La faffalla intollerante
La selezione e la scelta. Lo strano percorso di ognuno di noi
Filo su giro mi rigiro in giro, faffalla mia,
prendi respiro
Ai corpi così tanto inadeguati, sempre fuori luogo, controtempo e nel momento sempre quello sbagliato.
Ai recidivi, gli ostinati, i cuori timidi grondanti d’amore
Se Dio è nelle cose questa è la sua espressione. Aveva nel nome la Pasqua, senza il bisogno di avere stabilito un giorno.
Lo era sempre, e questo era il suo profumo. Lo lasciava dietro sé, pieno di miele, e profumo di lampone.
Un percorso di curve e passaggi non capiti, di sguardi indiscreti, di accuse, di scuse, di raccapriccianti scene. Nasceva da una musica triste. Aveva la grazia delle cose perdute.
Le vite le aveva usate tutte, anche quelle che non aveva.
Se le era fatta prestare da un gatto che conosceva.
La lampada di Aladino non l’aveva mai trovata. Il carnet dei miracoli da usare li aveva finiti ben presto, parlava coi falchi e un paio di voli alti li aveva avuti in regalo da loro.
Ora gliene restava uno di bonus, quello che aveva fruttato dagli anni novanta a oggi, uno di quelli per buona condotta, ma era già stato occupato per quella questione che aveva in ballo da un po’.
Aveva finito i miracoli, sì, le restavano una manciata di strapiombi su cui planare sicura di se stessa ma proprio in caso di emergenza.
Quindi facendo due conti a oggi ne eravamo sprovvisti.
Un etto di tregua sarebbe potuto già bastare, ma si sa, nella vita non si può avere tutto.
Come un piatto di puntarelle fresche marinate a luglio.
Mi chiamo faffalla e mi chiedono tutti se ho fatto classica. Quando dico di no si commuove insieme al labbro anche le guance. Ho le ali arricciate per essermi avvicinata troppo e per troppo tempo a un fuoco solare.
Buon mattino comunque, dice lei, con un sorriso a forma di capriola, da qualche parte ora qualcuno mangia un cornetto alla crema di limone, mentre altri, il formaggio fresco spalmabile nel pane bianco, con la confettura di fragole in pezzi.
Non aveva parola alcuna, che quella di un sonno buono.
Mi chiamo faffalla e ho girato in lungo, in largo e a precipizio con la testa al posto delle braccia, le antenne le ho perdute tempo fa, ma sento lo stesso, vedo lo stesso e mi vergogno tanto di chi sono. Non assomiglio a niente. Non ho fatto percorsi canonici che danno sicurezza. Non mi identifico in niente.
E questo mi fa sentire inadeguata.
Poi ripenso a quel film, in cui solo quando ci si accorge di volare si cade, credendosi inadatti, goffi, incapaci. Invece mentre lo si fa, lo si sta facendo, e quello è tutto ciò che conta. E a gran sorpresa, si brilla, lucenti, perché non si è concentrati ad autosabotarsi, o a capire, o a pensare all’epitaffio mobile stampato sulla schiena, quella nenia mortifera del se riesco non riesco come riesco, o agli sguardi intorno, o a chi non sei per chi. e che cosa sai bene che non vuoi. Sono una La faffalla e certe cose le so, e certe cose non le posso mangiare.
Sono una La faffalla perchè on sono una a caso, ma quella La faffalla lì, con l’intolleranza a tante cose, anche a quelle che non si mangiano. Ho l’intolleranza a chi urla, a chi sa tutto, a chi non conosce come si fa a mettersi nei panni degli altri, a chi ti insegna la forma del mondo, dell’acqua, dei pensieri.
L’intolleranza al lattosio, per esempio, mi ha aperto un mondo nuovo, sì di privazioni e di spasmi indecifrabili, ma ci sto guadagnando, molto. Ci guadagno perché nei miei voli imparo ad essere intollerante a molte altre cose di cui mi sono sempre sentita in dovere di tollerare, amare, avere accanto per cambiare, ogni volta che sgarro, sto male, ogni volta che dico di poterlo mangiare per non creare disturbo, non è vero, sto male. Ogni volta che mi manca un sapore, lo riprovo, noncurante, rischiante, per vedere se magari tollero qualcosa che non è vero che tollero, con la speranza, stronza, che qualcosa è cambiato, e invece,
sto male.
E menomale. Perchè sono una La faffalla con un corpo più sveglio di me.
Star male è la penna rossa, la salvezza, è la cosa più vitale che conosca.
Ti ricorda che ogni volta che provi ad essere una La faffalla recidiva, e il tuo volo si spezza e si fa tratteggiato, meccanico e frenato per non seguire la tua natura, tentare di fare continuamente quel che fa male non porta a nient’altro che a stare male, siano passati mesi, anni o decenni. Sempre intollerante resti.
Ti ricorda che seguire i percorsi degli altri per non sentirsi strani porta alla follia, che fare qualcosa sempre uguale sperando in un risultato diverso è dolore, di cui si conosce bene il risultato.
L’intolleranza è un avvertimento buono, ti ricorda che sei ancora troppo tollerante a molte cose, che non molli ancora, ma che ce la stai facendo, a scremare, che puoi scegliere una cosa e farla perché ti va, perché ti fa bene e non aggiunge altro male. L’intolleranza, anche se non ti riconosci e ti credi mostriciattolo, è lì per metterti in guardia, che fare qualcosa che fanno tutti, per sentirsi al sicuro, accettati, non derisi e giudicati, non è felicità, non ti renderà migliore, ma triste e convulso, dovuto, vuoto e senza il tuo prezioso particolare.
Lo sai, perché lo rifai? Perché è dura.
L’intolleranza verso ciò che fa male, fa bene alla salute. Ricorda gli spasmi. Abbassa il limite di sopportazione. Riduce, delinea, indirizza, ricorda chi sei.
Tu, col tuo volo unico e arzigogolato, nel tempo e nei progetti, nelle cadute e nelle fermate sui fiori che ti scegli. Nelle tue scelte da non giustificare a nessuno, come invece nella terraferma accade.
Non ti devi vergognare. Di essere sbagliato per qualcuno, di non essere sopportato, di dire la tua, di non combaciare con l’aspettativa che gli altri hanno di te, di non fare quello che è consueto fare. Non esiste un consueto-fare, perché la consuetudine la creano gli umani copiando gli altri umani. Non per forza il tuo volo è da mettere in discussione solo perché non condiviso, quindi, sbagliato. Molti agiscono copiando, perchè hanno paura, perché credono che per loro sia la cosa giusta, guardano il mondo dalla propria terrazza, a volte serratura e pretendono che gli altri vedano lo stesso. Ma è solo la loro terrazza, e solo la loro serratura, e se diversa dalla tua, non sentirti sempre una La faffalla sbagliata.
È sbagliato solo chi giudica ogni volta che con coraggio tu sbatti le tue ali. A modo tuo.
Bella e intollerante, vola e vai avanti.
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