Ferula
Riempie lo zaino di pane, non più di lastroni
Filo su onda, non tutte le onde sono di mare
Così mi vestii di roccia.
E della melanconia, il vello.
Mi accarezzai fortissimo, di tutte quelle carezze che non mi ero mai data. Mi abbracciai forte, come quando mi vergogno. Mi fermai e osservai incantata. Tornai indietro nel tempo, col desiderio di portarmi via da tanti incastri e tanto dolore. Lì, dove rimasi sempre troppo, credendomi eterna, credendomi dio.
Credendo, fin da bambina, che le ombre fossero un regalo dal cielo, un modo per ricordarci che la proiezione delle cose, di chi siamo, di cò che pensiemo e dei nostri desideri avviene solo se c’è una luce, anche se non la vediamo.
Goëthe diceva che si può costruire qualcosa di bello anche con le pietre che trovi sul tuo cammino.
Di una cosa sono certa, quelle che ho trovato, sono stata capace di usarle tutte, ma non perché sono brava, perché mi ingombravano il passaggio.
Soprattutto quelle lanciate da molto vicino, quelle che non ti aspetteresti mai, o quelle che lo sai, ma in fondo non vuoi crederci, ecco quelle fanno più male di quelle lontanissime, perché le pietre, questo tipo di pietre, come le stelle, a contatto con l’atmosfera si sgretolano.
Quelle vicine invece no, quelle arrivano tutte intere, bruciano forte la pelle, lasciando cicatrici. Quelle, sulla pelle, possono restare anche per tanto tempo, poi si staccano, se lavorate nei loro intorni. Lasciano la pelle, se nel mentre rincresce, sottilissima. Oppure lasciano segno dell’urto attraverso una macchia, o un buco.
Ferula le ha messe di lato all’entrata del cancello, queste pietre d’ogni forma e ragione, per farci il muretto della sua casetta in legno. Muretto a secco, per la precisione, tana di lucertole e bisce ancora giovani, tappeto per muschi e licheni anziani. Dove mettersi sotto, per terra, e mangiare pane.
Un po’ Ferula all’emmentaler ci assomiglia, un po’ agli spiragli di luce del muretto, pure.
Dentro i suoi buchi, ci ha messo un po’ di terra perché si è accorta che dall’interno le foglie spingevano per venire fuori. Anche un gambo di fiore blu.
In un buco che tardava a riempirsi di aria nuova ci ha messo una famiglia di cisto e peonie.
Ferula ama le ombre. E ogni volta che ne vede una che la colpisce, che dipinge l’aria il terreno e la strada, la cattura con sé, immortalando in un attimo di presente l’occhio dell’eterno, come se qualcuno, dietro di lei, stesse dipingendo con la mano del sole, e nel quadro, insieme, anche lei.
Sono belle le ombre, ci ricordano che se ancora esistono è perché la luce, anche se non la vediamo, c’è. C’è comunque. Sono belle le ombre, ci aiutano a guardare la forma che abbiamo quando siamo altro da noi. E ci pungolano per chiederci se vogliamo farci i conti.
Le pietre anche, mi son sempre piaciute molto. Sono tutte diverse, portano dentro sé pagine antiche di vita, colori, storie e ruoli. Il vento ama far loro il solletico, spettinarle, levigarle. È capace di ascoltare l’anima degli angoli e ammorbidire col soffio, col respiro, le più toste delle rientranze. Ha nel suo scolpire, qualcosa di etereo e divino. Vento che forma crateri, vento capace di cambiare il volto alla schiena scura dei bernoccoli del mondo.
Ferula però non ha capito, non ha capito perché se le pietre in natura seguono delle leggi ben precise, le persone, le usino senza riguardo, senza seguire legge alcuna. Perché le persone le usino pur di non parlare, perché le usino pur sapendo che le parole si trasformano in pietre, se non pesate, pensate, aspettate, coccolate. Tolgono macigni dai loro cuori vomitandoli su chi hanno davanti, in vero, spostandoli, senza liberarsene mai. Aprono bocca per paura, e lanciano sassi al posto degli abbracci. Passano tanto tempo della loro vita a racimolarli pensando chissà quando possano servire, pur di non essere toccate, raggiunte, chiamate, ergono muri, confini, tirano fuochi di pietre e di pietre scrivono il loro cammino.
Scrivono libri, di pietre scagliate. E gabbie dove morire.
Piscine vuote dove farti cadere, al buio, col piede giù. Fogli affilati, punte taglienti. Senza addomesticarle, senza gli istinti, addomesticarsi.
Fanno lo stesso con le ombre. Le ombre fanno sempre paura, imbruniscono, oscurano la luce. Eppure è la luce che le vuole.
Le pietre e le ombre non sono cose brutte. Siamo noi che siamo brutti quando non sappiamo cosa farne.
Ferula è nata che era già impuntata: le collezionava, le pietre, le ombre, le punte, sassi sassolini macigni e muraglioni. Non si è mai saputo perché, a voce. Nel linguaggio del silenzio, invece sì, non avrebbe mai potuto fare altrimenti. Andava in giro con uno zaino che cresceva insieme a lei, ma non si sa quando l’avesse trovato o come fosse finita a camminare con uno zaino di pietre, una bocca piena di pietre, una schiena piena di pietre.
Non era suo quello zaino, né quel modo di fare la vita, e proprio per questo ne aveva capito sin da subito l’importanza e la preziosità, proprio perchè qualcuno glielo aveva dato di nascosto, era necessario. Allora lei, dal giorno in cui sulla terra è arrivata, non se l’è tolto mai.
Più cresceva più lo zaino diventava grande. E più cresceva più la gobba si faceva grande.
Puliva le strade dalle pietre, la pelle delle persone, costruiva cose, case, muretti, parapetti e aiuole. Ci costruiva tane che poi puntualmente qualcuno distruggeva.
Le riciclava. Ne faceva quadri, con la colla presepi, e coi pennarelli le gambe le braccia gli occhi e persino le sedie. Belli davvero quei quadri di pietre parlanti.
Ferula andava in giro con le ginocchiere fatte di pietra lavica, il corpo di basalto rovente dal sole e di trachite rossa aveva le gote.
Un giorno Ferula non s’è mossa più. E non vi dico il lavoro di restaurazione, di smantellamento, di scultura a togliere il superfluo. Il compito supremo di cui era stata insignita l’aveva schiacciata per sempre. Fare da scudo di pietra a chiunque ne avesse bisogno, al freddo al gelo, alla grandine e a tempo sereno, aveva fatto in modo che lei sparisse sotto terra, dal peso che portava dietro, dentro, di lato, accanto e sulla schiena.
Viveva per pulire dalle pietre la terra cosicché nessuno ci inciampasse, si facesse del male o le scagliasse.
Ferula ora si chiede le cose tramite il vento, la luce, delle persone la voce, le cose leggere, le ombre, perché il suo corpo e la sua anima non patiscano così tanto, mai più.
Ferula raccoglie monetine da terra, quando le trova, e ha capito che ognuno deve fare i conti con la propria, di pietra, e che nessuno può salvare l’altro dall’inciampo e che nessuno può ripulire le strade di tutti gli altri, caricato di aspettativa, dolore, giunto al mondo, di muraglia non sua.
Ma si può scegliere, in vita, che parole usare, che pesi portare e da che ombre farsi accompagnare. O lasciarle per sempre alla luna e al sole. Insieme alle pietre non tue.
L' Associazione
Ci segui?
Scrivici!
© Storie di Lana - APS, C.F. 92180030907
La totalità delle Storie scritte all'interno di questo spazio web sono di proprietà di Anastassia Caterina Angioi, in quanto autrice delle stesse.
È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti inseriti nel presente portale, ivi inclusa la riproduzione, rielaborazione, diffusione o distribuzione dei contenuti stessi, senza previa autorizzazione scritta dell'autrice.


