Ehi ma sei tu?
Puf
Filo su vestito a fiori, sei tu, a mani strette e labbra a cuore
Una nave rompighiaccio che attraversa un permafrost di piccolissime rose bianche e rosa e piccole dita, curate, dal volto lilla,
quel lilla che su di lei detestava, forse fa meno rumore.
E sì che fa meno rumore.
L’invisibile coltre di bruttura e mostruosità di cui si sentiva pervasa, una coltre antica con la quale era sicura di essere a chiunque nota, alle piastrelle, alle cicche e ai piccioni per strada, una coperta, un copertone antico, pieno di dolore, remissione e colpa, col quale credeva di essere avvolta e di camminare, noncurante della grazia con la quale il vento le spostava i boccoli e il vestito, quel vestito, e le cingeva i fianchi, mentre il sole sui capelli asciugava le ultime curve del DNA e la solitudine dei pensieri la lasciavano sempre a tre metri dal mondo, a fluttuare sottoterra, dentro la tristezza, e la gioia neonata e timida, timida come le sue guance, sembrava aver lasciato spazio, per un attimo, alla sua pelle ed evidentemente a un corpo visibile agli altri, e forse anche a se stessa.
Lilla come la vita.
Lei (e tutto il suo bagaglio) era stata messa in scacco.
In scacco come una cosa che ti cade addosso quando meno te lo aspetti, come un ago che entra dentro un pallone che non scoppia subito, mostrando a sé e al mondo la sua incredibile forza, la riprova di come un corpo estraneo è capace di entrare in uno spazio vuoto e fare rumore, diversamente ogni volta. Perché tu pensi sia vuoto, ma non lo è. Quel vuoto è la vita, complicata confusa affannata. Affamata.
Un vuoto pieno di desiderio e sogno, e mentre cammini non ci pensi che qualcuno in un puf possa disturbare quel camminare e camminare e ancora camminare invisibile, che quell’ago pervada e faccia puf, di paura.
Pensava più volte, e quella sera ancor di più, passeggiando tra la gente, come fosse un corpo estraneo tra estranei, a come potevano sentirsi quelle giovani mattine in cui chi passava diceva tu, con quel volto, vieni a fare il mio film.
Ecco, lei pensava a quello, quella sera, a come ci si potesse sentire ad essere scelti per caso. E non a caso.
A come ci si sente ad essere scelti senza essere niente che se stessi, essere scelti per come muovi l’aria nel mondo, e dove poggi i piedi e come arricci il naso e le labbra quando sei in imbarazzo.
E come ridi, e come parli da sola e sorridi.
E come ti imbarazzi, davanti al mondo,
Se qualcuno ti ferma all’improvviso e dice, ehi mai sei tu?
Ci pensava sempre, lei, ma mica si aspettava, che in quel momento, fosse proprio lei quel tu.
Ehi ma sei tu?
Ma chi, io?
chi era quel tu? se non le avesse mostrato tempestivamente lo schermo, attestando che si stava davvero parlando di lei, forse non ci avrebbe creduto nemmeno oggi che ci ripensa.
In fondo no, non ci crede ancora. Dove poi? alla bocca della vita. Proprio davanti a quel pannello che ogni giorno, a smacco, le ricordava il fallimento con il quale era stata bollata e la vita che non accettava ancora fosse stata, per lei, e con lei, diversa. Dura, e tutt’altro che clemente.
Il suo mondo denso di aria di buio di stelle filanti racconti di filo e ruscelli, desideri e delusioni era stato punto, riconosciuto, e non per quello che era per tutti, una facciata portata bene, e soprattutto stata, coniugata al passato, ma per come era ed è oggi, per come spostava l’aria, per il suo vestito, per il suo principe, riconosciuto da lontano.
Era stata messa in scacco da un semplice e sconosciuto ehi, ma sei tu?
Mi piace molto quello che fai. Sono tanto felice di vederti e di seguirti.
Anche io.
Ehi ma sei tu, di quel tu che non era quel tu di cui aveva paura lei, né di quello lontano da lei, quell’immaginario collettivo. Dolente, e anni luce da lei.
No, era quel tu di quegli intrecci. Non si sa bene quali, ma qualcosa di ora, di lei, che potevi toccare con mano era reale e riconoscibile.
Di nessun altro, ma lei, in carne e ossa. Lei in carne e ossa che è.
E sposta l’aria.
Ehi ma sei tu.
Sì, forse stavolta, sono proprio io.
E pensare, che non avevo nemmeno voglia di vestirmi, quella sera. E nemmeno di stare lì.
Con quel coraggio, proprio come stava lei.
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