto come un altro in cui cercar fortuna. No, l’Italia non è un posto come un altro. L’Italia è l’Italia, già solo dirlo, è per molti una terra promessa, sognata, sentita e aspirata dai più reconditi dei miraggi.
Sono figlia di una immigrazione dolorosa. Povera e bucata, di tante colpe.
Non poverissima, ma non ricca di certo. Neanche benestante. Povera di lavoro, di affetto, ma di lavoro vero. Dignitosa, semplice e di grande fatica, valori.
Sono figlia di immigrata, ma non so bene ancora per cosa.
Cioè, più o meno lo so. Ma so che non lo saprò mai fino in fondo. Però ha immigrato.
Non si dice ha immigrato. Si dice è emigrata.
No, mia madre ha proprio immigrato.
Vabbè come ti pare.
Si è immersa in questo Paese come si immerge una pianta giovane nella terra. Né troppo piccola né troppo adulta. Perché ci faccia le radici, ancora resiliente al mondo e al cambio di terreno. È così. Si è presa e si è trapiantata.
E allora che c’è che non va? Non è felice?
Sì che lo è. Ma non è questo, ciò di cui ti sto parlando.
Sono figlia di immigrata e so come vanno queste cose.
Ma quali? Ma sempre a lamentarvi? E che pizza che siete però, e sognate di venire qua e poverine, e arrivate qua e vi lamentate. Ma lo sai che al posto di tua madre ci poteva stare qualcun’altra? Quante italiane soffrono la fame eh? Tipo la mia, che cerca lavoro da anni, doppia laurea e ancora per strada. E non si lamenta sai. Non vado a dire che sono figlia di una plurilaureata che sta per strada.
Ma ti dai una calmata? Dico solo che so come funzionano queste cose. Non è una guerra a chi sta peggio. Nemmeno una guerra a chi ha più sfortuna. E neanche alla lamentela, dato che, non mi sto lamentando. Sto analizzando un fatto. Che conosco sulla mia pelle.
Ma quali cose? Ma non vi va bene mai niente?
Se immigri, dà fastidio a molti in questo Paese. Perché pare che tutto sia a traffico limitato: dalle parole, alla terra su cui cammini, dai caffè agli uffici postali. Se ti immetti, come nella corsia di immissione con la macchina, rischi, rischi un momento in cui nessuno ti fa passare, e se non acceleri come si deve ti vengono addosso.
Immigrare in un Paese con le sue regole, regole non scritte e i pregiudizi sulla pelle è tosta sai. Devi farti spazio, in un appezzamento di terra che in pochi sono disposti a dividere con te.
Perché? eppure sei nato in quel luogo per fortuna, non per proprietà privata. Non per eroismo o per gratitudine. Sei lì, perché uno spermatozoo ha fecondato in maniera ottimale l’uovo, e sei nato tu. Hai avuto le possibilità di avere un giaciglio, qualcuno che ti mettesse a letto, un po’ di cibo, se sei stato fortunato hai avuto una famiglia, sei andato a scuola. Hai visto attorno a te sempre le stesse cose, hai sempre avuto gli stessi orari e puoi prenderti anche il lusso di odiare la quotidianità che provi ogni giorno.
Non tutti hanno questa vita. Non tutti nascono per fecondazione fortunata. Alcuni nascono di fortuna, altri di sbaglio, altri di errore. Anche se credo che una nascita non sia mai un errore, per alcuni sì. Quando abiti nello stesso posto e ci cresci, non soffri la fame né la sete, hai la sicurezza di vedere le stesse cose ogni giorno e non è poco sai. Se sei proprio fortunato fortunato puoi anche sognare. Chi vuoi essere, cosa vuoi fare, organizzare feste, andare in vacanza e ritornare sempre nello stesso posto, e non è poco sai. Se hai degli affetti stabili che ti amano poi, è prezioso, un bene da modulare e da scoprire. Se coltivi degli interessi, degli amori, delle passioni, e continuare a portare avanti ciò che ami è ciò che desideri, è pazzesco, se ti rende felice, no? E puoi comprare la macchina, i vestiti, andare anche ad abitare da sola, se vuoi. Perché intanto il tempo va avanti e tu cresci. E di ogni opportunità puoi fare qualcosa.
Beh sì. Ovvio. E io mi laureo. Oh sì è non ci sto per strada come mia madre.
Ecco, non per tutti è così ovvio, e non tutti per strada ci stanno perché non riescono. Ma perché ci nascono. Altri perchè vogliono, e tutti vanno rispettati.
E allora? Io cosa ci posso fare?
Niente, per carità. Non ti ho chiesto di occupartene. Ti ho chiesto se puoi, di essere garbata. Perché le persone, anche se non parlano bene la lingua autoctona come la parli tu, meritano lo stesso garbo e la stessa cura di una della tua stessa nazione, dello stesso accento che ami e della stessa estrazione sociale. Anche se non sono all’altezza del tuo benestare.
Io sono figlia di immigrata e io fortunatamente lo so parlare bene l’italiano, ma non mi basta. Non so perché immigrare dal Kenya sia sporco, ma dal Québec no. So cosa significa vergognarsi di essere di un Paese che non è figo, che non ci vai in vacanza e che non conosce nessuno, che quando lo dici storpiano bocca naso e budella.
So cosa significa essere una bandiera al vento del vento che hai davanti, una bambola di pezza per persone frustrate.
So cosa significa voler scappare dal proprio corpo, dagli insulti, dalle parole alle spalle, so cosa significa aver voglia di sparire, essere presa in giro da chi ha la metà dei tuoi anni, perché ti prendono per tonta, per stupida, per rincoglionita, anche se ce la stai mettendo tutta, per entrare in una serie di cliché che vorresti tuoi, quelli della nazione in cui ti imbatti. E tu che non lo sei, stupida, ce lo diventi, tu, perché te ne convinci. Ma non si laureano e non lavorano solo gli italiani, sai? non sono intelligenti solo quelli che si vestono bene o che hanno due zeri in più il 23 del mese. E non ti succede solo una volta, quando sbarchi, come dici tu.
No. Tutti i santi giorni. Ed è pesante, sai.
Sono figlia di immigrata e so cosa significa essere presa per puttana.
Pensi che te lo dica per dire come fa schifo questo mondo? No, sai. Te lo dico perché la quotidianità di una donna immigrata di una immigrazione non figa è un peso, uno smacco, una roulette ogni giorno. Perché? Per come ti comporti tu.
Soprattutto se sei sola, se un carattere faccia da stronza non lo hai, se hai un cuore di frolla e ribes nero, se sei molto bella al tuo metro di giudizio, se sei molto brutta a tuo metro di giudizio, e se hai un carattere che dà fastidio. Semplicemente se c’è.
Ogni donna è diversa, ogni storia è meravigliosa truce e piena di carico a suo modo. E cara Milena, qui ci arrivano persone che se ci arrivano, vuol dire che hanno necessità, soprattutto perché hanno a che fare coi loro risparmi, coi loro soldi, la loro situazione familiare, economica. La loro vita. E non sai perché hanno bisogno di un Isee o un 730. Capisci? Ti mettono in mano tutto quello che hanno e che li definisce giuridicamente e non, come tu mi insegni, in questo Stato. Qualcosa di talmente delicato e personale che forse non ti rendi conto, perchè lo fai meccanicamente. Le pratiche di un italiano non ti permetteresti di farle così, e allora perchè farlo? solo perché davanti a te hai degli occhi persi, impauriti, che pendono dalle tue labbra. Te lo dico io perchè lo fai, per sentirti migliore di tua madre, perchè è l’unico momento in cui ti senti realizzata, in cui senti che puoi cambiare le cose, che in base a una tua firma puoi dare o meno un consenso che l’altro sogna, desidera, brama.
Eppure, non hai bisogno di trattare gli altri con superiorità solo perchè hai la possibilità di farlo, lo puoi fare e te lo lasciano fare. Persone, Milena, persone. Gente che ne ha passate così tante, così tante cose di cui non sei a conoscenza ma che però giudichi.
Le persone con un accento marcato, vestite a modo proprio e non col conformismo che vuoi tu e che mette sicurezza a te, con il loro patrimonio, spesso pari a zero, spesso in difficoltà anche solo nel concludere la giornata, non sono a priori stupide, criminali o puttane. Non conoscono la lingua, il mezzo di comunicazione, non sono assenti di cervello o di cuore.
Ma noi, qui, dietro la nostra scrivania fresca, non ci facciamo caso, e non ci rendiamo conto del potere che abbiamo, come della grande occasione che abbiamo a ogni incontro.
E quale? sentiamo. La maestra di vita, qui, abbiamo.
Nessuna maestra Milena. O se vuoi prendermi per tale, fai pure, non cambierà quel che voglio dirti, anche se mi fai gli occhi in gloria.
Abbiamo un occasione a ogni incontro.
Quello di mostrarci umani, davanti a chi ci chiede un servizio. Quello di curare ciascuno nelle sue peculiarità. Far rispettare le regole e le leggi è doveroso, ma non preclude empatia, gentilezza, pudore e sensibilità. Non sempre è facile, sono d’accordo con te. Ma se proprio non tolleriamo, cambiamo mestiere, se non siamo in grado. Non possiamo lavorare col pubblico.
Seh vabbè..
Sì. Abbiamo il potere di scalfire i pregiudizi di cui un popolo si fa padrone. E lo possiamo fare anche e soprattutto dietro questa scrivania, tra una lamentela e un’altra. Tra una frustrazione e una scopata andata male la sera prima. Possiamo, Milena, trattare le persone da persone e lasciare un buon ricordo nell’altro e così facendo anche del nostro Paese.
E sono figlia di immigrata. Di una immigrazione a zero zeri e tanto dolore, lacrime agli sportelli pubblici e amore mancato, rispetto perduto dietro una lingua, e porte sbattute dalla frustrazione di chi il lavoro non lo sa fare.
Sono figlia di immigrata, di una immigrazione protetta da nessuno, nemmeno dalla giustizia, nemmeno da chi diceva di amarmi, nemmeno da chi la legge dovrebbe applicarla.
Detto questo, Milena, questo è il mio cartellino.
Dì a tuo padre che mi licenzio. Quello che è successo questa giornata non mi rispecchia. Questo studio non mi rispecchia. Continuerò a servire ai tavoli e ad amare i foulard. I talebani, come li chiami tu. Guadagnerò di meno, ma avrò recuperato in gentilezza, almeno la gente la guardo in faccia senza vergognarmi di appartenere a una casta che non la pensa come me e a cui non sento di appartenere, come di una minoranza gentile, con lo sguardo buono, come vorrei essere guardata io. E non fa differenza se vengo dal Mali dalla Cina o dall’Uzbekistan.
Questo lo so anche senza andare da Chez Violetta, Milena. E ormai, il 730, ho imparato da sola, come si fa.
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