Quel qui
(svegliati, non c’è)
Dalla vita unito, dal dolore, quello illegale diviso
Filo su legame, legale, per due
Alle sette e trentasette, ogni mattina,
sei tu che prenderesti la via sterrata, quella a destra che vien giù dalla bocca dell’ostro, io invece inizierei da quella verso sinistra per andare più su, e scendere dalla vallata accanto al fiocco col tuo nome, e mi prepari la merenda, ogni volta che passo da te, le tazzine rosse, le ricordo, mentre tifavo i tuoi occhi tra la gente.
E poi ritrovarci alla sera, qui, su questa soglia qui, quel profumo di licheni e calamari, qui, il mio e quel tuo qui, mentre pettino i nodi con calma, e lascio alla vita la voglia di correre ancora, a raccontarci come va il mondo e desiderare la prossima meta dove accasarci, o forse dirsi per sempre qui dietro, un po’ di vento, così per abbracciarsi più forte, tra i tuoi baci e i miei forse, le mie ginocchia, cristallizzate come miele, attempate. Perché i baci me li daresti tu, stavolta, sui miei pensieri e la tua pelle ancora rovente. Ad invecchiare, e veder la mimosa rifiorire ancora.
Un coniglio passare. I limoni freschi, da farne crema e sorbetti. A morsi, con lo zucchero.
Qui, col poco che ci serve, un’alba al giorno e un tramonto, uno dentro cui riposare e prendere una pizza lì, dietro la rotonda, quella che apre a quest’ora, e mangiarla a sei braccia sul letto, a cucchiaio e a cintura per non cadere ogni volta che l’incubo si fa vivo sudato e presente, sul ventre e sulla bocca, quella che respira e di respiro ne vuole ancora. Col miracolo che bussa alla finestra poco a poco, anche se non avremmo mai immaginato quando.
Quello che nei nostri sogni è. La scelta, in due. Questa realtà. In otto.
Zeppa di attimi, poche cose, l’essenziale che ci serve, quello cucito su di noi. E se non ci va più bene, si va via, al prossimo porto, alla prossima scelta, fatta dall’unica voglia che anima i nostri giorni, l’amore per la vita. Cicale alla sera, due fiori, e salsedine sulle labbra da baciare tutta la notte che si mischia alla crema doposole, ma piove, è buio, che la metti a fare? È inverno, mi sa di estate.
Chi l’avrebbe mai pensato, che ci saremmo trovati qui, dove saremmo cresciuti, quel qui che tanto bramava nei nostri cuori, nei sogni, ma di chi?
E ogni giorno sempre più ostico e lontano, e ora, bastarda la vita son qui, che dalla baia osservo un altro giorno passare, e ora sei lì che dal mare osservi la mia macchina passare, senza volerlo, la vita ci ha portati entrambi nella stessa baia, proprio qui, tra la ghiaia, la ghisa sui denti e la cambusa.
Anacronia, divisioni col resto.
Quel qui, di cisto e grugniti, di dolore di traverso. Vorrei che fossi qui, ma non ci sei, non ci sei stato. Ma non tu, senza ritegno né dignità, riguardo alcuno, annegando con l’ancora il mio tu. C’è quel tu che sei sempre stato, un plagio di belle parole e di smorfie ponderate, che conosco solo io. E che ho creduto di poter smussare. Come granito, mi impegno a rosicchiare. Arrivata alle gengive.
Sanguino.
Quel qui, è qui.
Ma tu non ci sei più. Agiti col mestolo la tua battaglia navale. Che bei bassifondi hai deciso, con rabbia e dispetto di solcare.
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